di Claudio Cordova - Dalle stalle alle stelle. E ora, con l'arresto, nuovamente alle stalle. M. G. [OMISSIS PER DIRITTO ALL'OBLIO], personaggio chiave dell'indagine "Gambling", curata dai pm della Dda di Reggio Calabria, Stefano Musolino, Sara Amerio, Luca Miceli e Giuseppe Lombardo, è considerato un soggetto assai vicino agli ambienti del clan Tegano del rione Archi. Un soggetto, G., passato dalle grandi difficoltà finanziarie a una vita da pashà, addirittura con il trasferimento a Malta, dove è stato tratto in arresto.
Tutto, secondo gli inquirenti, grazie al business dei giochi online.
Sulle condizioni di ristrettezza economica in cui versava M. G. all'origine della sua carriera, è certamente eloquente la conversazione del 5.3.2014 nella quale Francesco Ripepi (uno dei personaggi coinvolti), riottoso ad inquadrarsi nel nuovo corso aziendalistico, voluto e dato da G. alle attività del gruppo, anche per le gravi conseguenze sulla sua clientela storica (come Francesco Iannì) che ciò avrebbe comportato, riportava al sodale Luca Gagni i termini di un pesante scontro, avuto, nel corso di una riunione tenutasi a Malta, con Mario, reo di avergli detto che le cose erano ormai cambiate ed i loro rapporti definitivamente mutati, che d'ora in poi si sarebbero dovuti regolare come "il Presidente del Consiglio che prende il caffè con i suoi compagni di scuola" ("mi fa un discorso Mario mi fa tu devi capire che non c'è più il Mario di una volta ormai siamo un'azienda dice... mi ha fatto un paragone compare che io sono saltato in aria "lo stesso che il Presidente del Consiglio dice va e si prende il caffè con quelli con cui andava a scuola" minchia.... apriti... ti giuro..."); di fronte a questa presa di distanza, Ripepi, storico amico e sodale di G., gli aveva replicato davanti a tutti a muso, alludendo pesantemente ai suoi trascorsi di vita ("vai a rubare i motorini non avevi soldi per comprarti le calze, ti nascondevi"), in termini del tutto sovrapponibili alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carlo Mesiano, che racconterà dell'indigenza di G..
Dietro l'exploit dell'uomo, dunque, non può che esserci la 'ndrangheta. Vi sono motivi specialmente fondati per ritenere, come ipotizza la Procura, che tali risorse finanziarie ora nelle mani di G. provengano proprio dalle casse della cosca Tegano, per le chiare finalità di profitto illecito, reimpiego e riciclaggio in un settore che più di ogni altro si presta a tale genere di operazioni.
La cartina di tornasole dell'interesse diretto della cosca Tegano nelle attività gestite e condotte da M. G. e riferibili al suo gruppo criminale, è rappresentata dal coinvolgimento in due frangenti di assoluta fibrillazione per il sodalizio di Stefano Costantino, personaggio di spicco della cosca Tegano, di recente tratto in arresto nell'operazione "Il Padrino", che ha condotto al fermo e alla emissione di un'ordinanza cautelare nei confronti di vari esponenti della cosca, accusati tra l'altro di avere sistematicamente agito per favorire e garantire la latitanza ultradecennale del capo Giovanni Tegano. E oltremodo significativi vengono qualificati dalla Dda i contatti – rilevati dalla lettura dei tabulati telefonici, – fra Costantino e il fantino toscano Franco Vittorio Fumagalli, proprietario della LARABET s.r.l., nel periodo in cui si svolgevano le trattative tra quest'ultimo e M. G. per la cessione della società. LARABET che sarebbe stata intestata (oltre che a Luisella Lagrotteria) a Mario Vardè, ritenuto prestanome di fiducia dell'associazione: il medesimo soggetto che, già nel 2010, risultava l'intestatario fittizio della sala scommesse INTRALOT, sita in Gallico via Quarnaro, che era invece da ascriversi ad Antonio Utano, soggetto che, per i suoi legami con le famiglie mafiose dei Tegano e dei De Stefano, aveva interesse a rimanere nell'ombra.
M. G. e il suo gruppo di accoliti si sono resi protagonisti di una parabola ascendente, che partendo dalle losche dinamiche della costituzione della società LARABET, intestata a vari prestanome di comodo, passando attraverso una fase intermedia di utilizzo di siti di gioco palesemente illeciti (quelli con suffisso ".com"), li ha via via elevati verso la ripulitura del marchio Betuniq, dopo il trasferimento della sede operativa a Malta, attraverso la messa a punto di una strategia giudiziaria a tutto campo, sull'intero territorio nazionale, che li ha condotti alla scalata di tutte le giurisdizioni ordinarie e amministrative italiane, per infine approdare addirittura dinanzi alla Corte di Giustizia Europea, per perorare il caso della società indiscriminatamente esclusa dalla assegnazione delle concessioni governative previste dal c.d. bando Monti.
Gli investigatori sono riusciti a disvelare l'esistenza e l'operatività sul territorio nazionale – reggino in particolare, nel quale operavano i principali attori di questo ambizioso progetto criminale, M. G. fra tutti, e dal quale provenivano i danari necessari agli imponenti investimenti effettuati –, ed internazionale – con ramificazioni accertate a Malta, in Romania, Austria, Spagna, Serbia -, di un'associazione per delinquere che, avvalendosi del metodo mafioso ed al fine di agevolare la 'ndrangheta nelle sue attività di riciclaggio, determinava l'elusione in fatto della normativa di settore, attraverso lo schermo di imprese operanti nel mercato dei giochi e scommesse a distanza e lo sviamento delle giocate verso server, per la raccolta informatica e la gestione delle stesse dislocati, in Stati esteri; in tal modo realizzando consistenti profitti che venivano sottratti all'imposizione fiscale italiana e successivamente reinvestiti per l'acquisizione di ulteriori imprese (e licenze estere) per l'esercizio ancora più esteso e profittevole delle attività censurate.
In altre parole, dietro il paravento offerto da imprese apparentemente in possesso dei requisiti richiesti per l'esercizio dell'attività, munite delle licenze previste dalla normativa di settore, si sono praticate in modo occulto l'offerta al pubblico e la gestione di siti che consentivano - aggirando le inibizioni dell'AAMS - l'accesso al gioco illecito; ciò è stato possibile attraverso una pluralità di intestazioni fittizie, strumentali a celare le attività di riciclaggio, di ulteriori imprese rilevate o appositamente create per l'esercizio delle attività e l'accaparramento di ulteriori licenze, in termini tali da ampliare la capacità di penetrazione del mercato propria dell'associazione criminale.
E' stato possibile peraltro accertare la totale illiceità della raccolta delle giocate, che tuttora hanno luogo non attraverso le transazioni on-line prescritte dalla normativa di settore, ma de visu con modalità vietate dalla legge, tali per cui le poste dei giocatori vengono acquisite in contanti o tramite assegni direttamente consegnati presso il punto commerciale avviato sul territorio: in tal modo il contratto di gioco e scommessa si perfeziona interamente sul territorio dello Stato ed è direttamente gestito dal punto commerciale affiliato all'associazione criminale, che poi trasferisce le somme - in un sistema di compensazione, al netto delle perdite e delle vincite (anch'esse pagate direttamente dal punto commerciale), che viene agevolato dalla concessione di un fido - al netto della propria provvigione, alla direzione amministrativa dell'associazione, allocata all'estero; in totale spregio della normativa fiscale e antiriciclaggio.
E' altresì emerso come la diffusione presso i suddetti punti commerciali - rappresentati da agenzie giochi e scommesse e dai c.d. CTD (Centri Trasmissione Dati), distribuiti su tutto il territorio nazionale - dei brand con cui operava l'organizzazione e prima ancora, nella sola Calabria, di quelli gestiti da imprese colluse con la camorra e la mafia, siano stati garantiti da una rete commerciale, strutturata gerarchicamente, che distribuiva provvigioni a cascata ai partecipi secondo un criterio economico connesso al ruolo ricoperto, al cui vertice si collocava M. G.. Questi era coadiuvato da un gruppo dirigente che gestiva le relazioni tra la struttura amministrativa e tecnico-informatica allocata all'estero ed i cd. master e P.J. che gestivano le affiliazioni delle sale giochi e scommesse sul territorio italiano. La rete commerciale era modellata secondo un preciso principio ordinatore che subordinava il nuovo affiliato all'affiliante, creando una catena di comando che da ciascuna sala giochi e scommesse convergeva verso i vari agenti di zona (i P.J. e sopra di questi i master territoriali) e da questi risaliva sino al responsabile regionale (o provinciale) dell'associazione (ad esempio il master Calabria).
E' scritto nelle carte d'indagine: "E' possibile affermare, inoltre, come non solo la suddetta rete commerciale fosse attivamente partecipata da numerosi rappresentanti delle cosche di 'ndrangheta operanti sul territorio, ma soprattutto che il metodo mafioso costituiva una sistematica modalità attraverso la quale indurre il cliente - nel caso in cui la semplice evocazione (esplicita o implicita) del casato di 'ndrangheta non fosse stata sufficiente, anche attraverso l'esplicitazione della pressione intimidatoria - ad installare i softwares o attivare i sistemi informatici necessari per connettersi e fare giocare i clienti sui siti gestiti dall'associazione criminale. E, proprio grazie all'efficienza della suddetta rete commerciale da lui governata, G. ha guadagnato un tale prestigio imprenditoriale da vedersi riconosciuto un ruolo di vertice all'interno di imprese estere impegnate nel settore commerciale delle scommesse on line".
Il dato maggiormente significativo che emerge dagli atti e che l'indagine consegna è l'elevazione di M. G. a homo novus della 'ndrangheta, a strumento e garante della infiltrazione della associazione unitariamente intesa nel settore altamente remunerativo dei giochi e delle scommesse on line, attraverso l'ottica aziendalistica di rientro nei gangli dell'apparente liceità, nel perseguimento di quella deliberata evidente strategia di ripulitura del brand BETUNIQ e, al contempo, della sua stessa immagine.
Elemento che acquista un peso specifico rilevante in considerazione del fatto che sempre Costantino veniva contattato e coinvolto in un momento di particolare criticità per l'associazione, allorquando, il 10 novembre 2010 il fidatissimo corriere di un altro personaggio chiave come Domenico Lagrotteria, Maurizio Scarabello, verrà fermato a Palmi dalla Polizia Stradale e trovato in possesso di 202.730,00 euro, tra contanti e assegni, danaro di spettanza dell'associazione (per come arguibile dai contenuti espliciti delle conversazioni captate dagli inquirenti), che quello aveva rastrellato presso vari referenti commerciali della città di Reggio Calabria e avrebbe dovuto recapitare secondo le direttive di Lagrotteria.
Verrà dunque contattato Costantino affinché questi sfruttasse le proprie aderenze all'interno delle forze dell'ordine: un aiuto, quello dell'uomo dei Tegano, che per gli inquirenti non può che essere letto e contestualizzato nell'ottica del sostegno e della solidarietà espressa e spiegata tra sodali, nei vincoli tipicamente associativi.
Non solo. Dalle conversazioni captate emergerà un chiarissimo quadro che vede uno dei soggetti coinvolti, Venerando Puntorieri interlocutore necessario per l'avvio di plurime attività imprenditoriali nel settore giochi e scommesse nel suo quartiere, secondo un criterio di predominio territoriale-economico che gli accertamenti giurisdizionali sedimentati nel corso degli anni, attribuiscono a Reggio Calabria solo alla ndrangheta. Un dato non di poco conto vista la risalente prossimità della famiglia Puntorieri alla cosca Tegano. Puntorieri, infatti, era chiaramente identificato dagli interlocutori (e tra questi G.), quale soggetto dominante sul territorio di Santa Caterina e dintorni, al quale rendere conto per l'attivazione di nuove sale e procurarsi il suo benestare o, comunque, informarlo così da potere esplicitare il suo ruolo sui nuovi affiliati. Mentre era lo stesso Puntorieri a mettere in allerta altri soggetti come Cesare Ventura, in ordine all'utilizzo di siti distribuiti dalla concorrenza nella sala giochi gestita da Marco Puntorieri, sodale della cosca Libri-Zindato, poi trucidato, facendo scomparire il corpo in un regolamento di conti interno alla cosca. Circostanza questa che fa emergere come tra i sodali di ndrangheta fosse anomalo utilizzare nelle sale giochi e scommesse da questi gestite siti diversi da quelli distribuiti dall'organizzazione criminale investigata, al punto da indurre a chiederne conto a colui che avesse optato per tale scelta. Ed anche tale dato conferma e riscontra logicamente la sicura riferibilità alla ndrangheta (intesa quale organismo provinciale unitario) dell'organizzazione dedita alla diffusione di siti per il gioco e le scommesse a distanza.