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Il business del Decreto flussi: 2.500 euro per ogni migrante senza assunzione. “Ti ammazzo io”: le minacce per incassare i soldi

Un sistema che avrebbe consentito di incassare 2.500 euro per ogni lavoratore straniero, senza garantire alcuna concreta opportunità di impiego. È questo uno dei filoni ricostruiti dagli investigatori nell’ambito dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sulla presunta organizzazione criminale attiva nella Sibaritide, che ieri ha portato all’esecuzione di 41 misure cautelari.

Al centro dell’ipotesi investigativa ci sarebbe lo sfruttamento delle procedure previste dal Decreto flussi. Attraverso una rete di imprese agricole e cooperative ritenute compiacenti, il gruppo avrebbe presentato 1.254 richieste di ingresso in Italia per cittadini stranieri, senza che alle autorizzazioni ottenute corrispondesse una reale assunzione. Le pratiche, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbero state utilizzate per alimentare un circuito di guadagni illeciti, sfruttando i cosiddetti click day.

Gli inquirenti individuano in Damiano Pepe il presunto vertice del sistema, con il coinvolgimento del fratello Marcello, di Vincenzo Sibarella, conosciuto come Mario, di Rocco Azzaro e del figlio Antonio. Nella gestione materiale delle domande avrebbe avuto un ruolo Antonio Angiò, soprannominato “il professore”, al quale sarebbe spettato il compito di acquisire i documenti necessari e caricare le richieste sulla piattaforma ministeriale.

Nell’inchiesta compaiono anche diversi imprenditori, sospettati a vario titolo di aver contribuito al funzionamento del meccanismo: Domenico Arcidiacono, Luigi Benincasa, Walter Giovanni La Fauci, Giovanni Maulicino, Sandro Sibarelli e Santo Straface.

A offrire uno spaccato delle presunte aspettative economiche del gruppo sarebbero alcune conversazioni intercettate durante le giornate di presentazione delle istanze. In una di queste, Azzaro sintetizzerebbe la prospettiva di spartizione dei profitti affermando: “Mangiamo e mangiamo un po’ per ciascuno”. In un altro dialogo, Marcello Pepe farebbe riferimento alle somme destinate ai componenti del gruppo, parlando di “duemila e cinquecento euro che ci entrano a noi”.

Le indagini avrebbero inoltre documentato il ricorso alla violenza per ottenere il denaro. Un episodio risalirebbe al 16 gennaio 2024, quando, a Marina di Sibari, Damiano Pepe, insieme al fratello Marcello e a Sibarella, avrebbe aggredito Angiò, contestandogli il ritardo nella consegna degli incassi. Durante il confronto, secondo quanto registrato dalle intercettazioni ambientali, il presunto boss avrebbe pronunciato la minaccia: “Ti ammazzo io”.

Il timore delle indagini e dei sequestri patrimoniali

Non sarebbero state soltanto le possibili conseguenze penali a preoccupare i presunti appartenenti al gruppo criminale. Dalle conversazioni raccolte nell’ambito dell’operazione Ginestra emergerebbe anche la paura che le investigazioni potessero colpire i patrimoni accumulati illegalmente, attraverso sequestri e confische.

Nell’ordinanza cautelare firmata dal Gip di Catanzaro, che ha disposto 24 arresti in carcere e 17 ai domiciliari, il nome di Nicola Gratteri, all’epoca procuratore della Direzione distrettuale antimafia catanzarese, ricorrerebbe più volte nei dialoghi tra soggetti ritenuti vicini alla ‘ndrangheta della Sibaritide e dell’area di Corigliano-Rossano. I riferimenti al magistrato sarebbero accompagnati dalla preoccupazione per nuovi interventi investigativi e per l’adozione di ulteriori provvedimenti giudiziari.

A rendere particolarmente inquieti i presunti sodali sarebbe stata la collaborazione con la giustizia di Nicola Acri, storico esponente della cosca di Rossano, le cui dichiarazioni avrebbero potuto aprire nuovi scenari investigativi. Nelle conversazioni, alcuni interlocutori avrebbero ragionato sui tempi necessari affinché le informazioni fornite dal collaboratore potessero tradursi in iniziative giudiziarie.

” Ora è un anno che si è pentito Nicola… dopo sei mesi partono le indagini e da giugno ci si aspetta qualche provvedimento cautelare”, si sente in una delle intercettazioni, nella quale verrebbero richiamate le tempistiche ipotizzate per l’avvio di nuovi interventi.

Ma il rischio di finire in carcere non sarebbe stato l’unico motivo di allarme. A preoccupare sarebbe stata soprattutto la prospettiva che gli investigatori riuscissero a individuare i beni riconducibili alle attività illecite e a sottrarli alla disponibilità degli indagati. Un timore espresso attraverso il riferimento a una precedente operazione antimafia condotta nel Crotonese: “Va a cercare i soldi dove sono, come fatto a Cirò con l’operazione Stige”.

L’attenzione verso le attività investigative si sarebbe manifestata anche nella gestione degli incontri e nella preoccupazione per gli strumenti di sorveglianza. Nei pressi di un bar di Rossano, alcuni dei soggetti intercettati avrebbero notato una telecamera, ipotizzando che potesse essere utilizzata per documentare i loro movimenti e le loro riunioni.

La presenza dell’impianto avrebbe alimentato un confronto sulle possibili contromisure. Tra le soluzioni prese in considerazione sarebbe emersa la possibilità di oscurare l’obiettivo utilizzando vernice o nastro adesivo. Altri interlocutori avrebbero invece valutato una strada diversa, suggerendo di coinvolgere gli abitanti dell’edificio per chiedere alle autorità competenti di intervenire.

“Perché non la cacciano quelli del palazzo… dicono: caccia questa telecamera da là… a Gratteri”, sarebbe la frase pronunciata durante uno dei dialoghi captati dagli investigatori, a conferma, secondo l’impostazione accusatoria, della costante apprensione per la possibilità di essere osservati e di finire al centro di nuove indagini.

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