- di Alessia Candito - È ormai passato un mese da quella notte del 15 maggio scorso in cui mani – ancora ignote – hanno sfregiato e bruciato il Centro Sociale Angelina Cartella. Vandali dal volto ancora sconosciuto che hanno devastato i locali, la sala, le cucine, disegnato svastiche e celtiche sui muri, poi hanno dato fuoco al Csoa, mentre anonimi e inquietanti squilli arrivavano sui cellulari dei militanti storici del centro, che dieci anni fa hanno strappato la struttura allo spaccio, all'abbandono e al degrado. E già dal giorno successivo all'attentato si sono messi al lavoro per non disperdere il capitale politico e umano che attorno al Csoa è stato costruito.
All'ombra di quella struttura le cui travi adesso si stagliano come dita annerite contro il cielo estivo, sono state organizzate iniziative, incontri, concerti, dibattiti, spettacoli. La macchina della solidarietà si è subito messa in moto, gli attivisti della sinistra cittadina, così come gli abitanti del quartiere e quelli che si definiscono semplicemente i "democratici della città" offesi da un ingiustificabile atto di sopraffazione, si sono stretti attorno al centro sociale che – hanno affermato i suoi militanti - "non si spegne". Una determinazione ribadita anche con la grande manifestazione che il 26 maggio scorso ha attraversato le vie di Gallico e con una raccolta fondi per la ricostruzione che continua a raccogliere sottoscrizioni. Insieme a un gruppo di architetti e ingegneri, i militanti del centro stanno lavorando a un progetto per il recupero dell'area interessata all'incendio, che – assicurano – "non sembra avere riportato grossi danni strutturali". Ma nonostante voglia, idee, braccia, volontari e fondi non manchino, per adesso tutto è fermo.
Subito dopo l'attentato, la struttura è stata sottoposta a sequestro preventivo dal pm Gullo del Tribunale di Reggio Calabria per "questioni di sicurezza". Gli uomini delle forze dell'ordine hanno recintato l'area attorno alla struttura considerata potenzialmente a rischio crollo, dunque pericolosa. Ma adesso il dissequestro non dipende né da loro, né dal pm Gullo che per la Procura coordina le indagini sull'attentato al centro sociale. O meglio, non solo da lui. Prima che il pm possa decidere è il Comune a doversi pronunciare. La struttura è infatti di proprietà demaniale e tocca all'Amministrazione comunale decidere se bonificarla e metterla in sicurezza, oppure demolirla. La pratica è di competenza del Dipartimento Settore Qualità Ambientale e orami da tempo giace sulla scrivania della dirigente, la dottoressa Loredana Pace. Fino a quando quell'ufficio non deciderà che sorte riservare alla struttura che per dieci anni ha ospitato il Csoa, la magistratura non potrà che attendere. E continuare ad indagare a trecentosessanta gradi. A distanzia di un mese, gli investigatori continuano infatti a battere tutte le piste.
Le svastiche e le celtiche lasciate a mo' di firma sui muri avevano inizialmente fatto pensare che la matrice dell'attentato andasse ricercata nella galassia dell'estrema destra, che ha i propri rappresentanti anche a Reggio Calabria. Ma al momento - trapela da ambienti investigativi – non esiste una pista privilegiata. Nonostante sia passato ormai un mese pare non ci siano elementi certi per classificarlo come vile gesto di natura politica, tanto meno per escludere che sia la criminalità organizzata a nascondersi dietro ai vandali che hanno dato fuoco al centro sociale. Nell'ottica degli attentatori la distruzione fisica della struttura doveva significare anche la cessazione di ogni attività del collettivo che la animava. Una vittoria politica per chi vede l'attività del centro come fumo negli occhi, ma anche la "liberazione" di uno spazio pronto per diventare sede di una qualsiasi attività di lucro. Un'ipotesi suffragata anche dalla denuncia fatta pubblicamente dai militanti del Cartella, che solo dieci giorni prima dell'attentato avevano fatto sapere di essere stati vittima di una campagna di piccoli, continui, fastidiosi sabotaggi: "Forse perché questa struttura – denunciavano in un comunicato dell'epoca - ormai punto di riferimento non solo per attivisti e simpatizzanti ma anche per la gente del quartiere è diventata troppo appetibile per chi desidera trasformarla in bar, pizzeria, luogo di profitto". Una pista che, allo stato, gli inquirenti non hanno assolutamente intenzione di tralasciare.