"Sud Altrove": la grande fuga dei giovani in cerca di fortuna

sud altrove proiezionedi Lavinia Romeo - Gli ideatori del progetto, Denise Celentano e Alessio Neri, hanno effettuato un lavoro di analisi, ricerca e documentazione molto dettagliato, dal quale è nato anche un libro, definito dagli stessi realizzatori come "un libro partecipato" cioè composto dalla somma delle tante voci, dei messaggi e delle riflessione dell'eterogeneo gruppo di emigrati ascoltato, fatto di studenti, docenti universitari, giornalisti, imprenditori, gente che è andata via, ma che ha anche avuto la voglia di ritornare. Realizzato dall'Associazione LiberaReggio LAB, tratta l'annoso tema dell'emigrazione, in particolare quella dei giovani calabresi, che negli ultimi anni ha raggiunto percentuali preoccupanti. E' "Sud Altrove", il documentario proiettato presso il dopolavoro ferroviario di Reggio Calabria. L'opera non fornisce risposte al problema, né soluzioni, ma raccoglie contributi e idee, "uno spettro a 360° di opinioni e punti di vista", per cercare di andare in fondo e capire cosa ha fatto ripartire questa tendenza del "cercar fortuna altrove", che sembrava conclusasi con il benessere economico degli anni sessanta, ed oggi è ritornata attuale, divenuta per molti non una scelta, ma una necessità.

Come si è creato il "mito del Nord" e perché soltanto esso viene visto depositario di ricchezza ed occupazione? Indubbiamente esistono ragioni oggettive, la presenza dei grandi centri industriali, di università dalla variegata offerta formativa, ma anche e soprattutto, perché nelle aree settentrionali spesso, mancano le competenze, mancano i professori, ingegneri, ricercatori, e questi vengono richiesti,  e così, i migranti partono dal quel meridione definito "arretrato", dove si sono formati e hanno studiato, per portare "altrove" ciò che hanno appreso.

Ma cosa ha favorito la creazione dell'immagine del Sud "ricettacolo di negatività"che spesso passa attraverso i mezzi di comunicazione, e perché ancora persiste questa visione a-storica, di una terra fatta di ignoranza, senza cultura, spinta e mossa solo dalle forze ataviche della sopraffazione, della violenza, del comparato? Certo, sicuramente non ha giovato alla nostra reputazione la mafia, che come prodotto d'esportazione, si è affermata e fatta conoscere in tutto il mondo, ma se fossimo noi stessi, anche i cittadini per bene, a continuare, nel nostro piccolo, ogni giorno, a cucirci addosso lo stereotipo del meridionale?

Tra le tante voci ascoltate, quella di una docente della Unical di Cosenza ha attratto la mia attenzione, la professoressa ha fatto riferimento "all'alterità", e cioè alla differenza tra due entità, quindi, se esiste un mito del Nord, significa che esiste anche un mito del Sud, costruito esattamente come il primo, da quello che è stato, dal racconto su di esso, ma che forse, come tutti i miti, non esiste, oppure esiste, ma in una realtà parziale e meno edulcorata. Quindi, l'arretratezza di cui tanto ci lamentiamo, potrebbe essere solo il frutto di aspettative deluse, della rincorsa spasmodica ad un ideale, volontà di equipararci a una realtà distante, diversa o solo difficile da eguagliare.

Questo, è uno dei tanti spunti di riflessione che il documentario fornisce, come si evince dalle testimonianze degli imprenditori, c'è la certezza che l'economia e il lavoro qui al Sud, sono rallentati, spesso gestiti dalla longa manus della mafia, ma anche da quella mentalità, che regna in tutti noi, quel venticello, che spira nelle nostre case e che ci attraversa ogni giorno anche in maniera incosciente, del "favore" da chiedere all'amico, della famiglia a cui si è più devoti che al santo patrono, insomma di quel modus vivendi, per cui ciò che dovrebbe essere un diritto, diventa una concessione, e questo poi innesca un meccanismo di sudditanza, da cui difficilmente si riesce ad uscire. Come se fossimo noi stessi la linfa di cui la mafia si nutre, per farci persistere in una condizione di subalternità, ed allora non rimane che ribellarsi, scardinare il sistema, percorrere la via più lunga e più difficile, ma cercando il coraggio e la forza di farlo restando, non alla ricerca di un "altrove" felice, o guardando con rassegnazione la realtà in cui si vive.

Partire non significa dunque essere più coraggiosi, né restare più codardi, però, esiste indubbiamente una permanenza passiva, di uomini che sono abitanti e non cittadini, che vivono la loro vita nei limiti predisposti da altri, cercando di non sconfinare mai, di non considerare che esista un "oltre". Ma perché ci sia qualcuno che parte ci deve essere qualcuno che resta, Ulisse nell'Odissea, parte per il viaggio alla scoperta di ciò che non conosce, ma con la consapevolezza, che ad Itaca sarebbe rimasta Penolepe ad aspettarlo, quindi "restanza" e partenza divengono forze opposte, ma che si bilanciano vicendevolmente. Forse l'unica soluzione per fermare questo esodo verso "l'altrove", la si può trovare soltanto nella ricerca di un equilibrio, tra ciò che resta, e ciò che va.