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L’oscura morte di Giuseppe Giuliano al Pronto Soccorso di Vibo Valentia. Parlano i figli Stefano e Fabrizio: “È entrato con le sue gambe, è uscito morto. Sanità sciatta, inumana, e priva di empatia”

di Roberta Mazzuca – “Nostro padre stava bene, non ci saremmo mai aspettati potesse morire in questo modo”. È la prima cosa che i fratelli Stefano e Fabrizio Giuliano, nell’hotel di famiglia dove hanno deciso di raccontare ai microfoni del Dispaccio la triste vicenda che li ha visti protagonisti, affermano commossi. Lo affermano, è chiaro, in risposta alle recenti affermazioni del commissario straordinario dell’Asp di Vibo Valentia, Antonio Battistini, sulla morte di Giuseppe Giuliano, imprenditore di Ricadi, padre di quattro figli, deceduto in circostanze ancora tutte da chiarire il 14 settembre 2023 al Pronto Soccorso di Vibo Valentia. “Gli operatori del Pronto Soccorso si sono subito adoperati per risolvere il caso, che era arrivato già in una situazione di gravità in ospedale” – dichiarava infatti il generale Battistini in un’intervista rilasciata al ‘Fatto Quotidiano’.

Gravità, però, che non coincide con le condizioni di cui rendono conto i due fratelli da noi intervistati, dal cui colloquio emergono, in verità, diversi punti ambigui che avremmo voluto approfondire e, perché no, chiarire, insieme allo stesso Battistini. Invito al quale la direzione generale dell’Asp di Vibo Valentia ha sì risposto, informandoci però che “il dovere dell’azienda è fornire la versione dei fatti per come a noi nota, a tutela di chi lavora ogni giorno in condizioni di elevata complessità. Non intendiamo alimentare polemiche e attendiamo, con serenità, le conclusioni delle indagini dell’Autorità Giudiziaria. Per tali ragioni non possiamo aderire alla richiesta”. E proprio la versione dei fatti di medici e operatori o di chi li rappresenta avremmo voluto ascoltare, per dar loro la possibilità di raccontare la propria verità e tutelare il proprio lavoro, non per alimentare polemiche, ma per rappresentare il diritto di ognuno: quello di replica, quello di denuncia, ma soprattutto quello per cui ogni giornalista lavora, il diritto alla verità.

Le chiamate al 118, il commissario Battistini nega: “Non ci risultano”. La famiglia: “Abbiamo screenshot e tabulati”

In assenza della voce del commissario, allora, ci si limiterà semplicemente a raccontare ciò che la famiglia ha vissuto in quelle ore, tramite il dettagliato resoconto fornito ai nostri microfoni da Stefano e Fabrizio, i quali, ricostruendo proprio il momento di arrivo in Pronto Soccorso, evidenziano una realtà totalmente diversa da quella paventata al ‘Fatto Quotidiano’ dallo stesso Battistini. “Mio padre, quella mattina, – racconta il figlio Stefano – si è svegliato con un po’ di spossatezza, e con un gonfiore alla gamba. Gli abbiamo misurato la pressione ed era bassa. Così abbiamo cercato di inquadrare la situazione, di farlo rilassare e farlo stare tranquillo preparandogli anche del tè con delle fette biscottate. Tutto questo succedeva intorno alle 10 e 30. Per non stressarlo molto, abbiamo deciso verso mezzogiorno/l’una di chiamare un’ambulanza. L’ha chiamata mio fratello Tony due volte: la prima volta hanno risposto che ci sarebbe voluto un tempo di attesa di un’ora, la seconda volta addirittura due-tre ore. Tant’è che ci hanno detto che sarebbe convenuto portarlo direttamente in auto”. C’è poi stata una terza chiamata – precisa Fabrizio – per farci togliere dalla lista d’attesa, che è stato un nostro gesto di etica verso qualcun’altro che avrebbe potuto aver bisogno dell’ambulanza”. “Nel frattempo mio padre è andato in bagno, si è fatto la doccia da solo, si è sistemato, ha sceso le scale, seppur lentamente, sempre da solo e lo abbiamo accompagnato in ospedale” – conclude Stefano.

Già questa prima ricostruzione dei fatti da parte dei due fratelli stride fortemente con le affermazioni del commissario Battistini che, oltre a parlare di una evidente “gravità” del paziente, nega totalmente anche l’esistenza delle chiamate al Pronto Soccorso, affermando, sempre nell’intervista invece concessa al ‘Fatto Quotidiano’, che “non ci risultano chiamate del 118 per essere trasportato in ospedale”. Punto, questo, immediatamente smentito dai familiari che, in attesa dell’acquisizione dei registri di operatività delle ambulanze e dei tabulati telefonici tramite formale richiesta dell’avvocato Davide Vigna al Suem 118 di Vibo Valentia, forniscono i dettagli delle chiamate effettuate dal cellulare di Tony Giuliano al 118 tramite semplice verifica dell’account Vodafone. Dai documenti forniti, difatti, risultano chiaramente tre chiamate al 118, una alle 13 e 19, l’altra alle 13 e 31, e l’ultima delle 15 e 09. Si legge, infatti, nella nota difensiva a firma dell’avvocato Davide Vigna: “In ciò precisando, come da originaria denuncia-querela, che i figli del Sig. Giuliano avevano contattato il 118 alle ore 13.15 circa del 14 settembre 2023, e si erano visti rispondere dall’operatore che ‘i tempi di attesa erano di circa due – tre ore’. Ebbene, a fronte di ciò da verifica effettuata presso l’account Vodafone il sig.Giuliano Tonycristian ha potuto verificare l’esatto orario delle chiamate effettuate al 118 dal suo numero di cellulare. Appresso riportato lo screenshot delle risultanze del 14 settembre 2023, che V.S. potrà comunque acclarare dalla richiesta acquisizione dei tabulati. L’ultima delle chiamate, delle ore 15.09.32, era stata effettata dal sig. Giuliano Tonycristian al fine di comunicare al 118 che il paziente era già stato recato presso il Pronto Soccorso e che quindi non era più necessario l’arrivo dell’ambulanza, sicché il nominativo poteva essere depennato dalla lista d’attesa”.

Sembrerebbe, dunque, che queste chiamate siano state effettivamente operate, evidenziando la prima grande carenza di un sistema sanitario che, si sa, arranca già dai suoi primi passi, ovvero i primi soccorsi. “Due-tre ore di attesa” si sentono, infatti, rispondere i familiari di Giuseppe Giuliano nel richiedere un’ambulanza. Due-tre ore di attesa per un tragitto che, dall’hotel di famiglia in cui si trovavano all’ospedale di Vibo Valentia, durerebbe invece soltanto mezz’ora. Un’attesa che, a fronte della presunta gravità del paziente palesata da Battistini, avrebbe già potuto da sola, in assenza della possibilità dei familiari di recarsi autonomamente in ospedale, mettere inevitabilmente a rischio la sua stessa vita.

Codice giallo o rosso? La questione della “gravità” e la mancanza di informazioni

Ma il racconto prosegue, e le zone buie aumentano. “Siamo arrivati al Pronto Soccorso per le 15 e 10 circa, con mia madre” – prosegue il figlio Stefano. “Appena arrivati c’era pochissima gente, contrariamente alle altre giornate in cui solitamente la situazione è congestionata. Così, è stato fatto subito il triage”. E sul codice attribuito al paziente, e quindi sulla questione della “gravità”, le cose sembrerebbero meno chiare che mai: “Onestamente non si è ancora capito che codice gli hanno dato. È trapelato un codice giallo, quindi sono molto in contraddittorio anche fra di loro, a fronte delle dichiarazioni del commissario Battistini che ha invece classificato il paziente come ‘grave’”.

“L’ultima volta che ho visto mio padre è stato quando è sceso dalla macchina. Poi è entrato, e non l’ho mai più rivisto, se non morto” – racconta ancora Stefano evidentemente turbato. Nel lasso di tempo che intercorre tra l’arrivo in ospedale e la comunicazione ai familiari della morte di Giuseppe Giuliano, dicono i due, “non abbiamo avuto nulla: nessuna notizia, nessuna informazione, nessuna umanità”.
“Eravamo tranquilli, perché avevamo affidato mio padre a dei dottori, a degli esperti, e aspettavamo semplicemente le notizie che uno staff medico dovrebbe comunicare alla famiglia. E invece c’è stato solo un silenzio e un mutismo tombale. Non abbiamo visto nessuno uscire, se non la signorina che sta alla reception, che ci ha chiesto solo che farmaci prendesse mio padre”.

“Stanza gelida e nostro padre completamente vestito. Sembrava non fosse stato mai neanche visitato”

“Dopo circa un’oretta, un operatore dice a mia madre ‘eh signora, non ho chiesto nulla al dottore perché sta scrivendo, non so cosa dirle’. Intorno alle 17 e 30, mio fratello Tony effettua una chiamata a mio padre, che risponde, e dice: ‘A saperlo, mi sarei portato una coperta da casa. Si muore di freddo qua dentro’”. Un particolare che pare irrilevante, ma che acquisisce una sua importanza quando, ci dicono i ragazzi, una volta entrati in camera dopo la comunicazione della morte, hanno potuto constatare una temperatura glaciale non adatta a un ambiente adibito per degli ammalati e, dettaglio ancor più significativo, “nostro padre era ancora completamente vestito, con la cintura allacciata, come se non fosse neanche mai stato visitato” – affermano. Degli esami effettuati, poi, non si sa nulla, “e la TAC ci hanno detto che era rotta”.

Si legge ancora nella nota dell’avvocato Vigna: “Le circostanze sono oggetto di indagine da parte di V.S., ma è opportuno rimarcare l’attenzione di chi procede su un dato significativo.
I familiari del sig. Giuliano hanno riferito di avere ricevuto più telefonate dallo stesso allorquando questi era all’interno della saletta del P.S., e che in tali occasioni egli riferiva di avere freddo e di non aver ricevuto alcun tipo di attenzione. Ebbene, consta dalla verifica del registro chiamate reperibile online sull’account personale del numero intestato alla sig.ra Rombolà Anna Maria (moglie del sig. Giuliano Giuseppe) che costei aveva contattato il marito alle ore 17.37.31, ed aveva interloquito con lo stesso per 1 minuto e 20 secondi. Circostanza che risulta anche dal registro chiamate reperito dai familiari del defunto Giuliano Giuseppe sull’account dell’operatore UNO MOBILE relativo al numero intestato al figlio Giuliano Tonycristian (17.36, durata 23 secondi) ed una chiamata alle ore 17.37 al numero intestato alla moglie Rombolà Anna Maria – della durata di un secondo, a seguito della quale la moglie contatta direttamente il marito. Devesi precisare, in tal senso, che i registri ai quali si fa menzione e che vengono prodotti in copia contengono solo il riferimento delle chiamate effettuate e non anche di quelle ricevute in ragione del fatto che gli stessi hanno la funzione di mera verifica dei costi. V.S. potrà ulteriormente riscontrare quanto emarginato dalla richiesta acquisizione dei tabulati presso gli operatori telefonici.
Sia consentito di chiedersi, retoricamente, come sia possibile che un paziente giunto al P.S. in condizioni di gravità – e che, si dovrebbe ritenere sulla scorta di quanto affermato dal Generale Battistini, sarebbe stato immediatamente sottoposto alle cure ed alle terapie del caso – abbia potuto effettuare dall’interno, durante il ricovero e le conseguenti cure e terapie, telefonate ai propri familiari dal cellulare personale”.

“Dopodiché sempre mio fratello Tony – prosegue Fabrizio – chiama mia madre, dicendole di far portare una coperta a mio padre. In quel momento, una signora che ha accompagnato un paziente ci comunica di aver dato la coperta a mio padre, mentre gli operatori sanitari tabula rasa. Mia madre incalzava, chiedeva di poter stare con mio padre, ma le è stato categoricamente vietato trincerandosi dietro una ipotetica procedura Covid. Però, la signora, così come altre persone, sono entrate”.

Da una gamba gonfia al decesso, la comunicazione “sciatta” della morte: “Suo marito era malato gravemente”

“Mia madre ha acquisito negli anni quella che chiamo ‘un’economia d’esperienza’  in questo settore, per cui sa di medici, di ambienti medici, di procedure, e incalzava, dava indicazioni, ed è stata quasi vista come una minaccia” – afferma ancora Fabrizio. “Comunque, dopo queste chiamate, mio padre è stato accompagnato per fare i raggi. Dalle 18 in poi non abbiamo più avuto neanche una minima notizia, fino a quando con quella sciatteria, inumanità, non empatia di cui parlo anche nella lettera inviata al presidente Roberto Occhiuto, ci è stato comunicato davanti a tutti: ‘è morto’”.

Raccontano l’incredulità nell’apprendere la notizia, data non dal medico che si sarebbe occupato del caso, ma da due operatrici; raccontano, poi, anche la mancanza di spiegazioni, delle motivazioni che da una gamba gonfia abbiano potuto portare al decesso di un uomo: “Mi sono ritrovato in quella stanza con mio padre sul letto, morto – racconta ancora Stefano, che a stento trattiene le lacrime. “Mia madre ha chiesto spiegazioni al medico, e quello che si è sentita rispondere è stato: ‘ma lei non lo sapeva che suo marito era malato gravemente?’”. Il riferimento è a un intervento avvenuto due anni prima all’Ospedale Niguarda di Milano, da cui, assicura Fabrizio, “mio padre era ormai ampiamente guarito”.

“Un’altra cosa che è bene sapere è che le persone che erano lì fuori, avendo assistito a tutto questo, da mia madre che incalzava per avere informazioni, a quando è stato comunicato il decesso, hanno inveito contro chi ha comunicato a Stefano la morte di mio padre, perché erano anche loro incredule”. E conclude l’intervista Fabrizio, rispondendo apertamente proprio alle parole del commissario Battistini: “Ammettiamo che mio padre fosse grave. Se era così grave, perché non siete intervenuti? Perché non lo avete portato in reparto o in terapia intensiva? Il suo è un tentativo di arrampicarsi ai muri lisci. Quattro o cinque giorni fa, quindi, gli avvocati hanno presentato in Procura le memorie in risposta alle dichiarazioni del commissario dove si evince una documentazione che fa riferimento ai tabulati telefonici relativi alle utenze da cui sono partite le chiamate al 118. Quindi parliamo di tabulati telefonici interni della Vodafone, le chiamate del 118 per legge devono essere registrate, e non so come sia potuto uscire fuori con queste affermazioni”.

Un racconto straziante, colmo della perdita e del naturale dolore che ne deriva, ma carico anche di quell’impotenza di fronte alla gestione di una sanità sicuramente non al massimo della sua efficienza, una sanità che perde colpi e pezzi da ogni parte, che quei colpi li infligge a chi la opera e chi la subisce, e che, al di là delle colpe che saranno le indagini a chiarire, parrebbe aver perso ormai anche quella missione umana insita in questa professione. Un uomo arriva in ospedale con le proprie gambe, ed esce da quell’ospedale morto, senza che la famiglia abbia alcuna spiegazione a riguardo. Al di là di colpe e responsabilità, ci si chiede se sia normale che la sanità, simbolo di protezione, cura e difesa, possa restituire invece ai cittadini così tanta insicurezza, impotenza, paura, e un devastante senso di morte.

I fratelli Stefano e Fabrizio Giuliano

 

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