Riceviamo e pubblichiamo:
“Gentile Direttore,
proprio oggi ho ritenuto opportuno inviare all’Accademia della Crusca e all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani la proposta di un nuovo termine linguistico: “stenogefirofobia”.
La parola deriva dal greco stenós (stretto), géphyra (ponte) e phóbos (paura) e indica, in senso figurato, la paura irrazionale del ponte sullo stretto, ovvero quella forma di opposizione ideologica che negli anni si è sviluppata attorno al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina.
Il dibattito su quest’opera, purtroppo, ha ormai superato il confronto tecnico ed economico. In molti casi siamo davanti a una vera e propria fobia: si inventano continuamente nuove teorie pur di sostenere che il ponte non si debba fare.
Negli anni si sono susseguite numerose argomentazioni contrarie spesso prive di basi tecniche. Prima si è parlato della famosa faglia dello Stretto, una faglia che sembra esistere solo quando si parla del ponte. Nelle stesse aree però si continuano ad autorizzare costruzioni e palazzi. Per le abitazioni il pericolo non esisterebbe, mentre per il ponte improvvisamente sì.
Un’altra teoria sostenuta nel tempo è quella secondo cui i treni non potrebbero transitare sull’infrastruttura. Nessuno però ha mai portato dati tecnici seri a sostegno di questa affermazione, mentre gli ingegneri e i progettisti che hanno lavorato al progetto hanno spiegato più volte che il traffico ferroviario potrà transitare senza problemi.
Lo stesso tipo di scetticismo esisteva anche in passato di fronte ad altre grandi opere. Quando venne costruita l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, molti professori universitari sostenevano che il viadotto Italia, allora il più alto del mondo, non sarebbe mai stato realizzabile o che sarebbe crollato nel giro di pochi anni. Oggi invece proprio quel viadotto rappresenta uno degli elementi fondamentali che hanno permesso di collegare la Calabria al resto d’Italia.
Negli ultimi giorni è emersa poi una nuova teoria tra gli oppositori del ponte: quella secondo cui l’infrastruttura potrebbe diventare un obiettivo militare in caso di conflitto.
Una tesi quasi surreale, se si pensa che in Italia esistono basi militari, porti con navi da guerra, depositi di munizioni e installazioni strategiche che, in caso di guerra, rappresenterebbero obiettivi ben più evidenti.
Inoltre, anche questa teoria non reggerebbe dal punto di vista logico. I traghetti continueranno a esistere anche dopo la costruzione del ponte, probabilmente con tariffe più basse grazie alla concorrenza. Sostenere quindi che l’eventuale distruzione del ponte interromperebbe i collegamenti nello Stretto è semplicemente privo di senso.
Per tutte queste ragioni ritengo che il fenomeno meriti una definizione precisa.
Siamo ormai davanti a una vera e propria stenogefirofobia, una paura irrazionale del Ponte sullo Stretto alimentata spesso da finti ambientalisti e da una certa sinistra che da sempre ostacola lo sviluppo del Mezzogiorno e il potenziamento delle infrastrutture nel Sud.
Il ponte rappresenta invece un’infrastruttura strategica per il futuro del Mezzogiorno.
Quando si arriva a inventare teorie di questo tipo per bloccare un’infrastruttura importantissima, simbolo del riscatto del Sud e del Mezzogiorno, capace di rafforzare i collegamenti ferroviari e di alta velocità in tutto il Mezzogiorno, significa che il dibattito non è più tecnico ma è diventato ormai psicologico”.
Il Presidente Prof. Veronese Simone Antonio
