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Al Globo Teatro Festival La voce spezzata del riscatto: “Ultima notte Mia. Mia Martini. Una vita”

Nel cartellone della VII edizione del Globo Teatro Festival – Teatro in Periferia organizzato dalla compagnia Officine Jonike Arti con la direzione artistica di Maria Milasi e Americo Melchionda, la cornice dell’Arena Lungomare di Pellaro si trasforma nel teatro intimo e viscerale di un congedo: va in scena Ultima notte Mia. Mia Martini. Una vita, testo firmato da Aldo Nove, interpretato da Erika Urban con la regia di Michele De Vita Conti. Un’iniziativa promossa dalla Città di Reggio Calabria nell’ambito del progetto “ReggioFest2026: cultura diffusa” e cofinanziata a valere sul Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura.
L’opera sceglie di non percorrere il sentiero rassicurante e didascalico del biopic musicale classico. Nove costruisce, invece, una drammaturgia poetica e lacerata, sospesa su quella soglia fatale, l’ultima notte appunto, in cui memoria, dolore e canto si fondono in un soliloquio confessionale. La figura di Mimì viene spogliata dell’oleografia postuma e restituita alla sua verità più nuda: una donna dilaniata dalla violenza sistemica di un ambiente che l’ha etichettata, isolata e condannata, ma che non è mai riuscito a soffocarne la statura artistica.
Erika Urban sostiene l’intero peso scenico con una prova di rara generosità e adesione corporea. Più che cercare una mimesi esteriore o una sterile imitazione vocale, l’attrice evoca l’anima ferita di Mimì lavorando sulle inflessioni spezzate del parlato, sui silenzi densi e sulla gestualità, ben sintetizzata già nell’iconografia dello spettacolo: braccia spalancate verso il vuoto, mani tese che oscillano costantemente tra il gesto di protezione dal mondo e l’abbandono catartico al proprio pubblico.
La regia di Michele De Vita Conti sceglie l’asciuttezza: niente sovrastrutture dispersive o facili compiacimenti scenografici. Il focus resta radicalmente puntato sulla parola poetica di Nove e sulla vibrazione emotiva del corpo in scena. Ne scaturisce un ritmo serrato che evita il patetismo, preferendovi la dimensione della testimonianza e della rivendicazione civile e artistica.
Ultima notte Mia riesce così a trascendere il semplice tributo. Si impone come una discesa lucida e commovente nelle stanze interiori di un’artista immensa, restituendo voce a quel grido di solitudine e bellezza che ancora oggi interpella e scuote la nostra coscienza collettiva.
Ad aprire la serata è stata Alessia Marra con Who, Me? uno spettacolo di danza contemporanea, la Marra si è distinta per una rigorosa essenzialità visiva capace di sprigionare una notevole forza espressiva.
La scena, dominata da uno spazio scuro e spoglio su cui spiccavano una scala a libretto e una moltitudine di palline da tennis sparse al suolo, ha costruito sin da subito un ambiente metaforico denso di tensione. In questo perimetro d’azione, la coreografia e l’interpretazione di Alessia hanno instaurato un dialogo serrato e tattile con gli oggetti: le palline, lungi dall’essere meri elementi scenografici, si sono trasformate in moltiplicatori di traiettorie, incarnando ostacoli, ricordi, attese o frammenti di un’identità frammentata e instabile.
La drammaturgia curata da Diego de la Rosa ha sorretto con precisione l’arco emotivo dell’opera, guidando il movimento tra cadute, ripartenze e posture di smarrimento e ascolto. Attraverso un lessico corporeo contemporaneo, a tratti fluido e a tratti spezzato, la danzatrice ha interrogato direttamente il pubblico e se stessa come suggeriva già il titolo alternando dinamiche a terra a improvvise proiezioni nello spazio.
Un lavoro intimo, compatto e incisivo, capace di trasformare un dispositivo scenico minimalista in una riflessione potente sull’equilibrio interiore, la vulnerabilità e il confronto con l’imprevisto.
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