di Claudio Cordova - Tredici anni al boss Michele Labate, mentre uno degli imputati principali, Orazio Assumma, viene assolto per non aver commesso il fatto dal reato di associazione mafiosa. Assumma era stato condannato a tre anni e sei mesi. Nel complesso è molto più mite rispetto al precedente processo d'appello la sentenza del procedimento "Gebbione", che vedeva alla sbarra i presunti affiliati alla potente cosca Labate di Reggio Calabria. La Corte d'Appello ha emesso la propria sentenza dopo che il procedimento era tornato al Tribunale di Piazza Castello in seguito alla decisione della Suprema Corte di Cassazione che aveva annullato con rinvio le condanne per alcuni imputati, soprattutto con riferimento all'accusa di associazione mafiosa. Assumma viene dunque assolto così come Angelo Caccamo, coinvolto in una presunta vicenda estorsiva riguardante la propria assunzione. Assolti anche Francesca e Paolo Labate (classe 1985) e Fabio Morabito. Per Annunziato Nato, invece, la Corte ha rigettato la richiesta di applicazione dell'indulto sulla pena inflitta (quattro anni e sei mesi)
Condanna a cinque anni di reclusione per Antonino Gaetano Caccamo (assistito dall'avvocato Marco Panella): l'uomo è stato assolto dal reato di associazione mafiosa e dalla vicenda estorsiva riguardante l'assunzione di Angelo Caccamo. Tre anni e quattordici giorni la condanna per Fabio Caccamo, anch'egli assolto dal reato di associazione mafiosa, così come Giuseppe Antonio Santo Canale, condannato a un anno, sei mesi e venti giorni. Due anni e sei mesi per Giberto Alessandro Mirandoli Un anno e otto mesi ciascuno la condanna inflitta a Filippo Cassone e Paolo Falcone, un anno e quattro mesi ciascuno per Angiolo Messineo e Pietro Pennestrì e, infine, un anno a David Fumante.
L'indagine da cui scaturisce il procedimento fu coordinata dal sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Antonio De Bernardo, che mise nel mirino la potente cosca Labate, egemone appunto nel quartiere "Gebbione", zona sud della città. Una famiglia, quella Labate, che acquisterà grande potere criminale ed economico negli anni, soprattutto grazie alla scelta operata nel periodo della seconda guerra di mafia di Reggio Calabria: attraverso un atteggiamento dichiaratamente neutrale, il clan riuscirà a passare sostanzialmente indenne agli anni che vanno dal 1985 al 1991 e che insanguineranno la città con centinaia di morti ammazzati. Una scelta, quella operata in quel periodo, che si dimostrerà più che azzeccata, rafforzando le radici all'interno del proprio quartiere di appartenenza, il Gebbione appunto. Secondo l'accusa, il clan, attraverso una serie di intimidazioni ed estorsioni, aveva il controllo di molte delle attività commerciali e delle imprese che vi operavano. Nell'indagine sono finiti anche alcuni episodi di violenza e intimidazione ai vertici delle Officine Omeca, le Officine Meccaniche Calabresi di proprietà della "Breda Costruzioni Ferroviarie".