Sul palco di Reggio, quel ragazzo timido nel 1978: Pino Daniele

daniele pinodi Fulvio D'Ascola - Settembre millenovecentosettantotto. Sotto il palco della villa Comunale di Reggio Calabria eravamo circa dieci persone,ad ascoltare un cantante, alto, dalla lunga chioma nera, che suonava la chitarra, accompagnato da altri due musicisti che suonavano le percussioni e il basso.

Le sue canzoni più famose di allora erano: "Terra mia","Napule è","Na Tazzulella e cafè" ed in piena ascesa dell'incalzare della disco music, era un'oasi di lingua napoletana, insieme ad "A canzuncella" degli Alunni del Sole.

Eravamo lì, fermi,rapiti dalla semplicità acustica, dalla possibilità di identificarci in una nuova musica che rappresentava il sud.

Alla fine degli anni settanta, era sempre latente, un sentimento antimeridionale ed aggrapparsi ad una canzone, ad un artista che ti rappresentava, poteva essere un'arma mediatica nei discorsi, per fare capire come il "cuore" e "l'intelligenza", spesso è parcheggiata a Sud.

Tutti i sud del mondo, sembravano uscire da quelle parole "Terra mia, terra mia,tu si chiena 'e libbertà, terra mia , terra mia, I'mo' sento 'a libbertà.", identificandosi in Napoli quale avamposto di un'ideologia meridionale.

Da quel settembre del 1978, la musica svoltava lentamente, ed era proprio strano che da una festa di partito, la "Festa dell'Avanti" del Partito Socialista, su quel palco sarebbero saliti giorni dopo, Pino Caruso, ai vertici della comicità del periodo, e gli Alunni del Sole di Paolo Morelli, vincitori quell'anno del Festivalbar con "Liù". Quel giovane napoletano in piedi cantava, le parole erano quasi come manifesti da appendere nelle stanze, "Na tazzulella e cafè", era l'ironico antidoto sorbito dal Potere contro la disoccupazione "Na tazzulella e cafè e mai niente ce fanno sapè, nui cè puzzammo e famme o sanno tutte quante e invece c'aiutà c'abboffano e' cafè."

Millevocentosettantotto, i luoghi di aggregazione giovanile erano le radio privata, personalmente trasmettevo a Radio Libera Mediterraneo, o le stanze di casa per ascoltare i dischi in vinile. Ogni nuova uscita era un evento e, l'ascolto di canzone in canzone, era un dibattito critico sulla qualità del testo e del brano. Quel ragazzo napoletano continuava a cantare, eravamo non più di dieci sotto a quel palco.

Due anni dopo furono pubblicati altri suoi dischi, l'ultimo dei quali era intitolato "Nero a Metà". Ci ritrovammo sotto un altro palco, ma questa volta allo stadio comunale di Reggio Calabria, più dieci persone, sulle gradinate c'erano tremila anime palpitanti. Questa è la forza della musica, della condivisione e dell'entusiasmo giovanile. Il sound non era più acustico, era una commistione di soul, blues, jazz, funk, world, il giovane dinoccolato aveva tracciato una strada, aveva segnato il cammino, con la lingua napoletana, il suo canto in falsetto, le sue collaborazioni con artisti come Pat Metheny, Eric Clapton, con la sua band composta da grandi musicisti del "Neapolitan Power" quali James Senese, ex Showmen e Napoli Centrale, Enzo Avitabile, Tullio De Piscopo e Tony Esposito.

Gennaio duemilaquindici. Cambiano gli scenari, le prime immagini televisive del nuovo anno, propongono quel ragazzo trentasette anni dopo. Il suo nome e la sua musica fanno parte della storia. Capelli bianchi, la sua chitarra. Trentasette anni sono tanti e l'humus ispirativo non è lo stesso. Gli anni settanta, Napoli, la dicotomia Nord Sud, le tensioni sociali sono fonti per attingere a suoni e parole. La nostra vita è fatta anche di persone pubbliche che popolano l'adolescenza, l'infanzia, memorie visive indelebili. Quel palco di settembre del 1978 ritorna prepotentemente agli occhi.

Gennaio alle porte trascina via d'improvviso quel giovane cantautore e la sua lingua napoletana.
Rimarranno sempre indelebili i suoni e le parole, con la forza evocativa delle sue canzoni. Grazie Pino per tutte le emozioni che ci hai regalato e lassù salutaci Massimo (Troisi), Roberto (Murolo) e Paolo (Morelli). Ci mancherai Pino Daniele.