“Come realtà sindacale intendiamo esprimere la nostra pubblica opinione circa i ventitrè progetti di videosorveglianza urbana destinati ad alcuni dei comuni della provincia di Catanzaro. Una rete di dispositivi per contrastare la criminalità e la sicurezza dei cittadini. Il maxi piano di sorveglianza richiede un impegno economica di oltre 4 milioni di euro, dove circa 3,8 milioni dovrebbero arrivare direttamente dalle casse dello Stato e la restante parte sarà coperta da finanziamenti stanziati dai singoli enti locali.
Saranno interessate, a quanto pare, delle aree individuate e considerate maggiormente esposte a fenomeni di illegalità e degrado, nonché punti di interesse strategico per il controllo del territorio.
Tuttavia, pur non equivalendo il passaggio in Prefettura di qualche giorno fa ad una certa assegnazione dei finanziamenti, delle considerazioni e delle riflessioni nascono spontanee da parte della nostra organizzazione.
Per quanto l’installazione di dispositivi di videosorveglianza possa dare l’apparente (e sola) impressione di spazi più sicuri essa non è che lo specchio della retorica securitaria di governo che si tiene ben distante dal toccare le cause profonde dell’insicurezza: precarietà lavorativa che genera marginalizzazione economica e sociale; povertà, assenza di servizi destinati al territorio ed a chi lo abita; carenza sanitaria. La vera sicurezza, non si manifesta attraverso l’installazione di strumenti di controllo di quelle situazioni a rischio, divenute sistemiche all’interno della società e della città, ma si costruisce dove ci sono diritti garantiti, welfare, spazi pubblici in cui costruire socialità. Il delegare alla tecnologia il compito sopperire a tali mancanze, facendola strumento anche di propaganda elettorale non risolve il problema della sicurezza.
Rendere le aree urbane ed i quartieri più sicuri vuol dire prendere l’impegno politico, da parte delle istituzioni, di creare e favorire tutti i processi che contrastano ogni forma di ghettizzazione delle minoranze e che portano ad abbandono sociale.
Significa sostenere le reti che creano socialità, ma per noi che siamo una organizzazione che opera nel mondo del lavoro, significa soprattutto lavorare affinché le precarietà che nascono da situazioni di sfruttamento siano neutralizzate ed eliminate. Significa favorire condizioni di lavoro dignitose per tutti. Ecco perché pensiamo che se la sorveglianza diventa la panacea a tutti i mali, il rischio di confondere la sicurezza con qualcos’altro di più pericoloso è più che concreto.
Il quadro internazionale è oggi segnato da guerre e da crisi; è qui che la deriva securitaria assume un significato ancora più ampio. La sicurezza è spesso strumento di militarizzazione dei territori ed usata come pretesto per giustificare l’uso sproporzionato della forza, come è ad esempio accaduto nella città di Bologna ai danni di Abderrahim Fakir. Esempio estremo di logiche dalla quali sarebbe meglio tenersi distanti.
Infine, ma per noi non per ultimo, la questione palestinese, che i media tendono oggi a ridimensionare o a marginalizzare, resta drammatica ed in questa ottica, la perplessità che nasce al nostro interno e che portiamo all’interno della società civile del nostro territorio, si esplica una semplice domanda alla quale chiediamo delle risposte: Quali sono le aziende che forniranno gli hardware e i software in questo progetto di ampliamento della videosorveglianza e quali (se ce ne sono) rapporti hanno con lo stato di Israele? Perché se così fosse, prenderemo atto del fatto che un altro tassello si aggiunge al progetto neo coloniale di uno stato che sta compiendo il genocidio ai danni del popolo palestinese e che le nostre istituzioni intrattengono con esso dei rapporti commerciali”.
Così in una nota di Cobas Catanzaro.
