Scacco al re: al processo Agathos ricostruita la cattura del superboss Giovanni Tegano

teganoarresto- di Alessia Candito - Un sistema di telecamere a circuito chiuso, abilmente occultato nelle cassette di raccordo dell'energia elettrica, ha protetto la latitanza di Giovanni Tegano, e solo un guasto al sistema di registrazione ha impedito agli inquirenti di mettere le mani sulla prova documentale di tutti gli incontri che il superboss ha continuato ad avere, mentre il suo nome campeggiava fra quello dei trenta uomini più ricercati d'Italia. Lo ha svelato Diego Trotta, il dirigente della Mobile che il 26 aprile del 2010 guidava la squadra che riuscì a stanare il latitante e che oggi è uno dei principali testimoni dell'accusa al processo Agathos, la prima inchiesta - che all'indomani di Olimpia - è riuscita ad assestare un colpo al clan di Archi. Interrogato dal sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, Trotta ha ripercorso le indagini che hanno portato al blitz che ha permesso agli uomini della Mobile di scovare e arrestare il superboss dopo diciassette anni di ricerche. È stato seguendo le tracce lasciate da Giancarlo Siciliano, il vero perno della latitanza di Tegano, che gli uomini della Mobile sono riusciti a individuare quella casa in contrada Batia di Terreti dove il superboss si nascondeva. Incensurato, di famiglia ufficialmente "per bene", Siciliano è stato un osso duro per gli uomini della Mobile. Scaltro, attento, sia nei comportamenti - cambiava sempre auto e scooter - che nelle conversazioni – fra gli investigatori era noto come "l'accompagnatore muto", perchè neanche durante gli incontri con i familiari più intimi di Giovanni Tegano si faceva mai scappare il nome del boss – era Giancarlo Siciliano, l'uomo scelto dal clan per tenere i contatti con il patriarca. Un insospettabile, ma gestito direttamente – ha ricordato oggi Trotta – dagli uomini più in vista della ndrina all'epoca a piede libero: i generi del superboss, Carmine Polimeni e Michele Crudo.
Ed è stato proprio seguendo le tracce di Polimeni e Siciliano che gli investigatori sono giunti alla conclusione che il superlatitante dovesse nascondersi nei pressi della città, "lato monte". Una conclusione cui gli uomini della Mobile sono giunti dopo mesi di indagini, all'insegna della massima circospezione per non mettere sull'avviso gli attentissimi uomini del clan: sorveglianza dei luoghi sospetti a distanza con teleobiettivi, telecamere lungo i probabili percorsi stradali, pattugliamenti leggeri con una decina di unità pronte a scattare in qualsiasi momento. Come il 26 aprile del 2010. Quel giorno le telecamere di sorveglianza piazzate dagli investigatori nei pressi dell'abitazione di Siciliano registrano dei movimenti troppo sospetti per non dare nell'occhio: "Occhi di fuori", così è conosciuto fra gli uomini del clan, prima "riceve" il cugino Giovanni Fracapane nella sala giochi che è solito usare come "ufficio", quindi si fa vedere nel quartiere a bordo del suo scooter con la fidanzata, lasciata la ragazza a casa, raggiunge il vicino garage del cugino Umberto De Stefano, cui era solito chiedere in prestito auto o scooter sempre diversi per muoversi senza essere identificato. L'incontro – registrano le telecamere - non dura molto. Dopo una decina di minuti, le telecamere inquadrano Siciliano mentre va via con il proprio scooter. Ma non passa molto tempo perchè l'uomo che ha avuto sulle spalle la responsabilità di coprire la latitanza del superboss Tegano, torni, questa volta a piedi, per prendere uno scooter nero che parcheggerà a qualche traversa di distanza da casa. Troppe cautele e precauzioni perchè gli investigatori non facciano scattare l'allarme. Poche ore dopo, intorno alle 20 di quella stessa giornata, è seguendo quello scooter nero che gli uomini della Mobile arrivano allo stabile di Contrada Batia di Terreti, dove Tegano si stava nascondendo. Un'impresa non facile. Nonostante non potesse neanche sospettare di essere seguito, Siciliano, con a bordo Carmine Polimeni, si preoccupa più volte di "bonificare" la zona, prima di imboccare la stradina che porta a Contrada Batia di Terreti. Lo stesso compito che Vincenzo Serafino – osservato dagli uomini della Mobile appostati su un costone di roccia poco lontano – sta svolgendo con cura di fronte al civico 11 in cui Tegano si nasconde. Sono da poco passare le 20. 25 quando scatta il blitz: dopo aver scavalcato in silenzio la cancellata in ferro, gli uomini della Mobile fanno irruzione. Ma nella prima stanza in cui entrano, Giovanni Tegano non c'è. Lo scoverà proprio Trotta in una stanza buia, adibita a camera da letto dei bambini. " Appena ho aperto quell'unica stanza con la luce spenta, ho intravisto la sagoma di qualcuno che tentava di nascondersi tra armadio e tenda", ha ricordato oggi Trotta in aula. Quel qualcuno era Giovanni Tegano, che si è arreso senza dire una singola parola o tentare di reagire. Eppure il superboss, anche in casa, era armato. Al momento dell'arresto, Tegano aveva con sé un marsupio con dentro una Beretta 6,35, con matricola abrasa e colpo in canna, due caricatori da sette pallottole ciascuno, un coltello e vari biglietti manoscritti. La resa dignitosa di un boss che ventiquattro ore più tardi verrà vergognosamente omaggiato mentre in manette scende le scale della Questura.