“Ho imparato così tanto da voi, Uomini... Ho imparato che ognuno vuole vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicità sta nel come questa montagna è stata scalata” - Gabriel Garcia Marquez
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I mostri marini non sono mai stati così piccoli

di Mariagrazia Costantino* – Desmond Tutu, arcivescovo sudafricano campione dei diritti civili, fiero oppositore dell’apartheid e premio Nobel per la pace nel 1984, disse: “Se davanti a un’ingiustizia sei neutrale, ha scelto di stare dalla parte dell’oppressore”. Non fa una grinza.

Purtroppo però le cose sono raramente così chiare. Anzi non lo sono quasi mai. Come facciamo a capire cos’è ingiusto quando viviamo immersi nell’ingiustizia? Per vedere l’ingiustizia e chiamarla con il suo nome dovremmo uscire per un attimo dall’acqua nella quale ci muoviamo, come i pesciolini di David Foster Wallace, e poi rientrarvi. I pesciolini che non sono mai usciti non sanno nemmeno cosa sia l’acqua.

Quando penso all’acqua, mi viene subito in mente anche la più bella canzone italiana, “Come è profondo il mare”, che parla di tutto, ma soprattutto di ingiustizie, di oppressi e oppressori, di gente che si ostina a voler ragionare, perché “Il pensiero come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare” (anche se “chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche”). Ma se per il caro vecchio Lucio il mare proteggeva i fragili, oggi mi pare sia l’habitat ideale di chi fluttua senza direzione, riparandosi testardamente dal peggiore dei predatori: la verità.

 

Un mese fa ho scritto che le posizioni pro-Palestina (spesso e senza alcun pudore pro-Hamas) nascevano da un difetto d’intelligenza emotiva e di empatia. Da una discrezionalità imbecille che porta a fare distinzioni simboliche che hanno senso solo all’interno di un immaginario privato molto poco immaginifico. Mi sono accorta che le persone che aderiscono alle posizioni di cui sopra, tendono a essere poco inclini ad accettare una visione alternativa, ad aprirsi al dubbio che le cose non siano esattamente come le vedono loro, trincerate dietro la righteousness – la ragione che si attribuiscono a tutti i costi – un po’ fanatica di chi abbraccia certe idee per partigianeria superficiale, perché “suonano bene”, perché alla moda, perché sostenute da questo o quell’attore/attrice. O magari da Elon Musk. Che per richiamare indietro gli investitori e inserzionisti ha dovuto farsi organizzare una visita guidata nei kibbutzim dell’orrore, con giubbotto antiproiettile e capo cosparso di cenere. Stessa cosa Susan Sarandon, la famosa Louise del film, la quale non deve avere una cultura molto più ampia del personaggio che ha interpretato, se è arrivata a dire che “ora agli ebrei toccherà un assaggio di quello che hanno dovuto subire i musulmani”. È bastato che la sua agenzia la scaricasse a far scattare un clamoroso dietro front: avevo capito male, mi sono confusa, ho sbagliato, le cavallette.

Purtroppo la maggioranza di noi comuni mortali non ha un agente o contratti pubblicitari per milioni di dollari, e resterà aggrappata alle proprie idee da quattro soldi diventate parte dell’acquario in cui si è immersi, irrigidendosi e trattando come una specie di Milošević chiunque osi mettere in dubbio la narrativa fashion dei poveri Palestinesi invasi e decimati dai cattivi Israeliani.

Se nell’Occidente “civile”, le posizioni ostinatamente anti-occidentali sono soprattutto una questione di conformismo trendy e di passione per ciò che è esotico (e che in quanto tale non esiste), in Italia mi sembra che molti scelgano di non prendere una posizione netta per la natura intrinsecamente democristiana e andreottiana che caratterizza il nostro popolo, soprattutto nelle sue propaggini meridionali (c’è da dire che l’italiano è sempre meridionale, anche quando nasce e cresce a Belluno).

Antonio Gramsci, illustre quanto atipico italiano, scrisse: “Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia. Odio gli indifferenti”. Ma il vero miracolo italiano è riuscire a non prendere mai posizione, persino quando questa sembra essere netta. Essere creature un po’ mostruose che si mimetizzano nei fondali. Calamari che cambiano colore. Anguille che sgusciano via dai luoghi più stretti. Paguri che trovano sempre un pertugio dove infilarsi.

L’italiano ittico andreottiano, quello che per intenderci ha lasciato Aldo Moro nelle fauci dei piranha, si sentirà assai virtuoso nel dire che in guerra non esiste innocente e colpevole, che il male è sempre da entrambe le parti. Giustissimo. Ma come la mettiamo con l’invasione della Polonia e dell’Ucraina? Vallo a dire ai bambini siriani e yemeniti, ai neonati che dal 7 ottobre non esistono più, che il male è sempre da entrambe le parti.

Forse il problema è che non sappiamo più cosa sia il male, perché abbiamo ceduto alla sua seduzione una volta di troppo, invitandolo a prendere un tè nel nostro salotto. Perché non è detto che da quel male non si possa ricavare un po’ di bene: quel tipo di bene che si non si traduce in un beneficio collettivo, ma nel vantaggio personale, micragnoso e corrotto dell’opportunista per vocazione e del suo minuscolo acquario.

*Sinologa e docente universitaria – Ha un Master e Dottorato in Cinema e scrive di Global Media e Geopolitica

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