Dal contrasto al narcotraffico internazionale alla ricerca dei fuggitivi, la cooperazione tra le forze di polizia diventa uno strumento decisivo per colpire la ’ndrangheta oltre i confini nazionali. Dal 2020, il progetto I-CAN (Interpol Cooperation Against ’Ndrangheta), sviluppato da Interpol insieme al Dipartimento della Pubblica Sicurezza italiano, ha consentito di arrestare 181 persone legate all’organizzazione criminale in 32 Paesi. Tra queste, 70 erano latitanti.
L’attività investigativa ha registrato un’accelerazione anche negli ultimi mesi: dal 1° gennaio 2025 sono stati fermati 78 ricercati in 14 diverse nazioni. Numeri esaminati a Roma durante la sesta riunione dello Steering Committee dell’iniziativa, convocata per fare il punto sui risultati ottenuti e individuare le priorità operative per il futuro.
L’incontro è stato presieduto congiuntamente da Raffaele Grassi, vice direttore generale della Pubblica Sicurezza, e Harald Arm, direttore esecutivo per le Police Capabilities del Segretariato generale di Interpol.
Nel corso dei lavori, Grassi ha richiamato l’attenzione sulla dimensione globale della criminalità organizzata calabrese, descrivendola come una struttura capace di operare contemporaneamente in diversi settori illegali e di inserirsi nei circuiti dell’economia legale. Secondo il dirigente, la ’ndrangheta è oggi presente in almeno 85 Paesi e svolge un ruolo centrale nei traffici internazionali di cocaina, soprattutto lungo le rotte che collegano il Sud America all’Europa.
La pericolosità dell’organizzazione, ha evidenziato Grassi, non si esaurisce nel traffico di stupefacenti. La capacità di infiltrare imprese e istituzioni straniere si accompagna infatti all’utilizzo di strumenti tecnologici avanzati, comprese le criptovalute e le applicazioni dell’intelligenza artificiale, impiegati anche nelle attività di riciclaggio dei proventi illeciti.
La risposta investigativa, di conseguenza, deve necessariamente superare i confini dei singoli Stati. È questa la logica alla base dell’espansione del progetto I-CAN, passato dagli otto Paesi inizialmente coinvolti agli attuali 28.
Arm ha sottolineato proprio la necessità di affrontare il fenomeno attraverso un’azione condivisa a livello internazionale. La ’ndrangheta, ha osservato, non può più essere considerata soltanto un problema circoscritto alla Calabria o all’Italia, ma una minaccia transnazionale che impone scambi informativi costanti e interventi coordinati tra le autorità di diversi Paesi.
L’obiettivo del progetto è rafforzare questa rete di collaborazione, rendendo più efficace l’individuazione dei ricercati, lo scambio di informazioni investigative e il contrasto alle attività criminali che attraversano più giurisdizioni.
