“Ogni tanto la scienza avanza così: qualcuno prova a risolvere un problema piccolo e sbatte contro un problema enorme.
Il problema piccolo era un esercizio da ingegneri informatici: costruire un chatbot, un’intelligenza artificiale con cui conversare in calabrese. Un compito di programmazione, in apparenza. Ma appena ci si è messi al lavoro è emerso l’ostacolo che ogni calabrese conosce nel profondo e che nessun manuale dichiara: il calabrese, inteso come una lingua sola, non esiste. C’è quello di Cosenza e quello di Reggio, che quasi non si capiscono tra loro. La parlata cambia da un Comune al vicino; scavalcata una vallata suona già diversa; a volte basta attraversare un quartiere perché una parola muti forma o significato.
E soprattutto: non esiste da nessuna parte un archivio delle parlate calabresi a cui una macchina possa attingere.
A quel punto il problema si è capovolto. Prima di insegnare a parlare a una macchina, bisognava fare ciò che nessuno aveva mai fatto: raccogliere la voce di un’intera regione, paese per paese, prima che una parte di quella voce svanisse insieme a chi la custodisce.
Il problema informatico è diventato un problema sociale: un esperimento di citizen science su scala regionale, il primo di questa portata in Italia. E ha preso il nome di AI Calabria.
Ciò che un secolo di studi non ha potuto fare
Per capire la portata della cosa serve un passo indietro, ed è il passo che dovrebbe far drizzare le orecchie a chi si occupa di linguistica.
La Calabria è una delle regioni più studiate della dialettologia europea. Gerhard Rohlfs, il grande linguista tedesco, la percorse a piedi per decenni e il suo Dizionario dialettale della Calabria resta un monumento. Ma nemmeno Rohlfs, nemmeno l’Atlante Linguistico Italiano con i suoi punti d’indagine, hanno mai potuto coprire tutti i Comuni. Gli stessi studiosi lo hanno scritto: servirebbe un atlante linguistico ed etnografico che comprenda ogni singolo Comune della regione. Non è mai stato fatto. Non per pigrizia: perché una vita di studioso non basta, e nemmeno dieci.
Il motivo è strutturale. Il patrimonio linguistico non sta nelle biblioteche: sta dentro le persone, distribuito per paese, per mestiere, per età. Il pescatore ha i nomi dei venti, il muratore quelli degli attrezzi, la sarta i punti e i tagli, il medico condotto i nomi popolari delle malattie con cui i pazienti si presentavano in ambulatorio. Nessuno le sa tutte, nemmeno il più grande dialettologo vivente. È un fatto, non una metafora.
E da questo fatto discende una conclusione che la ricerca ha già formalizzato in altri campi con il nome di citizen science: quando un dato è distribuito su un territorio troppo vasto per qualunque équipe, l’unico strumento di rilevazione possibile è la popolazione stessa. È il metodo con cui milioni di appassionati hanno costruito il più grande archivio ornitologico del pianeta e con cui centinaia di migliaia di volontari hanno classificato galassie. Con una differenza che rende il caso calabrese anomalo anche per la letteratura scientifica: qui i cittadini non raccolgono dati su qualcosa. Li raccolgono su se stessi. Sono i ricercatori, gli strumenti di misura e l’oggetto della ricerca, nello stesso momento.
Il gioco in cui è l’intelligenza artificiale a fare le domande
C’è un elemento che distingue questa operazione da un appello alla buona volontà, ed è un rovesciamento che vale da solo il progetto.
Di solito siamo noi a interrogare le intelligenze artificiali. Qui succede il contrario: è l’AI a suggerire che cosa vuole sapere per imparare a parlare calabrese. Il gioco funziona così: la macchina indica ciò che le manca, una parola, un modo di dire, una pronuncia, e chiunque, di qualunque età e mestiere, può rispondere con il frammento che custodisce. Non serve sapere da dove cominciare: è la macchina, allieva e non maestra, a chiedere. E ogni risposta la avvicina di un passo a parlare come parla davvero questa terra.
Chi risponde ha un nome, dentro il progetto: Custode. Non utente, non volontario: Custode, perché ciò che deposita, una parola con la sua firma, il suo Comune e la sua data, resta legato per sempre al suo nome. E sopra i Custodi veglia il Guardiano digitale, la figura che protegge il patrimonio raccolto: vigila sui contributi, accompagna la validazione, custodisce ciò che la comunità ha messo in comune perché nulla vada disperso o travisato.
Il disegno della raccolta ha le caratteristiche di un protocollo, non di una colletta. La piattaforma è georeferenziata: ogni contributo viene legato al suo Comune preciso sulla mappa, con la sua scheda e il suo territorio. L’unità d’analisi non è “il calabrese”, non è la provincia, è il singolo paese, che è la risoluzione a cui la variazione linguistica esiste davvero. Ogni voce passa da una validazione prima di diventare pubblica. Si può registrare l’audio in diretta, nel momento in cui la persona parla: e questo è il dato più prezioso in assoluto, perché una parola scritta si può ricostruire, una pronuncia perduta no. E soprattutto: nessuna variante viene normalizzata. Nessun “calabrese medio” costruito a tavolino, che non si parla in nessun paese reale. La variazione, tra paesi e tra generazioni, viene conservata come oggetto di studio, non cancellata in fase di raccolta.
Sopra tutto vigila l’Osservatorio linguistico calabrese: mappe, grafi, analisi della copertura provincia per provincia. Mostra ciò che è stato raccolto, ma soprattutto ciò che manca: quali aree sono buchi neri, quali paesi hanno testo ma non voce. In termini di metodo è un cruscotto di campionamento in tempo reale, la differenza tra una raccolta scientifica e un accumulo di ricordi.
Dentro il corpus, insieme alle parlate romanze, ci sono le lingue che resistono da secoli come isole: il grecanico dei paesi intorno a Bova, che discende dai greci della Magna Grecia; l’arbëreshë degli albanesi arrivati cinquecento anni fa, che la Calabria ha accolto più di ogni altra regione d’Italia; l’occitano di Guardia Piemontese, unico lembo di lingua d’oltralpe nel cuore del Sud; e il romanì delle comunità rom, riconosciuto come patrimonio della Regione. Lingue che hanno attraversato imperi e persecuzioni e che rischiano di spegnersi proprio adesso, in questa generazione.
Il fulcro: le associazioni, non gli esperti
E qui l’esperimento sociale mostra la sua architettura, che è la parte più interessante per chi studia le comunità.
Al centro non ci sono gli esperti. Ci sono le Pro Loco, i circoli, le scuole, le parrocchie, i gruppi che da anni tengono viva la memoria dei paesi. Sulla piattaforma fondano le proprie squadre, le Compagnie, riuniscono soci, compaesani e famiglie, e si coordinano in uno spazio comune: una raccolta alla festa del santo patrono, un pomeriggio al circolo degli anziani, un giro nelle case di chi non esce più. Non un progetto calato dall’alto: una comunità che si mette in moto da sola, con i propri tempi e i propri volti.
Il motore che tiene tutto in movimento è la corsa dei Comuni. Ogni paese ha una classifica pubblica; ogni voce depositata da un Custode fa salire il proprio Comune e la propria squadra, e la corsa è visibile a tutti, in tempo reale, sulla mappa della regione. La rivalità tra campanili, che qui ha diviso per secoli, viene convertita in motore di raccolta dati. Ma con una torsione dichiarata: la vera vittoria non è battere il paese accanto. Se vince un paese, vince la Calabria intera. Per partecipare basta un telefono: si può salvare una parola in fila per un gelato, a una sagra, sotto l’ombrellone. E la partenza in piena estate non è un caso: è adesso che i calabresi tornano nei paesi, che i nonni hanno tempo di raccontare e i nipoti tempo di ascoltare.
C’è poi una scelta che rovescia il linguaggio abituale dell’inclusione, in una sezione intitolata Diversi. Abili. Questo lavoro si regge su memoria, ascolto e attenzione al dettaglio: cogliere la variante di un solo paese, la piega esatta di una vocale. Terreni in cui molte persone con disabilità non partecipano “anche loro”: spesso riescono meglio. E il progetto lo dichiara senza paternalismo: non sono accolte per generosità, sono volute, perché rendono il patrimonio più preciso. Non inclusione: convenienza collettiva.
Tre libri, uno dentro l’altro
A chi partecipa non resta un ringraziamento. Resta un libro. Anzi tre, annidati: il libro personale, con le voci che hai salvato tu; il libro dell’associazione, dove confluisce il lavoro della squadra; il libro del Comune, il ritratto vivo di come parla il tuo paese, con i nomi di tutti quelli che lo hanno reso possibile.
Non sono libri chiusi: crescono ogni giorno, a ogni parola depositata. Li apri oggi e hanno cento pagine; li riapri tra un mese e ne hanno centocinquanta. E non restano prigionieri di uno schermo: si scaricano gratuitamente e si stampano. Un’associazione può portarne una copia alla festa del paese, regalarla alla biblioteca comunale, distribuirla nelle scuole. Un patrimonio, per essere davvero salvato, deve poter tornare tra la gente: e infatti il materiale è di pubblico dominio, riusabile da chiunque, contributori in testa.
Le ricadute concrete sono già leggibili. Le scuole possono trasformarlo in un progetto didattico completo: studenti che intervistano i nonni e diventano ricercatori della propria storia, con lingua, tecnologia, territorio e cittadinanza in un’unica esperienza. I Comuni possono costruire, voce dopo voce, un museo digitale della propria parlata, consultabile da chiunque nel mondo: un richiamo per il turismo delle radici e uno strumento di studio per le Università. E per i sette milioni di calabresi nel mondo, quattro volte quelli rimasti, la piattaforma parla ora sette lingue, dall’inglese al portoghese del Brasile, con una regola sola: si traduce tutto, mai le parole dialettali. Chi vive all’estero collega il proprio Paese al Comune di famiglia, e ogni parola torna a casa. C’è di più: la lingua emigrata si congela, e il dialetto del 1962 conservato a Buenos Aires è oggi spesso più arcaico di quello parlato in Calabria. La diaspora non è un pubblico. È un giacimento.
A raccontare tutto questo in giro per la regione ci sono due figure digitali, Bergamotta ed Enotrio, il frutto che cresce quasi solo qui e il popolo che abitava questa terra prima dei Greci, che attraversano i luoghi simbolo della Calabria indossando le creazioni degli artigiani locali. L’ultimo racconto di Bergamotta, girato a Palmi, saluta l’associazione dei palmesi di Sydney: una città che manda un messaggio ai propri figli dall’altro capo del mondo.
La macchina obbedisce
E il chatbot da cui tutto è partito? È ancora lì, in fondo alla strada, in un percorso dichiarato in sei fasi che arriva fino all’addestramento di modelli capaci di rispettare le differenze tra un paese e l’altro. Ma il rapporto di forza si è rovesciato, e i promotori lo riassumono in una formula che è quasi un manifesto di politica tecnologica: non un’intelligenza artificiale che imiti la Calabria, ma una Calabria che insegni all’intelligenza artificiale come parla davvero. La tecnologia non comanda: obbedisce. Così, un giorno, un ragazzo che non ha fatto in tempo a imparare la lingua di suo nonno potrà comunque ascoltarla, e dentro quella voce ci sarà il pezzo che qualcuno, oggi, ha avuto la cura di salvare.
Perché il punto, alla fine, è la misura. L’UNESCO stima che entro fine secolo metà delle lingue del pianeta sarà scomparsa, e il meccanismo non fa rumore: una lingua non muore quando muore l’ultimo parlante, muore quando muore l’ultimo bambino che la impara. A questo si aggiunge oggi un rischio nuovo: le intelligenze artificiali imparano da ciò che è scritto, e ciò che non è dato, per una macchina, non esiste.
Contro tutto questo la Calabria ha messo in campo un gioco aperto a tutti, 404 schede comunali georeferenziate, un protocollo di validazione, un Guardiano digitale, un osservatorio, dieci squadre già attive e una corsa tra Comuni che chiunque può seguire in tempo reale. Nessun annuncio, nessuna attesa di fondi: un contatore pubblico che cresce o resta fermo.
«La Calabria non si salva da sola», dicono i promotori. Si salva, è la loro tesi, soltanto mettendo in comune ciò che ognuno custodisce e nessun altro conosce: diventando, insieme, il primo archivio vivente che questa terra abbia mai avuto.
È un’ipotesi. Come tutte le ipotesi serie, si può verificare. La verifica è in corso, ed è aperta a chiunque abbia una memoria e dieci secondi”.
Così in una nota ai.calabria.it.
