“Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per quanto accaduto nella giornata del 18 maggio 2026 allo stadio San Vito–Gigi Marulla di Cosenza durante la Partita del Cuore tra studenti, iniziativa nata sotto il segno della solidarietà e del sostegno all’Unicef e trasformatasi, secondo le ricostruzioni emerse, in una vicenda che pone interrogativi civili ed educativi che non possono essere ignorati.
Al di là delle responsabilità che spetterà agli organi competenti accertare, e al di là delle differenti versioni che stanno emergendo, un dato appare già evidente: quando un evento pensato per educare alla condivisione e alla partecipazione si conclude con un giovane trasportato in ospedale, la questione non riguarda più soltanto una cronaca sportiva. Riguarda il nostro modello educativo.
La scuola italiana insegna agli studenti la Costituzione, il valore del confronto democratico, il rispetto delle opinioni, la libertà di espressione e la partecipazione responsabile alla vita collettiva. Tuttavia, tali principi rischiano di trasformarsi in formule astratte se, nei luoghi pubblici, i ragazzi percepiscono che il dissenso possa essere considerato un problema da rimuovere anziché un diritto da gestire entro i confini della legalità e del rispetto reciproco.
Esiste una differenza sostanziale tra il contenimento di comportamenti violenti e il tentativo di impedire l’espressione di un’opinione. Le democrazie mature non temono il dissenso: lo regolano, lo ascoltano, lo educano. La libertà di espressione, sancita dall’articolo 21 della Costituzione, non coincide con il diritto all’insulto o alla provocazione, ma neppure può essere subordinata a logiche emotive o di opportunità.
Colpisce soprattutto il contesto in cui il fatto si è verificato: non una curva ultras, non una manifestazione di protesta organizzata, ma una giornata scolastica e solidale. Ciò dovrebbe indurre tutti – istituzioni, famiglie, scuola, società sportive e organizzatori – a interrogarsi su quale messaggio stiamo trasmettendo alle nuove generazioni.
Lo sport, nella sua funzione più alta, non è una semplice competizione: è un laboratorio di cittadinanza. È il luogo in cui si apprende che l’avversario non è un nemico, che il confronto non è uno scontro, che il dissenso non è una minaccia.
In questi anni assistiamo con crescente frequenza a un fenomeno preoccupante: la trasformazione di ogni divergenza in contrapposizione assoluta, di ogni critica in conflitto identitario. I giovani rischiano di crescere in un clima in cui prevale l’idea che si debba scegliere tra due estremi: tacere oppure urlare. La scuola, invece, ha il dovere di insegnare una terza via: quella del pensiero critico e del dialogo.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani auspica che venga fatta piena luce sull’accaduto e rinnova la propria vicinanza allo studente coinvolto e alla sua famiglia.
Al tempo stesso, riteniamo necessario che questa vicenda non venga archiviata come un semplice episodio di tensione legato a dinamiche sportive o a contrapposizioni locali. Quando un contesto nato per promuovere solidarietà, partecipazione e valori educativi si trasforma in uno scenario di conflitto, il problema supera la cronaca e assume una rilevanza culturale e pedagogica.
La questione che emerge riguarda il rapporto tra giovani, spazi pubblici e democrazia. Educare ai diritti umani significa insegnare che il dissenso non è una frattura da reprimere, ma una componente essenziale della vita democratica, purché esercitata nel rispetto delle persone e delle regole comuni. Al contrario, ogni tentativo di trasformare il confronto in contrapposizione o di percepire una voce critica come un elemento da neutralizzare rischia di alimentare una cultura dell’incomunicabilità e dell’esasperazione.
La scuola e le istituzioni hanno oggi una responsabilità ulteriore: restituire ai giovani il significato autentico della partecipazione civile. Perché una società democratica non si misura dall’assenza del conflitto, ma dalla sua capacità di gestirlo senza degenerazioni, senza intimidazioni e senza silenzi imposti.
Se i nostri studenti imparano che esprimere un’opinione può trasformarsi in motivo di tensione o di scontro, il rischio non è soltanto la perdita del dialogo: è la progressiva normalizzazione dell’idea che la forza possa sostituire il confronto e che il consenso sia preferibile alla libertà.
È su questo terreno che si gioca la sfida educativa più urgente del nostro tempo: formare cittadini capaci di convivere con le differenze, di sostenere le proprie idee senza violenza e di riconoscere nella pluralità delle voci non una minaccia, ma la condizione stessa della democrazia”.
Così Romano Pesavento, presidente CNDDU.
