Il 15 maggio 2026, la presentazione del libro Anime sospese nell’ombra di Francesco Garofalo, arricchito dalle testimonianze di Roberto Falvo, ha fatto tappa a San Mango d’Aquino dopo un prestigioso percorso che ha attraversato il Senato della Repubblica, il Maggio dei Libri di Gioia Tauro, Lamezia Terme e numerose altre realtà del territorio calabrese.
Una serata intensa e partecipata, che ha trasformato la Biblioteca Comunale “Nuccio Ordine” in un luogo di riflessione profonda sul tema del carcere e sull’umanità che vi abita.
A coordinare l’incontro è stato il professor Eugenio Maria Gallo, saggista e critico letterario, che ha aperto i lavori con un intervento ricco di significato. Gallo ha ricordato come esistano “luoghi che custodiscono memoria, pensiero e coscienza civile”, sottolineando come la biblioteca di San Mango d’Aquino incarni pienamente questo spirito.
A seguire, un video introduttivo commentato ha accompagnato il pubblico dentro una verità spesso ignorata: il carcere come spazio umano prima ancora che istituzionale… “C’è una linea invisibile che attraversa le nostre città: divide ciò che vogliamo vedere da ciò che preferiamo ignorare.” Parole che hanno dato il tono a una serata capace di interrogare le coscienze e stimolare una riflessione autentica.
Successivamente ha preso la parola il sindaco Gianmarco Cimino, che ha evidenziato l’importanza di affrontare un tema complesso come quello del carcere. Il primo cittadino ha sottolineato come incontri di questo tipo possano lasciare un segno profondo nella comunità, affermando che da una serata così intensa si possa “tornare a casa con un po’ di inquietudine”. Un’inquietudine sana, nata quando la cultura ci costringe a guardare oltre le apparenze e a interrogarci sul senso della giustizia, della dignità e del recupero.
È seguito l’intervento del dottor Antonio Chieffallo, direttore della Biblioteca Comunale, che ha offerto una riflessione puntuale sulla funzione rieducativa e riabilitativa del carcere. Richiamando il principio costituzionale secondo cui la pena deve tendere al recupero della persona. Chieffallo ha sottolineato come percorsi culturali, educativi e relazionali possano trasformare l’esperienza detentiva in un’occasione di crescita e cambiamento. Ha inoltre ricordato che il carcere non è soltanto un luogo di custodia, ma un laboratorio umano in cui si intrecciano fragilità, possibilità e responsabilità collettive.
Successivamente è intervenuta la dottoressa Maria Luisa Mendicino, già direttrice della Casa Circondariale di Cosenza e oggi dirigente dell’Ufficio Programmazione del Provveditorato Regionale. La sua testimonianza, lucida e appassionata, ha offerto uno sguardo diretto sul sistema penitenziario e sul lavoro quotidiano della Polizia Penitenziaria. “Del carcere non interessa a nessuno, se non quando accade qualcosa di eclatante.”
Così ha esordito la dirigente, definendo il libro “un capolavoro di onestà”, capace di raccontare con trasparenza la vita detentiva e il ruolo degli operatori.
Il criminologo e psicologo Sergio Caruso ha approfondito il tema della libertà, dell’identità e della condizione detentiva, denunciando la spettacolarizzazione della criminologia contemporanea e riportando l’attenzione sulla centralità dell’essere umano.
Tra gli interventi, quello di Roberto Falvo, assistente capo coordinatore della Polizia Penitenziaria e “narratore” del volume, è stato senza dubbio il più emotivamente coinvolgente. La sua voce, segnata da anni di servizio nelle sezioni detentive più delicate, ha portato in sala un’umanità cruda e autentica.
Falvo ha condiviso uno dei ricordi più toccanti della sua carriera: l’accompagnamento alla libertà di un detenuto anziano, ormai giunto a fine pena. Dopo averlo lasciato alla fermata dell’autobus, lo ritrovò il mattino seguente ancora lì, solo e spaesato, incapace di affrontare il ritorno alla vita esterna.
In quel momento, ha raccontato, non parlò il regolamento, ma il cuore. Non poteva lasciarlo solo davanti a quella solitudine che spesso attende chi esce dal carcere dopo anni di detenzione. Insieme ai colleghi, decise di aiutarlo, di restituire luce e dignità a un’anima rimasta troppo a lungo sospesa nell’ombra.
Un gesto semplice, ma profondamente umano, che per Falvo rappresenta il senso più autentico del suo lavoro: essere presenza, non soltanto controllo; accompagnare, non soltanto custodire.
Una frase, tra le tante, ha lasciato un segno profondo: “Ci rendiamo conto di aver fatto un buon lavoro quando una persona resta fuori, inserita nella società, e non rientra più.”
Accanto alla testimonianza vissuta di Falvo, il professor Francesco Garofalo, sociologo e autore del saggio, ha dato forma teorica e scientifica a quelle esperienze. Il suo lavoro ha trasformato storie, emozioni e frammenti di quotidianità carceraria in un’analisi rigorosa delle dinamiche sociali che attraversano il mondo della detenzione. Garofalo ha mostrato come il carcere non sia soltanto un luogo fisico, ma un sistema complesso in cui si intrecciano marginalità, stigma, attese e possibilità di riscatto. Il suo contributo ha reso il volume un ponte tra vissuto e riflessione, tra esperienza e comprensione, offrendo al lettore una chiave di lettura ampia e profonda dell’“umanità sospesa” che abita gli istituti penitenziari.
Al termine del dibattito, in un clima di sincera partecipazione, è stata consegnata una targa di riconoscimento alla dottoressa Mendicino:
“Alla dottoressa Maria Luisa Mendicino, già direttrice della Casa Circondariale Cosmai, quale segno di stima e riconoscenza per il servizio svolto con equilibrio, umanità e professionalità. Da parte della Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale di Cosenza.” Un gesto sentito, che ha voluto celebrare la sua lunga carriera, la dedizione al sistema penitenziario e il sostegno offerto alla nascita del libro. Il pubblico ha accolto il momento con un lungo applauso.
La serata, sotto la direzione artistica del maestro Alfredo Chieffallo, è stata impreziosita dagli intermezzi musicali dei maestri clarinettisti Vincenzo Virgillo e Maria Teresa Falvo.
La musica non è stata un semplice accompagnamento, ma un vero e proprio ponte emotivo: ha dato respiro ai contenuti più intensi, ha sciolto le tensioni e ha preparato l’ascolto.
Come ricordato dal professor Gallo, la musica, “espressione dell’idea dell’umanità per intuizione e non per concetto”, ha permesso di accedere a una dimensione più profonda, dove le parole non arrivano. In una serata dedicata alle vite sospese, la musica ha rappresentato la possibilità di una luce, un varco, un richiamo alla sensibilità che accomuna ogni essere umano, trasformando l’incontro in un intenso momento collettivo di consapevolezza.
