Si trasmette alla stampa la lettera aperta che l’Assessora alla Cultura del Comune di Catanzaro, Donatella Monteverdi, ha rivolto a Lorenzo Cherubini a due giorni di distanza dal Jova Summer Party alla Calabria Music Arena.
TESTO DELLA LETTERA
Caro Lorenzo,
scrivo queste righe due giorni dopo, quando tu sarai già lontano dalla nostra terra, ma ancora con il cuore pieno. Lo faccio da assessora alla Cultura di questa città che sabato sera hai fatto ballare, cantare e, credo, anche un po’ commuovere.
Non sarà un comunicato istituzionale, e mi perdonerai se non lo è: è un ringraziamento vero, quello che si scrive quando qualcosa ti ha toccato più di quanto ti aspettassi.
Sono venuta al Jova Summer Party come assessora, ma sono rimasta come madre. E quello che mi porto a casa, più di ogni scaletta o di ogni luce sul palco, è un’immagine che continuo a rivedere: madri e figlie che ballavano insieme. L’ho vissuto anch’io, in mezzo alla mia gente, con mia figlia accanto alle sue amiche di sempre, quelle compagne di classe che si conoscono fin dalle elementari, e con le loro madri, le nostre facce che si cercavano tra la folla per scambiarci un sorriso, un abbraccio, un “ti ricordi quando erano piccole?”. Non è un dettaglio di colore, Lorenzo: è stata la cosa più importante della serata. Una generazione di madri e una generazione di figlie, unite dallo stesso ritmo, nello stesso pezzo di terra.
Ed è proprio per questo che sento il dovere di scrivere anche la parte che fa più male.
Molte di quelle ragazze che ieri sera ballavano abbracciate alle loro madri, dopo l’estate ripartiranno. Andranno a cercare altrove quello che qui ancora non trovano: un lavoro all’altezza dei loro studi, una carriera, uno spazio per i propri sogni. Lo sappiamo tutti, qui in Calabria, cos’è restare e cos’è dover partire. E un concerto, per quanto bellissimo, per quanto necessario, non può e non deve diventare un modo per truccare questa ferita. I problemi della nostra terra, i problemi delle nostre città, restano lì dove erano prima che tu salissi sul palco, e ci resteranno anche domani.
C’è una distinzione profonda da fare: non è mai stata, e non sarà mai, una questione di scegliere tra un concerto e un ospedale, tra una festa e un lavoro. Sono ordini di grandezza diversi, risorse che non si spostano dall’uno all’altro come fossero vasi comunicanti. Le energie con cui si costruisce una serata così non sono le stesse con cui si risolvono spopolamento, disoccupazione, infrastrutture che mancano da decenni. Chi prova a mettere questi due piani sullo stesso piatto della bilancia, in fondo, non ha capito né l’uno né l’altro. Ma è proprio perché è chiaro che ieri sera, guardando quelle ragazze ballare, ho sentito ancora più forte l’urgenza di lavorare, ogni giorno, perché un giorno non debbano più partire per essere felici.
E qui arrivo a quello che forse conta di più, e che le tue canzoni fanno da sempre meglio di qualsiasi discorso politico: trasformare un’emozione in un sentimento. Un applauso dura un istante, un abbraccio tra una madre e una figlia sotto il palco può restare per sempre. È lì, in quel passaggio lento dall’emozione al sentimento, che forse si può incidere davvero su qualcosa che mi preoccupa profondamente: la rabbia che attraversa questo nostro tempo, la rabbia che sembra l’unica lingua che molti sanno più parlare. Le tue canzoni, e quelle di chi come te sceglie di raccontare invece che urlare, non risolvono i problemi strutturali di una terra. Ma piantano un seme diverso. Ci ricordano che si può ancora costruire, invece di limitarsi a distruggere.
Accanto a questo, desidero rivolgere un grazie profondo a tutti coloro che per quasi un anno hanno lavorato con tenacia, professionalità e passione dietro le quinte. Il percorso verso questo grande evento è stato esso stesso un’esperienza preziosa: ha dimostrato che remare tutti nella stessa direzione è l’unico modo per costruire davvero qualcosa di grande. Certo, si sbaglia, ma dagli errori si impara e si riparte. Tutto è sempre perfettibile, ma è solo mettendosi in gioco e facendo che si cresce e si impara: pensiamo positivo.
Per questo ti dico grazie, Lorenzo: per la musica, certo, ma soprattutto per quella sera in cui la nostra città è stata, per qualche ora, un unico grande girotondo di madri e figlie. Il resto — il lavoro vero, quello lungo e faticoso di tenere le persone qui, di dare un futuro a chi oggi balla e domani dovrebbe poter restare — spetta a chi ha la responsabilità di guidare questo territorio: alle istituzioni, al mondo delle imprese, a chiunque faccia parte della classe dirigenziale e produttiva di questa terra, ogni giorno, ben oltre le luci di un palco.
Con affetto e con gratitudine,
Donatella Monteverdi
