di Valentina Mallamaci* – C’è un’immagine che vale più di mezzo secolo di verbali parlamentari.
Cefalù, 1976. Emma Bonino ha ventotto anni, una laurea alla Bocconi con una tesi su Malcolm X e alle spalle un’esperienza che in Italia, allora, non si nominava: un aborto clandestino con annessa umiliazione e solitudine. Ma da quella solitudine non ha ricavato un trauma privato, bensì una direzione politica.
È arrivata in Sicilia per la sua prima campagna elettorale, quella in cui, scandalosamente per l’epoca (e forse neanche troppo più che oggi), il Partito Radicale aveva deciso che tutte le capolista dovessero essere donne.
Davanti a lei, una piazza di soli uomini con giacche scure, coppole e in silenzio. Intorno finestre rigorosamente chiuse. Il Sud esattamente come ce lo hanno sempre raccontato: immobile, conservatore, impermeabile al cambiamento.
Lei comincia a parlare convinta di aborto, di corpo, di autonomia, di libertà di decidere. Senza esitare.
E quando finisce quelle finestre si aprono una dopo l’altra. Le donne, invisibili fino a un istante prima, chiuse dietro le persiane come dietro una legge, si affacciano ad applaudire.
Fu un battesimo politico più che un mero aneddoto di cronaca. Lì Emma Bonino capì due cose che avrebbe portato con sé per cinquant’anni: che la sua non era una battaglia solitaria, e che dietro la facciata rigida di una società c’era un desiderio profondo, trattenuto, quasi feroce, di essere ascoltate.
Mentre gli uomini restavano immobili, le donne scelsero da che parte stare.
Emma Bonino è morta l’11 settembre, a Roma, a settantotto anni. Martedì, in Campidoglio, l’Italia le riconoscerà i funerali di Stato.
Ed è la più ironica delle conclusioni per una donna che di quello Stato è stata per decenni la coscienza scomoda: arrestata nel 1975 per aver accompagnato altre donne ad abortire, autodenunciatasi, incarcerata. Un anno dopo, eletta in Parlamento.
Non chiese mai di essere assolta. Chiese che la legge cambiasse. È tutta lì la differenza tra il lamento e la politica. Dei monumenti diffidava, e lo diceva con quel misto di asprezza e allegria che era il suo tono naturale: “Per tutta la mia carriera mi hanno detto: un giorno ti faranno un monumento. Avrei preferito essere amata di meno e votata di più.”
Rileggiamola bene, quella frase, in questi giorni di cordoglio unanime e trasversale. Perché il monumento è il modo più elegante che una classe politica conosce per mettere in sicurezza una persona scomoda: la si celebra per non doverla più seguire. È l’omaggio come forma sofisticata di rimozione.
Il suo lascito più urgente però non riguarda le sue vittorie ma la loro fragilità. Emma Bonino ripeteva che i diritti non sono acquisti definitivi ma esercizi quotidiani: “sono come l’aria: finché c’è non gli dai peso, quando non c’è più capisci che hai un disperato bisogno di respirare.” Esistono, diceva, solo se abbiamo la forza di curarli e sostenerli ogni giorno.
Nel 1978 poteva sembrare una figura retorica. Nel settembre 2026 è una diagnosi clinica visto il tenore dell’attuale dibattito politico e dei partiti estremisti emergenti.
Con il rischio di retrocedere piuttosto che aumentare le tutele femminili, trasformando facoltà esigibili in percorso a ostacoli, con lo Stato che riprende posto nella stanza dove una donna decide di sé. La stessa stanza da cui i radicali lo avevano fatto uscire cinquant’anni fa.
Le finestre di Cefalù si possono richiudere una dopo l’altra, in silenzio, senza che nessuno debba dichiararlo.
C’è poi una seconda lezione, meno citata e più affilata.
A chi voleva leggere ogni vicenda femminile come una questione di genere, Bonino rispondeva con impazienza: “Le donne al potere sono spesso ‘figlie di’, ‘mogli di’. Non ridurrei la vita e le idee di Benazir Bhutto (prima donna a guidare un Paese a maggioranza musulmana) a una questione di genere.”
Non ha mai chiesto di essere protetta in quanto donna. Non si è mai accontentata del posto che il potere concede alle donne come decorazione della propria modernità. Voleva competere, decidere, rispondere delle proprie scelte. Una libertà molto più esigente della rappresentazione: quella di essere giudicata per le idee e non per la presenza.
Chi oggi celebra le quote e poi lascia le stesse donne, ad esempio, senza un consultorio dovrebbe rileggerla due volte. E qui il confronto con il presente smette di fare comodo a tutti.
Lei praticava una politica di corpo e di rischio, fatta di digiuni, carcere, referendum, campagne internazionali che trasformavano emergenze umanitarie in questioni di diritto con metodo, ostinazione e risultati misurabili.
Perdeva spesso ma si ricandidava sempre.
Oggi abbiamo il contrario esatto: l’onnipresenza senza esposizione. Dichiarazioni che non impegnano, indignazione a costo zero, campagne permanenti e decisioni rinviate, la conversione integrale della politica in comunicazione. Abbiamo scambiato la visibilità per il coraggio e poi ci consoliamo dicendo che la politica è morta. Lei rispondeva così: “Dicono che la politica è morta. Forse quella di palazzo, ma la politica intesa come impegno sui temi che riguardano la vita, la dignità e la libertà delle persone ha una grandissima voglia di partecipazione.”
Non era ottimismo. Era un’accusa. Se la politica agonizza non è perché i cittadini si sono stancati, ma perché chi la esercita ha smesso di occuparsi delle cose che riguardano la vita delle persone, preferendo il perimetro protetto delle carriere e delle correnti.
Il disgusto si capisce, avvertiva parlando ai giovani nel 2018. Ma, la lezione più grande soprattutto per le donne, è che il vuoto non esiste: se quello spazio non lo occupi tu, lo occuperà qualcun altro.
Se quello spazio non lo occupi tu, lo occuperà qualcun altro!
Non la ripeteremo mai abbastanza.
Scrivetela sui muri delle nostre città distratte. Delle nostre assemblee vuote. Dei nostri territori dove si aspetta sempre che arrivi qualcuno da fuori a risolvere.
Diceva di aver avuto un privilegio: poter vivere facendo l’unica cosa che le appassionava. Credeva, fino all’ultimo, che il dialogo non fosse il ripiego dei deboli ma lo strumento dei forti e che non esistesse alternativa al confronto, nemmeno quando il confronto sfianca e non produce applausi.
Dunque, non serve un monumento per Emma Bonino. Le sarebbe servito, per tutta la vita, qualche voto in più per portare avanti le sue grandi battaglie di civiltà.
A Emma Bonino piaceva ricordare una frase di Leonardo Sciascia, candidato con il Partito Radicale nel maggio del 1979, venendo eletto sia alla Camera dei deputati sia al Parlamento europeo: “Siete come delle candele. Quando tutte le lampade sono accese, non solo non si vedono ma sono anche inutili. Però al primo cortocircuito le candele saranno indispensabili”.
È la cosa più intelligente che si possa dire a un ragazzo che oggi si affaccia alla politica. Perché le candele non si fabbricano durante il blackout, si accumulano prima, negli anni in cui sembrano superflue.
E ai giovani insegniamo l’esatto contrario, cioè a stare accesi quando c’è luce: essere presenti, piacere, non dividere, non esporsi su niente che costi. Li formiamo all’eccesso di visibilità. Oppure, peggio, gli diciamo di stare alla larga perché la politica è sporca per garantire efficacemente che nulla cambi.
Essere candela è studiare un dossier che forse nessuno leggerà, presentarsi anche ad un’assemblea mezza vuota, perdere e non arrendersi. Costruire competenze, perché il giorno in cui serviranno non ci sarà tempo per costruirle. Emma Bonino è stata quella candela ed è normale sentirsi un po’ più al buio ora.
Ma le candele non si accendono da sole, si accendono una con l’altra, e quello che resta da fare è più semplice e più difficile di una commemorazione: parlare a chi non ha voce, sfidare l’immobilità apparente, non avere paura del silenzio attorno. Continuare a parlare in piazze con finestre che sembrano chiuse perché qualcuno, dietro le persiane, sta ascoltando e può ancora decidere di aprire.
Grazie Emma per essere stata una donna militante, avanguardista e di frontiera, una donna che ha davvero combattuto per le altre donne, a prescindere dagli schieramenti, al posto giusto ovunque.
E questo testimone, adesso, chi lo raccoglie?
Perché in un ceto politico che misura ogni parola sul sondaggio del giorno dopo, che si indigna su ordinazione e non ha mai pagato un prezzo personale per un’idea, fatico a vedere qualcuno disposto a farsi arrestare per un principio, a digiunare per una legge, a perdere dieci volte per vincere una volta sola. I politici di oggi temono il cortocircuito solo quando salta la loro corrente… e se davvero non c’è nessuno, allora la domanda non riguarda più loro, ma noi: cosa stiamo aspettando per accendere la nostra candela?
*Giovane ricercatrice e imprenditrice reggina
