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Per il bene della Reggina, questi signori vanno lasciati da soli

di Paolo Ficara – Uno stendino inquadrato per tutta la partita a Gela, rappresenta il nuovo iconografico sberleffo di una Reggina fuori dai giochi con tre turni d’anticipo. Reggina fuori dai giochi con tre turni d’anticipo. Reggina fuori dai giochi con tre turni d’anticipo. Una frase che si dovrebbero tatuare in fronte, rovesciata in modo da leggersela allo specchio ogni mattina, tutti i miserabili che hanno alimentato tre anni di guerre d’odio per ignobili tornaconto personali. Difendendo il nulla ed elevandosi a principali complici di un disastro annunciato non dal primo giorno, bensì dal primo minuto.

Sono infatti due i momenti in cui si è deciso il campionato 2025/26.

Il primo risale a settembre 2023. Non indichiamo un giorno in particolare, bensì l’intero periodo intercorso tra la sentenza del Consiglio di Stato sulla Reggina di Ilari, Saladini o di chi per loro e con loro, e la proclamazione del vincitore del bando successivo per la ripartenza dalla D.

Ci avevamo visto lunghissimo, non lungo. A questa città serviva un anno sabbatico. Alla città, più che alla squadra di calcio in sé e per sé. Perché è evidente – per usare un intercalare tanto caro al principale complice – che non è solo un problema di proprietario. Serviva un anno di pietre al mare per quelle componenti che sulla Reggina ci speculano, che nella Reggina ci sguazzano, che grazie alla Reggina ci campano o in termini monetari o di vana visibilità.

E sono tutti reggini. E reggine.

Tre anni fa si poteva e si doveva chiedere una deroga alla Figc, per ripartire dalla Serie D nel 2024. Imputando la causa della richiesta, all’eccessiva insistenza della precedente società nei vari gradi di giudizio. E sapendo che c’era già almeno una formazione già abbondantemente attrezzata per la promozione. In quel caso, il Trapani lo era al punto da arrivare primo nonostante Torrisi. Servivano nove mesi di tempo, per individuare imprenditori importanti, convincerli, e ripartire nel campionato successivo con le idee chiare. Oggi non si può, non ci sarebbe una base né regolamentare né morale. Anzi, per il disturbo arrecato sia alla piazza di Reggio Calabria con questi inverecondi risultati, sia alla Figc nel farsi inseguire anche per pagare le cifrette, ci meriteremmo più che altro un declassamento d’ufficio. Quindi il danno è fatto.

Il secondo momento clou risale al 29 maggio 2024. Quando l’allora sindaco Giuseppe Falcomatà se ne uscì con la coda tra le gambe dal Cedir, dopo aver perso l’asta per il marchio. Non serve il Dispaccio per svelare chissà quale arcano: se il primo cittadino si mette in competizione con coloro cui il suo sostituto ha consegnato la squadra, significa che nel frattempo qualcun altro ha manifestato interesse. E chi l’ha manifestato, è persona troppo seria per mettersi a mercanteggiare. Non di certo perché non abbia le risorse per coprire d’oro tutta Castel di Judica, Tucson incluse.

Tramontata l’idea di sfilare il marchio e di mettere spalle al muro chi, a quel punto, avrebbe solo dovuto passare la mano senza tante storie, la Reggina è finita definitivamente in ostaggio. L’anno scorso ha perso il campionato contro una macchietta. Quest’anno, contro il nulla più totale ed assoluto. Tant’è che persino noi ci eravamo sbilanciati ad inizio stagione, scrivendo che la Reggina era una squadra da primo posto. Non uno squadrone. Ma da primo posto, in un girone senza alcun tipo di rivale. Lo confermano i cammini delle attuali capoliste: questo torneo verrà vinto con meno di 70 punti, una miseria.

Si riparte sempre dal via con questi signori, come nel gioco dell’oca. Solo che, ai tempi, quest’ultimo veniva portato in tv da Gigi Sabani ed Alessia Marcuzzi. Noi invece, oltre ad ingoiare l’indigesto boccone della Serie D, dobbiamo sorbirci pure i book fotografici di un vanesio cronico. Nonché l’arroganza di chi va davanti ad un microfono per definire burleschi degli imprenditori che, nel calcio, hanno messo uno o due zeri più di lui. Che poi, vedere lo stemma del proprio club sulla locandina di un circo e poi dare del burlesco agli altri…

In realtà, abbiamo dovuto subire di molto peggio. Ossia i continui tentativi di distruggerci socialmente e professionalmente. Di isolarci. Di essere additati come nemici. Questa città non ha imparato niente dall’esperienza di Saladini. C’è sempre la voglia matta di attaccare il ragionatore, non il ragionamento. Si rinfacciano ad una persona sola situazioni appartenute ad una redazione ed a chi la dirigeva, peraltro imparagonabili con la vergognosa proskýnesis degli ultimi quattro anni.

Da settimane riflettiamo su quelle che possono essere le vie d’uscita, nell’immediato. Con quel bilancio, non ne vediamo molte. Se ancora ci sono pretese economiche per cedere le quote societarie, rischiamo di rimanere in trappola per chissà quanto tempo ancora. E allora forse è giunto il momento della soluzione più dolorosa. Abbiamo dato il buon esempio quest’anno, per certi versi: dopo l’invereconda conferenza del luglio scorso, nella quale il signor Praticò ha affermato l’inverosimile pur sapendo che il Dispaccio non riceve comunicati praticamente da quando si è insediato lui, questa testata non ha più chiesto nemmeno il classico accredito in tribuna stampa.

Per chi dall’adolescenza non si perdeva una partita della Reggina, è stata una rinuncia.

Quindi ci permettiamo di suggerirlo al resto della cittadinanza, dopo aver dato il buon esempio. Questi signori vanno lasciati da soli. Sia in termini di presenza, che economici. Biglietti, sponsorizzazioni, uova di Pasqua. Basta. Per il bene della Reggina. “Se non vai via tu, ce ne andiamo noi” è stato cantato a Lillo Foti. Da mercoledì contro l’Etna, pardon contro l’Enna, bisogna tirare una linea. Per eccesso di sofferenza.

Non ci vengono in mente soluzioni migliori, per convincere questi signori a togliere il disturbo. Però, prima che arrivi il prossimo proprietario, sul famoso traghetto ci dovrebbero salire anche coloro che hanno banchettato con i lametini prima, e con i catanesi poi. Magari sulla nave, troveranno l’alternativa.

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