Invertire visione e rotta, guardare a ciò che c’è invece che a ciò che manca, questa è la via per riscrivere la narrazione dei nostri paesi, delle aree interne. È questa l’esortazione che è giunta da Rigugghju Fest, il festival itinerante, organizzato dall’Associazione “We’re South”, accolto per la seconda edizione a Guardavalle superiore. Una kermesse che il Gal “Serre Calabresi” ha inteso patrocinare, data la valenza per il territorio, dimostrata anche dal grande successo e dall’affluenza di un elevato numero di partecipanti.
Il monito è emerso, in particolare, dal talk “Oltre lo spopolamento”, occasione di un ampio confronto tra amministratori, rappresentanti dell’associazionismo, accademici ed autorevoli esperti. In questo contesto, il termine “oltre” ha assunto un valore concettuale che richiama il superamento di limiti spaziali, temporali, ideali ed esistenziali, configurandosi come una spinta emotiva e motivazionale a valorizzare risorse e identità, ridestando orgoglio e spirito di appartenenza ai luoghi, con il coinvolgimento delle comunità.
Nell’ottica della promozione del patrimonio locale, è stato proposto un programma ricco di eventi e di proposte: dal trekking naturalistico, alle attività laboratoriali rivolte alle diverse fasce d’età, dedicate alla pittura collettiva, al telaio antico, alle erbe. Ed ancora musica, gastronomia, visite guidate a chiese e palazzi aperti.
«Parlare oggi del tema “oltre lo spopolamento” è una scelta forte e significativa» ha commentato il presidente del Gal “Serre Calabresi”, Marziale Battaglia intervenuto all’incontro.
«Per troppo tempo – ha osservato – i nostri paesi sono stati raccontati soltanto attraverso ciò che manca: abitanti che diminuiscono, servizi che si riducono, opportunità che sembrano allontanarsi. Ma noi abbiamo il dovere di cambiare sguardo. I borghi non sono il luogo del rimpianto: sono il luogo della possibilità. Sono presidi che possono ancora generare sviluppo, ricchi di storia, relazioni sociali, saperi antichi e nuove energie.
Andare oltre lo spopolamento significa, prima di tutto, andare oltre una lettura rassegnata del territorio. Significa capire che non basta denunciare il problema: bisogna costruire risposte. E le risposte si costruiscono creando condizioni concrete, rendendo i borghi vivi, accessibili, attrattivi, capaci di generare occasioni di lavoro, perché restare, tornare o scegliere di investire nei nostri paesi deve essere una possibilità reale».
La rinascita vera, ha proseguito il presidente, «avviene quando c’è, appunto, un “Rigugghju”: quel giusto fermento che spinge una comunità a voler tornare protagonista del proprio destino. Accade quando cittadini, associazioni, amministrazioni, imprese, giovani e mondo della ricerca si riconoscono in una direzione comune e diventano parte attiva del cambiamento.
Come GAL, noi ci collochiamo esattamente in questo spazio, che unisce visione e concretezza. che trasforma le idee in progetti e i progetti in azioni. Il nostro compito non è soltanto accompagnare nei finanziamenti o nelle misure di sostegno, ma promuovere reti territoriali, mettere in connessione le energie migliori e aiutare i territori a trasformare le proprie vocazioni in opportunità tangibili».
Un primo cambio di passo c’è stato: «rispetto a diversi anni fa, quando ci si confrontava soprattutto su ciò che si poteva immaginare e progettare, oggi possiamo dire di essere andati avanti. Stiamo mettendo in campo finanziamenti importanti: dalla Strategia nazionale per le aree interne ai fondi ministeriali. Abbiamo, ad esempio, un progetto molto importante con il Ministero del Turismo per la creazione di una nuova destinazione turistica, con risorse destinate anche alla formazione di nuove figure strategiche, come le guide escursionistiche e gli animatori di comunità.
Ma soprattutto stiamo lavorando per costruire una rete di operatori, perché oggi il vero salto di qualità sta nel mettersi insieme. Per troppo tempo la diffidenza, alimentata anche da retaggi del passato, ha indebolito la capacità dei nostri territori di fare sistema. Oggi, invece, è necessario cooperare, perché soltanto insieme possiamo essere più forti, più credibili e più competitivi.
Dobbiamo quindi riscrivere la narrazione del Sud, come proposto dal festival. Non un Sud da compatire, non un Sud da raccontare sempre e solo attraverso i suoi ritardi, ma un Sud che sa esprimere qualità, autenticità, bellezza, competenze e capacità di innovazione.
Le aree interne non sono margini: possono diventare laboratori di un nuovo modello di sviluppo, più sostenibile, più umano e più radicato nei territori».
Un plauso da parte del presidente del Gal è stato rivolto ai componenti di “We’re South”, valenti professionisti, «non soltanto per l’organizzazione della bellissima iniziativa, ma soprattutto per tutto quello che stanno facendo, a mani nude, da diversi anni. Pionieri di una nuova frontiera per i nostri borghi, apripista di una via di rinnovamento, che chi verrà dopo potrà percorrere con meno fatica e con molta più fiducia».
