di Basilio Benedetto - Oggi, 29 ottobre 2012, per molti, non è un giorno qualunque. Non è uno di quei giorni che passano inosservati, senza lasciare alcun segno. E', al contrario, una data da annotare e da onorare, nel ricordo di un grande artista, portatore di un talento e di una genialità fuori dal comune. Sono passati sessantadue anni dalla nascita del cantautore crotonese Rino Gaetano, uno degli autori italiani più amati e più discussi degli ultimi quarant'anni, guardato in passato con molta diffidenza dalla critica, e che oggi, con un certo ritardo, ottiene la sua definitiva consacrazione attraverso le nuove generazioni, le stesse che lo ascoltano e lo amano senza condizioni e senza riserve.
Un riconoscimento tanto meritato quanto tardivo, a cui l'artista avrebbe volentieri assistito se, nella notte tra l'1 e il 2 giugno del 1981, a soli trent'anni, non avesse perso tragicamente la vita, a seguito di un incidente stradale sulla via Nomentana, a Roma, la città in cui si era trasferito ancora adolescente e che l'aveva accolto e ben voluto, facendolo conoscere al grande pubblico.
Salvatore Antonio Gaetano, conosciuto con lo pseudonimo di Rino Gaetano, nasce a Crotone il 29 ottobre del 1950. Una terra, la Calabria, a cui rimarrà sempre legato ma che lascerà presto, all'età di 10 anni, per esigenze di lavoro dei propri genitori. Destinazione Roma, luogo in cui si afferma ed in cui dà vita al proprio percorso artistico.
Nella capitale ha modo di farsi conoscere, di instaurare amicizie e collaborazioni con altri artisti emergenti. E' la fine degli anni 60, sono gli anni della lotta di classe e delle rivendicazioni sociali, e il giovane Rino si sposta da un locale all'altro, desideroso di proporre i propri testi e le proprie idee. Guarda con grande interesse al mondo del teatro e incomincia a frequentare il "Folkstudio", un noto locale romano fatto su misura per chi, all'epoca, aveva intenzione di muovere i primi passi in campo artistico. Le sue esibizioni, però, sono viste con molto scetticismo, la gente non apprezza il suo modo di essere irriverente, sembra – dicono alcuni – che ce l'abbia con tutto e con tutti.
E' sicuramente un modo di approcciarsi al pubblico del tutto nuovo e, questo, di per sé, spiazza la critica e non convince del tutto i suoi spettatori. "Adottava uno stile atipico, buffonesco ma non faceva cabaret. Dissacrava continuamente il pop e, per tutti questi motivi, risultava improponibile per il pubblico del Folkstudio" ha sottolineato Enrico Bassignano, suo amico e futuro collega.
Nello stesso ambiente conosce Antonello Venditti e Francesco De Gregori che, oltre ad a diventare dei suoi grandi amici, sono, tra i pochi, che credono nelle sue potenzialità, intravedendo in lui un bagaglio di idee non comune e capace di sovvertire gli equilibri musicali dell'epoca.
"Era fisicamente diverso da noi – dice De Gregori - non aveva l'aplomb da universitari che avevamo noi, nonostante cercassimo di fare i freakkettoni...era una specie di scheggia impazzita, aveva un grandissimo talento, una fantasia smisurata. Ricordo il suo sguardo beffardo, provocatorio, ma anche la grande dolcezza. Le sue canzoni avevano l'aspetto formale del nonsense, ma avevano contenuto, facevano pensare. Rino sapeva cosa sono le canzoni e come si scrivono."
L'incontro decisivo, però, è quello con Vincenzo Micocci, proprietario della casa discografica "It", con cui registra gran parte della sua produzione. Il primo impulso alla carriera del cantautore arriva con il successo del 45 giri "Ma il cielo è sempre più blu", un disco che scavalca, in termini di gradimento, i suoi precedenti lavori, tra cui "I love you Maryanna/Jacqueline" ed il suo primo album, il 33 giri "Ingresso libero".
Nel 1976 segue l'album "Mio fratello è figlio unico", in cui emergono riferimenti ai temi della solitudine e dell'emigrazione e, nel 1977 "Aida", il disco dal nome di donna che parla e seziona cinquant'anni di storia d'Italia.
Ma per Rino,l'anno del vero e proprio boom sarà il 1978, a partire da quando in gennaio decide di salire sul palco del Festival di Sanremo. L'impeto dell'artista, che si presenta sul palco in frac e con tanto di papillon bianco e tuba nera, regalatagli dall'amico Renato Zero, entra nelle case di milioni di italiani, insieme al ritornello incancellabile del celebre pezzo "Gianna". E' il momento di massima popolarità, il pubblico è fortemente attratto dalla personalità con cui Rino si esibisce. Eppure, con la dissacrante ironia che l'ha sempre contraddistinto, lui partecipa alla manifestazione senza prendersi troppo sul serio e con una canzone, scherzo del destino, in cui neanche crede: "Sanremo non significa niente e non a caso ho partecipato con Gianna che non significa niente", furono le sue parole, qualche giorno dopo la fine della rassegna canora.
Nello stesso album in cui è presente la traccia sanremese, ritroviamo il suo celebre pezzo "Nuntereggae più", che l'artista avrebbe voluto portare al festival della canzone italiana se non gli fosse stato impedito dalla propria casa discografica. Con una forte vena ironica, propone una sfilata di nomi e personaggi della vita pubblica ed istituzionale, di scandali e truffe, che incominciavano ad insinuarsi nell'Italia di quegli anni. Una canzone il cui testo, nonostante siano passati decenni, rimane di straordinaria attualità e che oggi come allora prendeva di mira una classe dirigente abituata a guardare più se stessa che il proprio Paese.
Sarà l'ultimo vero successo – in termini di critica e pubblico – per Rino. Negli anni successivi, il suo astro inizia a calare, la sua carriera rallenta e gli ultimi lavori - gli album "Resta vile maschio, dove vai?" e "Io ci sto", riscoperti comunque a qualche decennio di distanza - non riscuotono l'apprezzamento del pubblico, con un vistoso calo di vendite e di riscontri.
"Gaetano era una supernova. Ha brillato tre anni, dal '76 di Mio fratello è figlio unico al '78 di Nuntereggae più. Il successo sanremese di Gianna lo spiazzò, non ebbe il tempo di venirne a capo." ha sintetizzato recentemente il giornalista e scrittore Andrea Scazzi.
Come spesso accade ai grandi artisti, il giusto riconoscimento gli è stato tributato post mortem. Si potrebbe dire, meglio tardi che mai. Ma è una storia che si ripete con troppa frequenza, e senza giustificazioni troppo convincenti. Ad ogni modo, nel corso degli anni, è stata compresa la sua originalità e la sua capacità di affrontare una società, di cui non riconosceva gran parte delle convenzioni e che ha fortemente rifiutato. Il tutto attraverso un approccio leggero e scanzonato senza, però, perdere mai di incisività.
Così come estremamente preciso e puntuale è stato il costante riferimento al Meridione, alle sue atmosfere e ai suoi valori, vivi e nitidi nonostante abbia vissuto al Sud soltanto i suoi primi anni di vita e richiamati costantemente all'interno delle sue canzoni. Una particolarità che lo ha contraddistinto e che ha rappresentato, probabilmente, anche un valore aggiunto, negli anni in cui il cantautorato parlava bolognese, genovese, milanese o romano.
Per questi motivi, e non solo, l'anniversario della sua nascita, come ogni altra ricorrenza che lo riguardi, rappresenta un momento in cui riaffiora l'esigenza, o soltanto la curiosità, di capire come il re indiscusso del "non sense", nell'accezione più nobile e profonda del termine, avrebbe descritto e cantato la nostra epoca, caratterizzata da una corruzione dilagante e da una precarietà del mondo lavorativo che ha fortemente destabilizzato un'intera generazione di ragazzi. Temi che affioravano oltre trent'anni fa nelle sue canzoni, quasi Rino avesse avuto la capacità di presagire il destino di un Paese che guardava con distaccato trasporto e attraverso i suoi testi scandagliava nel profondo andando a pescare dubbi, insicurezze e maschere in un tempo in cui la storia sembrava invece avere un percorso definito. Anni di certezze, diventati con il passare dei decenni anni di dubbi e incognite. Anni come i nostri, in cui la critica affilata della musica "leggera" sarebbe più che necessaria. Ed è forse per questo che oggi Rino gode di quel successo che non ha avuto – del tutto – in vita.
Una voce libera e controcorrente come la sua, senza azzardare troppo, avrebbe avuto oggi il suo peso specifico, avrebbe contribuito, di sicuro, a colmare un impegno civile da cui si sono tristemente allontanati gran parte degli attuali protagonisti del mondo artistico italiano, chi per scelte artistiche e chi per un proprio tornaconto personale, con il mal celato intento di non sbilanciarsi e di non prendere posizione sulle difficoltà che attanagliano l'Italia tutta. Perchè alla fine i dischi tocca venderli e c'è sempre qualcuno da non scontentare.