La figura della donna emerge nell’inchiesta “Ginestra”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che ha portato all’esecuzione di 41 misure cautelari nella Sibaritide. Un’operazione che ha fatto luce, secondo la ricostruzione degli inquirenti, su presunti assetti e attività della criminalità organizzata locale.
Nell’ordinanza cautelare, il giudice per le indagini preliminari avrebbe indicato Sibarelli come «partecipe dell’associazione», disponendo nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere per partecipazione all’associazione mafiosa. Un provvedimento adottato prima della sua morte, che colloca la donna al centro del quadro investigativo delineato dalla Dda.
Secondo gli investigatori, Sibarelli avrebbe ricevuto le somme destinate al mantenimento di Pepe durante la detenzione, garantendo così la continuità dei rapporti tra il presunto boss e gli altri componenti del gruppo criminale. Il suo presunto ruolo, tuttavia, sarebbe andato oltre la gestione delle risorse familiari: la donna avrebbe amministrato il denaro della cosca e fatto da tramite con gli affiliati, mettendo a disposizione anche la propria utenza telefonica per trasmettere comunicazioni e organizzare incontri.
Una modalità che, secondo l’accusa, avrebbe consentito a Pepe di limitare l’utilizzo del proprio cellulare e ridurre il rischio di essere intercettato dagli investigatori. Anche l’abitazione della coppia, in contrada Lattughelle, a Cassano allo Ionio, sarebbe stata utilizzata come base logistica riservata, protetta da un sistema di videosorveglianza.
A sostegno della ricostruzione investigativa vi sarebbero alcune conversazioni intercettate. In una di queste, alcuni presunti sodali avrebbero intimato a un debitore di consegnare il denaro direttamente alla donna: «Li devi portare a Silvana e basta!». Sibarelli, in un’altra circostanza, avrebbe ribadito: «E me li devi portare a me!». Elementi che, secondo gli inquirenti, contribuirebbero a delineare il ruolo che le sarebbe stato affidato nella gestione delle risorse economiche.
Nell’inchiesta viene inoltre contestato un presunto rapporto di lavoro fittizio presso un’azienda agricola riconducibile a un imprenditore che sarebbe stato vittima di estorsione. Tra il 2018 e il 2022, secondo l’ipotesi investigativa, la donna avrebbe percepito redditi senza svolgere un’effettiva attività lavorativa, assicurando così alla famiglia di Pepe una copertura economica formalmente regolare.
Intanto, l’attenzione degli inquirenti si concentra anche sulla posizione di Damiano Pepe, 64 anni, ritenuto dagli investigatori un elemento di spicco della criminalità organizzata della Sibaritide. Per domani, alle ore 12, è previsto il suo interrogatorio di garanzia davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale distrettuale di Catanzaro.
Pepe è tra i destinatari delle misure cautelari eseguite nell’ambito dell’operazione Ginestra ed è ricoverato all’ospedale di Cosenza dal giorno dell’agguato, avvenuto all’ingresso della sua abitazione in contrada Lattughelle. La struttura sanitaria è presidiata dalle forze dell’ordine e, secondo quanto riferito da fonti sanitarie, l’uomo non sarebbe in pericolo di vita.
L’interrogatorio si svolgerà con modalità compatibili con le sue condizioni di salute: potrebbe essere ascoltato in videoconferenza direttamente dall’ospedale oppure, in caso di dimissioni, dall’istituto penitenziario nel quale verrà eventualmente trasferito.
