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Così Lotito ha guarito la Reggina dalla sindrome di Calimero

di Paolo Ficara – Per non perdere un anno, ne abbiamo persi tre. Chissà dove sarebbe oggi la Reggina, come categoria, se nel settembre 2023 non fosse stata adottata la scelta esiziale: ripartire subito, e con la peggiore compagine societaria possibile. La certezza è che ne è venuto fuori un triennio all’insegna del… vivacchiare.

Oggi la Reggina riparte ancora dalla Serie D, dopo uno spreco di tempo (parecchio) e di denaro. Ma probabilmente, riparte con qualche retaggio mentale in meno.

Sono stati tre anni in cui al tifoso reggino è stato fatto – o tentato di fare – il lavaggio del cervello. Inoculando il concetto che la nostra dimensione fosse ormai questa. Instillando il terrore di avere un proprietario che spende. Come se al mondo esistessero solo truffaldini, che appena vanno ad ingaggiare un attaccante di nome aprono l’anticamera del fallimento. Insistenti oltre l’inverosimile i paragoni con i presidenti di Trapani e Siracusa.

Come se Trapani e Siracusa abbiano qualcosa a che spartire con la Reggina, in termini di blasone.

Claudio Lotito ha rilevato la Reggina a zero o poco più, come quote societarie. Vedendosi indotto a pagare gran parte di quei debiti, sottaciuti dai più o quasi quasi portati ad esempio di corretta gestione societaria. Soldi con l’elastico. Pratica ormai diffusa, nel calcio italiano: ossia il prestito soci. Fin quando non arriva un fesso che te li copre. Lotito fesso non è, ma aveva dato la parola al sindaco Cannizzaro. Qualcun altro, forse, aveva dato la parola che l’ammontare dell’esposizione fosse di gran lunga inferiore.

Ciò che non ha prezzo, ma che Lotito ha acquistato senza accorgersene, è la medicina – a proposito, sembra si siano levate anche quelle – che consente ai tifosi amaranto di guarire dalla sindrome di Calimero. Ossia la convinzione di essere ormai troppo “piccoli e neri” per il calcio italiano. Che bisognava accontentarsi di uno che non ci fa fallire. Come se rimanere in D non sia, in sé e per sé, un continuo fallimento.

Guai a generalizzare. La stragrande maggioranza di mass media e tifoseria, è composta da gente per bene ed attaccata visceralmente alla Reggina. Ma è ormai innegabile: negli ultimi anni, giornalisti e tifosi hanno dovuto subire prediche da parte di chi, con gli scheletri nell’armadio, pensava di poter insegnare agli altri come si fa informazione o come si tifa. Dall’altro lato, c’è stata una compagine societaria molto più attenta a raccattare consensi – o ad evitare contestazioni – che ad ingaggiare attaccanti validi.

Un bell’anno sabbatico sarebbe tornato utile per indurre questi santarellini a tirare pietre al mare, interrompendo lo spasso a chi usa la Reggina per il proprio tornaconto. Permettendosi pure l’ardire – giammai il lusso – di accusare gli altri di criticare per interesse personale. Come se servisse chissà quale oscura ragione, per dare dell’incapace a chi non è mai stato primo in classifica per tre lunghi anni.

La campagna acquisti della Reggina va sicuramente completata. E con l’artiglieria pesante, in avanti. Sapere di trattative per gente come Kikko Patierno, che ad Avellino guadagna più di Bolzicco, Barranco e Ferraro messi assieme, ci mette di buon umore. Se aggiungiamo che l’obiettivo ulteriore è uno come Massimo Coda, non resta che rimanere in attesa.

Ovviamente bisogna mettere in conto che il ds Romairone non conosce la categoria. Mentre il mister Marchionni non conosce il girone. Se su quindici acquisti ne verranno sbagliati tre o quattro, il direttore sportivo avrà fatto ampiamente il proprio dovere. Il problema degli ultimi anni, è che tale numero era al rovescio. Il paradosso è che non ce la sentiamo nemmeno di addebitare a Bonanno le sei campagne acquisti una più insensata dell’altra, dato che un po’ tutti mettevano bocca.

Tra giocatori già ufficializzati (Baggi, Abonckelet, Rotulo, Alma, Guida) ed altri in attesa di annuncio (Acquadro e Lancini), la Reggina si è già assicurata elementi che sarebbero titolari in qualsiasi squadra di Serie D. Taluni, anche in C. E con diversi campionati vinti alle spalle. Alcuni degli under ingaggiati, non li conosciamo. Di conseguenza, non ci pronunciamo affatto.

L’unica osservazione possiamo muoverla circa la “distribuzione”. A meno che non si giochi con quattro under, in campo potrà andare un solo ragazzo nato nel 2006. Non conosciamo De Mori e Runza, entrambi 2007. Nel dubbio se si debba ritenerli pari o superiori rispetto a Rosario Girasole (’06), riteniamo che quest’ultimo possa essere penalizzato, qualora si puntasse su una coppia di portieri entrambi nati nel 2006. Forse è per questo che c’è in prova un portiere 2007 a Cantalupa.

La scelta dell’allenatore ci ha leggermente sorpreso. Marco Marchionni è abituato a giocare con il 3-5-2. Il Savoia ha vinto il girone I giocando a tre dietro. L’Inter ha vinto due degli ultimi tre scudetti, con due allenatori diversi, sempre disponendosi con il 3-5-2. Di base, lo riteniamo un modulo più adatto a squadre chiamate a mantenere la categoria. Non è detto che il mister utilizzi solo quel modulo. Anzi, l’ingaggio di Alma e Guida può far pensare più ad un tridente.

Di sicuro, specie guardando l’Inter, ricaviamo l’impressione che nel 3-5-2 siano le mezzali a fare la differenza. Ed infatti, il vero acquisto boom fin qui è Simone Franchini. Cosa ci faccia in D, è un autentico mistero. Averlo assieme a Nicolò Bianchi, sarebbe il top. Per caratteristiche, ci sta che venga setacciato il mercato per trovare un alter ego di Rotulo. Ossia un calciatore duttile, di grande fantasia, in grado di agire sia da mezzala sinistra nel 3-5-2, che da mezzapunta in un 3-4-2-1 o comunque in un assetto che preveda un trequartista.

In attesa delle amichevoli – fissate per 5, 9 e 13 agosto – ci godiamo l’assenza di quei veleni legati a chi si è scoperto fan del Molise. Per la Reggina è accaduto l’insperabile. Ossia, un cambio di proprietà che non solo ha evitato un nuovo probabile baratro. Ma che ci proietta non su un altro pianeta, bensì su un’altra galassia. Un sistema ci sarebbe, per mettere la Reggina al riparo da un fallimento a prescindere dalla solidità del proprietario: vendere lo stadio al club, o concederglielo per almeno 80 anni se non oltre.

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