Mohamed Amin Bassioud è morto suicida a 22 anni durante una perquisizione dei carabinieri. Secondo quanto testimoniato dalla madre, Mohamed viveva una condizione di forte disagio psicologico, aggravata dal fatto di essere agli arresti domiciliari. Quello che doveva essere un controllo di routine si è trasformato in una tragedia. Le forze dell’ordine riferiscono di aver rinvenuto circa cento grammi di hashish e di aver quindi ammanettato il giovane, il quale si sarebbe poi lanciato dal balcone. La madre contesta con fermezza questa ricostruzione.
Quello che appare ormai evidente nel nostro Paese è che le forze dell’ordine non dispongono di una formazione adeguata per affrontare situazioni che coinvolgono persone con fragilità psichiche, come nel caso di Mohamed e, prima ancora, di Abderrahim Fakir a Bologna. In circostanze di questo tipo, l’approccio repressivo e coercitivo continua troppo spesso a prevalere su quello della tutela della persona, con conseguenze talvolta drammatiche.
Non si può ignorare la testimonianza della madre di Mohamed, che riferisce circostanze che, se confermate, renderebbero questa vicenda ancora più grave. Sostiene infatti che il figlio sarebbe stato chiuso nella propria stanza senza la possibilità di ricevere il suo aiuto e che le sarebbe stato impedito di raggiungerlo e prestargli soccorso fino all’arrivo del 118. Dalla lettera del suo avvocato emerge inoltre che Mohamed aveva già tentato il suicidio ed era seguito da una struttura specializzata. Sempre secondo il legale, il ragazzo viveva con il costante timore degli interventi delle forze dell’ordine.
Questa tragedia, purtroppo, non rappresenta un caso isolato. Sempre più spesso assistiamo a episodi in cui, durante perquisizioni o interventi delle forze dell’ordine, soprattutto giovanissimi arrivano a togliersi la vita. È un fenomeno che impone una riflessione profonda sul modello repressivo adottato nel nostro Paese. Mohamed si trovava agli arresti domiciliari per un procedimento legato alle droghe leggere, non per reati di sangue. Anche alla luce del dibattito sulla giustizia, riteniamo sia arrivato il momento di affrontare con coraggio il tema della depenalizzazione delle droghe leggere, superando un approccio che continua a criminalizzare migliaia di giovani senza produrre maggiore sicurezza per la collettività.
Mentre Cosenza è sempre più schiava del traffico e del consumo di cocaina, fenomeni che alimentano il potere della criminalità organizzata e producono un enorme danno sociale, si continua a concentrare una parte significativa dell’azione repressiva su vicende legate alle droghe leggere. È una strategia che non ha prodotto né maggiore sicurezza né una riduzione del consumo di sostanze e che merita di essere profondamente ripensata.
Ci auguriamo che la magistratura faccia piena luce su quanto accaduto, accertando ogni eventuale responsabilità. Ma è altrettanto necessario lavorare affinché tragedie come questa non si ripetano. Non possiamo più accettare che delle persone perdano la vita durante interventi nei quali lo Stato dovrebbe garantire innanzitutto la tutela della loro incolumità.
Noi di Rifondazione Comunista siamo convinti che la sicurezza non si costruisca attraverso la repressione indiscriminata, ma investendo nella salute mentale, nei servizi sociali, nella prevenzione, nella riduzione del danno e in un sistema di giustizia capace di coniugare legalità, diritti e dignità della persona. Una società più giusta è una società che cura, accompagna e previene, non una società che risponde a ogni problema con la sola logica della punizione.
