di Alfredo Muscatello – A Reggio Calabria il dibattito politico ha assunto da tempo una forma curiosa, sembra una partita giocata guardando più il campo dell’avversario che il proprio.
Si commentano errori, si amplificano scivoloni, si costruiscono narrazioni di consenso o di fallimento. Ma raramente si torna alla domanda più semplice e, forse, più importante, che tipo di sindaco servirebbe davvero a questa città?
L’alternanza politica, di per sé, è una cosa sana. In una democrazia matura è normale che una coalizione governi e che un’altra provi a sostituirla. La vittoria dell’una o dell’altra dovrebbe dipendere semplicemente da una cosa, la capacità di convincere i cittadini di avere un progetto migliore per il futuro.
Negli ultimi anni l’amministrazione guidata da Giuseppe Falcomatà ha attraversato una fase complessa. La vicenda giudiziaria che ha portato alla sua sospensione ha inevitabilmente rallentato la macchina amministrativa e congelato molti processi decisionali. Poi però qualcosa si è rimesso in moto. Anche grazie ai fondi del PNRR, nell’ultimo periodo diversi cantieri hanno iniziato a respirare. Non è un miracolo politico, è il ciclo naturale delle amministrazioni pubbliche, dove spesso i risultati arrivano nella seconda parte del mandato.
C’è però un elemento che difficilmente può essere ignorato. L’amministrazione si è trovata a governare una situazione finanziaria estremamente complessa, ereditata da stagioni precedenti, e oggi consegna alla città conti pubblici finalmente in equilibrio. In una città abituata per anni a convivere con bilanci fragili, questo non è un dettaglio tecnico: è il punto da cui qualsiasi futuro amministrativo dovrebbe ricominciare.
Dall’altra parte, l’opposizione ha scelto spesso una strategia di logoramento aggressiva. Una costruzione muscolare del consenso, un po’ come gli steroidi in palestra, gonfiano il volume del discorso pubblico, ma rischiano di lasciare poca sostanza quando arriva il momento di governare davvero.
Il vero nodo, però, sono i candidati.
Nel campo progressista si muovono figure con esperienza che però faticano a incarnare un entusiasmo collettivo. Nel centrodestra esistono personalità con un capitale politico definito, come Francesco Cannizzaro o Giusi Princi, fino all’ombra lunga di Giuseppe Scopelliti. Tre cavalli potenzialmente competitivi per rappresentanza.
Eppure rimane una sensazione strana, il sindaco ideale per Reggio sembra non essere ancora entrato in partita.
Forse perché la città avrebbe bisogno di qualcosa di diverso. Qualcuno capace di non essere prigioniero dei partiti, che scelga collaboratori per competenza e non per peso elettorale. Un sindaco che abbia un contatto diretto con la città, ma non nel vecchio senso clientelare degli anni Novanta: non il favore in cambio del voto, ma l’ascolto reale dei problemi e la capacità di trasformarli in decisioni pubbliche.
Poi c’è un altro aspetto, meno discusso ma decisivo: la cultura.
Non come ornamento, ma come strumento di governo. Reggio non è soltanto un comune che deve asfaltare strade o sostituire lampioni; è una città affacciata sul Mediterraneo, custode di una storia millenaria, dove il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria conserva opere che appartengono all’immaginario del mondo intero, come i Bronzi di Riace.
Una città così non può limitarsi alla manutenzione dell’esistente. Deve avere una visione capace di tenere insieme turismo, ricerca, università, impresa, Mediterraneo.
Guardo Reggio ogni giorno attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. E la fotografia, in fondo, insegna una cosa molto semplice, non tutte le immagini raccontano la verità nello stesso modo.
Esistono fotografie costruite per sedurre lo sguardo, luci perfette, colori saturi, composizioni studiate per impressionare chi guarda. Funzionano, colpiscono, ma spesso raccontano più l’abilità di chi le ha costruite che la realtà che pretendono di mostrare.
E poi esistono altre immagini. Quelle magari meno patinate, quelle che finiscono in una scatola di ricordi o in un cassetto di famiglia. Con il tempo acquistano valore perché contengono qualcosa di più difficile da costruire, un frammento autentico di vita.
La politica, oggi, sembra oscillare tra queste due fotografie.
Da una parte immagini molto costruite, molto rumorose, perfette per lo schermo di uno smartphone. Dall’altra la realtà quotidiana di una città che ha bisogno di cura, competenza e visione.
Guardando Reggio attraverso il mirino della macchina fotografica provo spesso un sentimento doppio, amore e rabbia. È lo stesso che si prova davanti a un figlio pieno di talento che però decide, ogni tanto, di non impegnarsi abbastanza.
La voglia di rivalsa in questa città si sente, è quasi fisica. Ma troppo spesso viene calpestata da visioni miopi e da una narrazione pubblica sempre più povera.
Per cambiare prospettiva a una fotografia basta fare un passo di lato. Per cambiare prospettiva a una città serve lo stesso coraggio, smettere di guardare il riflesso deformato dei social e tornare a osservare la realtà per quella che è.
Con tutta la sua bellezza.
E con tutta la sua fatica.
La domanda, alla fine, resta la stessa.
Reggio Calabria sarebbe pronta a riconoscere e votare il sindaco di cui avrebbe davvero bisogno?
Perché a volte il problema non è che il candidato giusto non esista.
Il problema è che una città incontra il sindaco di cui ha bisogno solo quando è pronta a immaginarsi diversa.
