«Quello che è accaduto ieri negli uffici del Consiglio regionale non è un semplice passaggio tecnico. È un fatto politico gravissimo. È stato impedito, nei fatti, l’esercizio di uno strumento previsto dalla Costituzione, negando ai cittadini calabresi la possibilità di esprimersi su una modifica fondamentale dello Statuto».
Lo afferma il consigliere regionale Enzo Bruno, capogruppo di Tridico Presidente, tra i firmatari dell’istanza di referendum popolare depositata sul testo di riforma approvato dal Consiglio, il cui iter il Segretariato generale ha ritenuto non possa essere avviato.
«Abbiamo esercitato una prerogativa chiara, prevista dall’articolo 123 della Costituzione. Non un atto politico simbolico, ma un diritto pieno, che consente a un quinto dei consiglieri di chiedere che siano i cittadini a decidere. Di fronte a questo, abbiamo trovato un muro. Ci è stato detto che la procedura “non può essere avviata”. Ma questo significa, nella sostanza, impedire ai calabresi di scegliere».
Per Bruno, il punto è dirimente: «Non siamo davanti a un tecnicismo, ma a una compressione inaccettabile della democrazia. Una legge regionale non può svuotare un diritto costituzionale. Può regolarlo, ma non può renderlo impraticabile. Qui, invece, siamo di fronte a uno strumento che esiste sulla carta ma viene negato nei fatti».
«La Calabria ha bisogno di altro, non di poltrone che servono solo a mantenere gli equilibri interni della maggioranza di centrodestra, con uno spreco enorme di risorse – affonda ancora Bruno –. I calabresi, come ripetiamo da mesi, hanno bisogno di molto altro: prima di tutto di una sanità che funzioni, di servizi, di lavoro per i giovani, di misure che fermino lo spopolamento e di interventi di salvaguardia di un territorio martoriato dal dissesto. In poche parole, di risposte concrete su tutti i fronti. Invece si continua a usare il denaro pubblico per interessi che non rientrano certo nella tutela del bene comune».
«Noi questa battaglia la porteremo avanti fino in fondo. Perché qui non si tratta solo di una legge, ma di scegliere da che parte stare: dalla parte dei cittadini o da quella delle poltrone», conclude Bruno.
