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Minori stranieri e rischio devianza, Terragni: “L’accoglienza può fare la differenza”

Le condizioni vissute prima e durante il viaggio verso l’Italia, insieme alla qualità dell’accoglienza ricevuta una volta arrivati, possono avere un peso decisivo nel percorso dei minori stranieri non accompagnati e nel rischio che finiscano in situazioni di marginalità o nel circuito penale.

È quanto emerge dalla ricerca “I minori stranieri non accompagnati: accoglienza e rischio criminalità”, realizzata dall’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali Ets (Iprs) su iniziativa dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza.

A commentarne i risultati è la garante Marina Terragni, che richiama l’attenzione sulla presenza significativa di ragazzi stranieri soli nel sistema della giustizia minorile, invitando però a evitare letture semplicistiche del fenomeno.

«È oggettivo che il numero di minori stranieri non accompagnati che entrano nel circuito penale è particolarmente elevato e genera allarme sociale», afferma Terragni. Allo stesso tempo, sottolinea, «non si possono però criminalizzare né romanticizzare questi ragazzi».

Proprio dalla necessità di comprendere meglio le cause del fenomeno è nata l’indagine. Secondo la garante, lo studio mostra come ad aumentare la vulnerabilità dei minori siano soprattutto «le esperienze che precedono e accompagnano il loro arrivo in Italia».

Lo studio su 80 ragazzi nel circuito penale minorile

La ricerca, di carattere qualitativo, ha preso in esame 80 minori stranieri non accompagnati presenti nel circuito penale minorile. Tutti i ragazzi coinvolti sono maschi: 35 provengono dalla Tunisia, 27 dall’Egitto, mentre gli altri 18 appartengono complessivamente ad altre dodici nazionalità.

L’analisi è stata condotta attraverso interviste agli operatori degli uffici di servizio sociale per i minorenni e degli istituti penali minorili, con la collaborazione del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità.

Dai risultati emerge un quadro articolato, nel quale non è possibile ricondurre tutti i ragazzi a un unico modello migratorio o sociale.

«Non tutte le storie sono uguali», evidenzia Terragni. Anche quando il percorso migratorio è segnato da esperienze particolarmente difficili, infatti, le modalità con cui viene organizzata l’accoglienza possono incidere sulla stabilità del successivo percorso di integrazione.

Il ruolo dei Comuni

Uno degli aspetti centrali indicati dalla ricerca riguarda quindi la capacità dei territori di costruire attorno ai minori una rete stabile di sostegno.

Secondo Terragni è necessario «rafforzare la funzione dei Comuni come perni del sistema», perché proprio gli enti locali possono assicurare continuità nella presa in carico dei ragazzi e coordinare le diverse professionalità coinvolte.

La possibilità di creare una protezione realmente efficace dipende, sottolinea la garante, dalla capacità delle amministrazioni locali di mantenere nel tempo gli interventi e di mettere in collegamento servizi sociali, strutture di accoglienza e altre competenze chiamate ad accompagnare il minore.

La ricerca rientra in due progetti finanziati attraverso il Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (Fami), promossi dall’Autorità garante insieme al Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca), alla Fondazione Don Calabria per il sociale e all’Iprs.

Le attività si sono sviluppate lungo due direttrici: il monitoraggio della tutela volontaria dei minori stranieri non accompagnati e la promozione dell’affido familiare.

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