Finite le elezioni, la città torna improvvisamente silenziosa.
Si spengono le dirette social, diminuiscono le visite nei quartieri, spariscono sorrisi, strette di mano e disponibilità improvvise.
Il libro dei sogni, agitato durante la campagna elettorale, lascia rapidamente il posto alla cruda realtà quotidiana.
È un rito che si ripete puntualmente:
i cittadini vengono corteggiati, ascoltati, rassicurati, illusi. Poi, conclusa la bagarre elettorale, tornano lentamente ai margini della vita politica e amministrativa.
Sedotti e abbandonati.
Eppure, nonostante tutto, molti continuano a cascarci.
Forse per bisogno, forse per abitudine, forse perché in territori fragili la speranza resta spesso l’ultima cosa a morire.
Intanto le tante segreterie politiche aperte in ogni angolo della città abbassano rapidamente le saracinesche.
La calorosa apertura verso i cittadini si raffredda quasi immediatamente dopo il voto.
Ed è proprio questo uno dei problemi più evidenti della politica contemporanea:
il rapporto con i cittadini si intensifica durante la campagna elettorale, quando invece dovrebbe diventare più forte e concreto dopo.
Perché è dopo il voto che servirebbero veri luoghi di confronto permanente tra amministratori e cittadinanza.
Per questo sarebbe interessante trasformare almeno alcune delle tante segreterie politiche in:
⦁ centri permanenti di ascolto,
⦁ laboratori di proposta,
⦁ spazi di progettualità civica,
⦁ luoghi di formazione per amministratori pubblici e giovani interessati alla cosa pubblica.
Non semplici sedi elettorali destinate a vivere qualche mese, ma punti di riferimento stabili per la città.
Luoghi nei quali affrontare concretamente:
⦁ traffico,
⦁ periferie,
⦁ giovani costretti a partire,
⦁ servizi insufficienti,
⦁ ambiente,
⦁ cultura,
⦁ innovazione,
⦁ qualità della vita.
Forse così si ridurrebbe almeno in parte la distanza siderale che oggi separa politica e cittadini.
Forse chi amministra sarebbe costretto a scendere dal piedistallo e a confrontarsi davvero con la vita quotidiana delle persone, invece di limitarsi a osservarla attraverso filtri, relazioni e cerchie ristrette.
E forse proprio da un confronto autentico e continuo potrebbero emergere idee interessanti, progetti concreti e perfino nuove classi dirigenti più preparate, credibili e radicate nella realtà.
Perché una città non si rilancia con slogan, rendering o campagne elettorali permanenti.
Si rilancia costruendo comunità, partecipazione, ascolto e responsabilità condivisa.
