Minacce, violenze e stampa per farla tacere: la famiglia di Giusy Pesce rischia la condanna

pescegiuseppinadi Claudio Cordova - Una vicenda che solo per un curioso disegno del destino non si è conclusa tragicamente come nel caso della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, morta per ingestione di acido muriatico, dopo mesi di distruzione fisica e mentale da parte dei propri familiari. Ora, però, la Dda di Reggio Calabria, presenta il conto ai familiari di Giuseppina Pesce, la collaboratrice di giustizia che con le proprie dichiarazioni ha incastrato i propri congiunti, appartenenti all'omonimo e storico clan di Rosarno. Il sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Luca Miceli, ha invocato al gup Adriana Trapani condanne che oscillano dai 4 ai 2 anni e 8 mesi di detenzione. Nello specifico il pm ha chiesto la condanna a 4 anni per l'ex marito della collaboratrice, Rocco Palaia nonché per il cognato Gianluca Palaia e la cognata Angela Palaia. 3 anni di detenzione sono stati chiesti per la madre Angela Ferraro, per la sorella Marina Pesce e per il cognato Giovanni Palaia. 2 anni e 8 mesi è la richiesta avanzata per Angelo Ietto, marito di Angela Palaia.

Come nel caso di Cetta Cacciola, anche per Giuseppina Pesce verrà propinata la solita versione: quella delle pressioni da parte della Dda per convincerla a rendere dichiarazioni contro i familiari. Dichiarazioni che invece saranno ampiamente riscontrate e che porteranno a decine di condanne sui Pesce.

Secondo gli accertamenti svolti negli anni dal pm Alessandra Cerreti, gli indagati avrebbero indotto Giusy Pesce a non rendere dichiarazioni alla Dda, in particolare, a non firmare il verbale illustrativo della collaborazione, nel corso dell'interrogatorio dell'11 aprile 2011, atto finale del suo percorso, dopo l'arresto nell'ambito dell'inchiesta "All inside". E questo mediante violenze psicologiche consistite in fortissime pressioni poste in essere tramite la figlia minore Angela Rita Palaia, ma anche minacce consistite nell'averla raggiunta presso il domicilio protetto, con ciò ingenerando in lei forti timori per la incolumità propria e dei figli minori conviventi e, ancora, tramite offerte di denaro e sostentamento.

Tra le altre contestazioni mosse agli indagati dal pm Cerreti c'è quella di avere provveduto alla nomina dell'avv. Nicola Giuseppe Madia, del Foro di Roma, già difensore di fiducia della famiglia Palaia e per aver provveduto al pagamento dell'onorario del legale, che avrebbe dovuto assistere la collaboratrice nella fase della interruzione della collaborazione. Madia, comunque, non è mai stato sottoposto a indagine.

Un meccanismo assai complesso, in cui anche una certa stampa avrà un ruolo non di poco conto. I Palaia, infatti, avrebbero organizzato la campagna mediatica finalizzata a rendere pubblica la interruzione della collaborazione da parte di Giuseppina Pesce, all'esclusivo fine di pubblicizzare la circostanza negli ambienti mafiosi rosarnesi. I Palaia avrebbero effettuato forti pressioni psicologiche anche sulla figlia di Giuseppina Pesce, Angela Rita Palaia. Pressioni finalizzate a convincere la madre a interrompere la collaborazione. Pressioni finalizzate ad indurre Giuseppina a sottoscrivere la missiva, datata 2 aprile 2011, inviata al Giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria ed al Pubblico Ministero, per notiziarli della volontà di interrompere il percorso collaborativo. Una missiva redatta materialmente dall'Avvocato Nicola Giuseppe Madia, che la collaboratrice avrebbe dovuto ricopiare a mano (cosa che effettivamente fece) ed inviare al Giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria ed al Pubblico Ministero, notiziandoli della volontà di interrompere il percorso collaborativo. Una lettera che Giuseppina, riprendendo il percorso collaborativo, spiegherà così: "La lettera è stata trasmessa alla stampa dal mio ex difensore, l'avvocato Giuseppe Madia (del foro di Roma, ndr). Lui teneva i contatti con il quotidiano Calabria Ora, a cui passava le notizie e, in particolare, con il giornalista Sansonetti (all'epoca direttore del quotidiano, oggi alla guida de "Il Garantista", nda), che è andato a sentirlo presso il suo studio. La lettera è stata data a Sansonetti perché l'avvocato diceva che era l'unico disposto a pubblicargliela e a sposare la nostra causa".

Ma, ancora una volta, di mezzo ci vanno i minori. Questi, infatti, verranno colpevolizzati, quando Giuseppina Pesce troverà il coraggio di riprendere la collaborazione con la Dda di Reggio Calabria, nel luglio 2011. I Palaia si rifiuteranno di accompagnarli ai colloqui in carcere con la stessa, all'esclusivo fine di costringere la madre a non riprendere la collaborazione con la giustizia. Li avrebbero inoltre privati del necessario sostentamento alimentare e del vestiario, omettendo di rivolgersi ad un medico quando la più piccola delle minori, ha iniziato a perdere perso ed avere forti crampi alle gambe che le impedivano di dormire a causa della scarsa alimentazione. Un altro dei figli di Giuseppina, di appena nove anni, sarà ripetutamente picchiato, anche con l'uso di una cintura.

Ancora una volta, la 'ndrangheta che mostra il proprio volto animalesco, strumentalizzando le figlie minori e rendendole partecipi di una spietata strategia finalizzata a costringere Giuseppina ad interrompere la collaborazione.

Un mondo di violenza e di prevaricazione, ma anche di inganni, che i Palaia avrebbero provato a mettere in pratica anche tramite la collaborazione di professionisti vari.

Un mondo dal quale Giuseppina Pesce riuscirà a fuggire, cambiando vita per sempre. Per i familiari, invece, la richiesta di condanna: la sentenza, comunque, dovrebbe arrivare all'inizio del 2016.