Un’indagine durata anni torna a fare luce su uno dei casi più dolorosi della cronaca calabrese. Tra i filoni dell’operazione condotta all’alba dai carabinieri nel Vibonese — con 15 misure cautelari disposte dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro — emerge infatti anche la ricostruzione dell’uccisione di Filippo Ceravolo, giovane estraneo a dinamiche criminali.
Aveva appena 19 anni quando, il 25 ottobre 2012, perse la vita in un agguato armato. Non era lui il bersaglio: i sicari miravano a Domenico Tassone, che viaggiava con lui in auto e riuscì a salvarsi gettandosi fuori dal veicolo. Ceravolo rimase invece colpito mortalmente, diventando una vittima innocente della violenza mafiosa.
Il nome di Tassone è riemerso di recente anche in un altro contesto investigativo: l’8 aprile scorso è stato arrestato con l’accusa di associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione “Jerakarni”, ulteriore tassello nelle attività di contrasto alla criminalità organizzata nella zona.
Secondo quanto sottolineato dal sottosegretario all’Interno Wanda Ferro, l’individuazione dei presunti responsabili dell’omicidio rappresenta “una pagina importante di verità e giustizia”, arrivata a distanza di quattordici anni dai fatti. Un risultato che, ha evidenziato, restituisce attenzione non solo alla memoria della vittima ma anche alla lunga battaglia portata avanti dai familiari e da chi ha continuato a chiedere chiarezza.
L’operazione, coordinata dalla Dda guidata dal procuratore Salvatore Curcio e condotta dai carabinieri del comando provinciale di Vibo Valentia sotto la guida del colonnello Antonio Parillo, viene considerata un segnale concreto dell’efficacia della collaborazione tra magistratura e forze dell’ordine. Un lavoro investigativo definito determinante per colpire le strutture della ’ndrangheta radicate nel territorio e riaffermare la presenza dello Stato anche nei contesti più complessi.
