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“Disegni colorati, musica colorata, testi colorati”: il mondo variopinto di “Fiabe Volanti”, il libro musicale che ci riporta nella poetica atmosfera delle favole

di Roberta Mazzuca –La Ghiandaia Ghiottona”, “Un Tordo in Fila”, “Isidoro e Isidora”: queste le tre fiabe raccontate in musica al Teatro dell’Acquario di Cosenza, dove nel fine settimana è stato presentato, di fronte a un’ampia platea di bambini ma anche di adulti e ragazzi, il libro illustrato e, contemporaneamente, disco, dal titolo “Fiabe Volanti”. Con il supporto di una voce tra le più importanti sul territorio nazionale e locale, quella del cantautore Brunori Sas, i musicisti Francesco Caligiuri, Mirko Onofrio e Luca Garlaschelli, che insieme formano i “Breathwood Ensemble”, hanno dato vita a una suggestiva narrazione fatta di melodia, parole, ma anche di una magica connessione tra voce e strumenti, capace di trasportare gli spettatori di qualsiasi età nell’atmosfera fatata delle fiabe. Visione, ascolto, e percezione: sensi che hanno preso corpo all’unisono durante lo spettacolo in cui, sullo sfondo della bellissima scenografia allestita sul palco e delle meravigliose illustrazioni realizzate dall’artista Carmelo Petronio e riprodotte davanti agli spettatori, il racconto ha avuto inizio tra l’ammirazione dei più piccoli e la nostalgia dei più grandi.

Il progetto nasce da un’idea mia e di Mirko” – ci spiega Francesco Caligiuri. “Volevamo innanzitutto rivalutare questo strumento, l’utilizzo del flauto dolce, che è inusuale ma molto difficile da suonare. Io, da sassofonista, mi approccio a questo strumento dalla passione delle scuole medie. Sono, poi, appassionato di storie, adoro la Disney, i fumetti, tutto quel mondo incantato, e l’obiettivo è stato quello di riportare i bambini di tutte le età nel mondo delle fiabe”. Trasferire la complessità della musica nella leggerezza del testo, questo l’intento portato egregiamente a compimento dai ragazzi che, con il loro libro-disco edito da Radiocoop, riempiono il Teatro dell’Acquario di musica, poesia, talento, riflessione, cultura. Lo riempiono di arte nel senso più ampio e inclusivo del termine, l’arte come capacità di creare mondi diversi e alternativi in cui poter includere qualsiasi tipo di pubblico, arte come espressione di talento, libertà, inventiva, e pensiero, arte come esperienza di vita che sulla vita stessa sa far riflettere in modo quasi sognante. “Abbiamo scelto il Teatro dell’Acquario” – prosegue Francesco – “perché anche questo teatro va rivalutato. Non bisogna perdere questi luoghi, che sono importanti per la nostra cultura, ma anche per la cultura delle generazioni future. Quindi, noi persone più adulte, accostiamo i bambini, gli adolescenti e, perché no, anche i nostri coetanei, al mondo della cultura. Se non c’è cultura, succede quello che purtroppo accade oggi nel mondo”.

Tre fiabe incentrate sul mondo volatile, “per dare vita agli animali, come si faceva in passato con i madrigali dialogici”, ci dice ancora Francesco, che porta sul palco “La Ghiandaia Ghiottona”. Una favola costruita proprio sulla forma antica della suite di Bach, una composizione ricca di contrappunto e di improvvisazione libera e su struttura formale, in cui è interposta la voce narrante di Brunori. Una ghiandaia sola e affamata deve sconfiggere il cattivo Victor per salvare gli amici che la hanno sempre isolata, insegnando una morale basata sul concetto di amicizia e solidarietà fraterna: “Mai giudicare una creatura dal suo carattere superficiale – recita il finale del racconto – ma conoscerla fino in fondo per accrescere il valore dell’amicizia”.

Una morale esplicitata attraverso il suono del flauto, che “si avvicina molto al cinguettio dei volatili, protagonisti delle nostre favole. In più sono animali molto colorati che si prestano bene al disegno. L’obiettivo era proprio quello di creare dei disegni colorati, della musica colorata, e dei testi colorati”. Insomma, un mondo colorato fatto di gioie, dolori, e insegnamenti, raccontati attraverso il linguaggio semplice dei bambini, e la forza della musica e delle parole, in un connubio di complessità e leggerezza che rappresenta l’essenza più profonda di ogni forma d’arte.

Di appiglio più ironico e divertente la seconda fiaba, “Un Tordo in Fila”, che si distingue per una caratteristica particolare: musica e testo sono slegati tra loro, costituiscono due entità separate e composte, rispettivamente, da Mirko Onofrio, e dallo stesso Brunori che, in questo caso, oltre ad essere voce narrante diventa anche autore di un testo coinvolgente in cui si inserisce, in perfetta sintonia con l’intera composizione, anche il dialetto cosentino. “La mia musica non deve essere contaminata dalla voce di nessuno” – scherza ai nostri microfoni Onofrio, che poi diventa serio: “Le mie composizioni in realtà nascono prima di questo progetto, per cui non c’erano degli spazi disponibili per la voce, quindi ho preferito tenere distanti le due cose. Nessuna mania di protagonismo, scherzi a parte” – conclude il musicista. La sua fiaba consta, infatti, di 6 quadretti musicali, ciascuno dei quali è preceduto dalla sola voce recitante che, in un paio di quartine, descrive le vicende surreali e ironiche di un tordo alle prese con la vita. Non a caso la scelta della parola “tordo” che, se da una parte designa il volatile, dall’altra indica una persona poco sveglia, poco scaltra: Il tordo non è tordo in quanto tale, è tordo solo quando pensa di essere speciale…” – esordisce sul palco la voce di Brunori. “…e in fondo a questa favola, forse senza morale, mesto ritorna in volo al distico iniziale: un tordo non è tordo di per sé, è tordo quando pensa di esser meglio di com’è”. Un inizio che è già poesia e che, come è consueto nei testi creati da Brunori, unisce incanto e disincanto in un linguaggio universale che parla, sognante, di realtà.

IL COVID RACCONTATO DALLE RONDINI DI CODOGNO: “SE UN MARZIANO CI POTESSE VEDERE PENSEREBBE CHE NON ABBIAMO IMPARATO PROPRIO NIENTE”

Emozionante e toccante, invece, la terza e ultima fiaba che chiude lo spettacolo, “Isidoro e Isidora”: una storia quasi autobiografica, ambientata a Codogno, epicentro di diffusione del Covid, in cui la triste vicenda che ci vede tutti, nostro malgrado, protagonisti, viene raccontata dal punto di vista di due rondini, e di Gustava, la gatta della famiglia. Prodotta, scritta e suonata dal contrabbassista Luca Garlaschelli: “Ho immaginato che queste due rondini arrivassero non in una primavera qualunque, ma in quella in cui scoppiò la pandemia, e invece di trovare il solito vociare dei ragazzi, dei nonni, dei papà, non trovano nessuno. Trovano soltanto la gatta, a cui chiedono spiegazioni su ciò che sta accadendo, e prende vita questo strano dialogo” – spiega dal palco proprio il musicista, che lascia poi la parola a Brunori: “Anche noi a San Fili abbiamo le rondini, però per me sono un problema, perché sono sopra il parcheggio e le auto risentono della loro presenza. Poi ti dirò il sistema, con lo zolfo cadono tutte giù, ma sono altre storie… Tanto Luca è il paziente zero, non so se l’avete capito…” – scherza il cantautore con la platea, mostrando ancora una volta quella capacità di far sorridere e riflettere insieme che da sempre lo contraddistingue.

Un’avventura che mette insieme la musica, la recitazione, la poesia, la parola, e soprattutto è dedicata a un pubblico che normalmente il mondo della musica tratta in modo poco interessante, e cioè i bambini di tutte le età” – afferma Garlaschelli ai nostri microfoni. “I flauti dolci sono degli strumenti nel nostro immaginario collettivo, non dico disprezzati, ma poco valorizzati. Francesco e Mirko, invece, con una maestria inarrivabile, hanno saputo scrivere e suonare con questo strumento delle cose meravigliose. Per quanto riguarda la mia favola, invece, mi è venuto in mente di raccontare ai ragazzi un punto di vista che fa vedere noi esseri umani in un modo particolare: se un marziano ci potesse vedere, se una rondine dall’alto in questo caso ci vedesse, penserebbe che in tutti questi centinaia di migliaia di anni della nostra esistenza, probabilmente non abbiamo imparato niente, e lo dimostra anche la guerra che purtroppo oggi stiamo vivendo”.

Un progetto e una presentazione, insomma, che ha riportato a galla quel “fanciullino” che vive in ognuno di noi, toccando quella parte sentimentale e profonda della nostra essenza, attraverso la semplicità di un linguaggio e di un mondo come quello delle favole, e la complessità di una forma di cultura come quella dell’arte, che sa far riflettere ed emozionare parlando di problemi e fenomeni reali in una lingua quasi eterea.

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