di Claudio Cordova - Elementi su elementi, tessere su tessere, mattoni su mattoni. Comunque si voglia dire, l'accusa sta pestando forte sull'acceleratore per "blindare" la posizione della "talpa" Giovanni Zumbo, alla sbarra per concorso esterno in associazione mafiosa. Un'udienza fiume ha infatti permesso al sostituto procuratore della Dda, Giovanni Musarò, di portare ulteriori testimonianze per accertare la responsabilità del commercialista in contatto tanto con il mondo delle istituzioni e dei servizi segreti, tanto con la 'ndrangheta. Il processo, convenzionalmente denominato "Piccolo Carro", avrebbe al centro degli accertamenti gli episodi diretti e connessi al ritrovamento della Fiat Marea carica di armi ed esplosivi nel giorno della visita a Reggio Calabria del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, giunto in riva allo Stretto, nel gennaio 2010, per far sentire la propria vicinanza alla magistratura appena colpita, all'inizio dell'anno, dall'attentato alla Procura Generale. Alla sbarra, infatti, oltre a Zumbo, vi sono anche Demetrio Praticò ma, soprattutto, il boss Giovanni Ficara, che avrebbe architettato la messa in scena del ritrovamento delle armi (poi risultate inutilizzabili) per scaricare la colpa sul cugino Pino Ficara (attualmente latitante) con il quale da tempo non corre buon sangue. Ma nonostante la denominazione del procedimento, l'attenzione si sposta a vasto raggio sulla fitta rete di conoscenze e di connivenze all'interno della quale Zumbo si sarebbe mosso.
LO SPIONE
Il primo a puntare l'indice contro Zumbo è il giovane Antonino Laganà, oggi in caserma per diventare poliziotto, ma per oltre due anni impiegato all'interno del colorificio di via Aschenez, di proprietà della famiglia Zumbo. E proprio quel negozio sarebbe stato il fulcro, il centro operativo, delle azioni della "talpa", in contatto con i servizi: "Zumbo sapeva di essere intercettato ed era arrabbiato con un amico carabiniere perché non gliel'aveva detto. Si vantava però di sapere come uscirne" ha detto Laganà. All'interno dell'esercizio commerciale, ubicato a poche centinaia di metri in linea d'aria dal centralissimo Corso Garibaldi, sarebbero transitati tutti, dai membri delle forze dell'ordine, fino alla 'ndrangheta: "Nel negozio – ha detto in aula il giovane Laganà – ho visto diverse volte sia Giovanni Ficara sia Costantino Billari che ho saputo dopo essere il suo braccio destro". Zumbo avrebbe mantenuto un rapporto assai costante, soprattutto con Ficara, e avrebbe passato un brutto periodo dopo l'arresto del boss, attualmente detenuto in regime di 41bis nel carcere dell'Aquila: "Dopo gli arresti dell'operazione "Reale" (dell'aprile 2010, ndi) – ha detto ancora Laganà – Zumbo è stato nervoso e agitato per uno due mesi, salvo poi tranquillizzarsi".
IL CARABINIERE
Ma del colorificio, oltre a Ficara e altri, sarebbe stato assiduo frequentatore anche il carabiniere Roberto Roccella, attualmente indagato per falso ideologico. Sebbene sia stato ascoltato nelle scorse udienze, Roccella non è mancato oggi e ha seguito, per intero, l'esame e il controesame di Antonino Laganà. E in effetti il giovane di cose sull'appuntato Roccella ne ha dette parecchie: "All'interno del negozio ho visto diverse volte anche il carabiniere Roccella, chiedeva una mano a Zumbo per avanzare nell'Arma". Roccella in aula scuote la testa, Laganà rincara la dose, sostenendo, come peraltro già fatto in fase d'indagine, quando è stato sentito dal pm della Dda reggina, che il sogno, nemmeno tanto nascosto, di Roccella fosse diventare uno 007: "Chi conosceva Zumbo sapeva che faceva parte dei Servizi Segreti – ha detto Laganà – e Zumbo sosteneva di poter migliorare la condizione economica di Roccella facendolo entrare nei servizi". Una conoscenza, quella tra i due, che parte da lontano, grazie al suocero di Roccella, quell'imprenditore Franco Labate, assurto agli onori della cronaca nel procedimento "Meta", tanto perché il boss Cosimo Alvaro era domiciliato in un immobile di sua proprietà, tanto perché, in alcune conversazioni intercettate faceva pesanti riferimenti circa la presunta corruzione dell'allora sindaco Giuseppe Scopelliti e del fratello Consolato, detto "Tino". Quanto a Roccella, invece, Laganà ricorda di avergli personalmente consegnato, la mattina della visita del Capo dello Stato a Reggio Calabria, il "pizzino", a sua volta datogli da Zumbo, su cui presumibilmente si trovavano tutti i riferimenti per individuare e ritrovare la Fiat Marea carica di armi, posizionata a qualche centinaio di metri dall'Aeroporto dello Stretto: "Zumbo usava altre schede rispetto a quelle ufficiali per parlare con Roccella, facevo io le ricariche". Un particolare confermato anche dal Colonnello della Guardia di Finanza, Gerardo Mastrodomenico che, nel corso di un'accurata testimonianza, ha dato ulteriore concretezza all'esistenza delle cosiddette utenze-citofono attivate presso la rivendita "Franco Giordano" sul Corso Garibaldi.
LA 'NDRANGHETA
E proprio la testimonianza del comandante del GICO della Guardia di Finanza di Reggio Calabria ha aperto gli scenari già emersi nell'ambito dell'operazione "Astrea", che ha svelato le infiltrazioni del clan Tegano all'interno della Multiservizi, la società mista del Comune di Reggio Calabria nella bufera per una serie di vicende giudiziarie reggine e, da qualche settimana, anche milanesi. Un'infiltrazione, quella di Multiservizi, che sarebbe stata messa in atto anche con la complicità della "talpa", che, a partire dal 2001, avrebbe avuto un ruolo fondamentale nei vari e complicati passaggi societari elaborati per "schermare" la presenza dei Tegano. Il Colonnello Mastrodomenico, infatti, ha ripercorso proprio le fasi dell'indagine, facendo chiarezza su una lunga serie di intercettazioni, oltre che di materiale documentale. Ma i Tegano, i Ficara, i Pelle (cui rivela degli importanti particolari d'indagine) non sarebbero stati gli unici mafiosi con cui Zumbo avrebbe avuto, in un modo o nell'altro, a che fare. Ad aprire un ulteriore fronte sul commercialista-spione è il è Antonio Chiodo, direttore della Banca Intesa San Paolo filiale di Gioia Tauro nel periodo dal 10 luglio 2006 al 15 aprile 2008, che ha raccontato di alcune operazioni bancarie richieste da alcuni soggetti vicini ai Molè, i membri della famiglia Russo, con riferimento al supermercato "Idea Sud", nel periodo in cui questo era sotto sequestro, affidato proprio a Giovanni Zumbo, che per anni ha svolto le funzioni di custode giudiziario per i Tribunali di Reggio Calabria e Palmi. Ma le affermazioni più pesanti arrivano, ancora una volta, dal giovane Laganà, che ha risposto alle domande del pm Musarò e degli avvocati con grande fermezza: "Zumbo conosceva bene i De Stefano – ha detto Laganà – più volte ho visto il mio coetaneo Giorgio De Stefano (detto Giorgino o Giorgetto) arrivare al colorificio a bordo della sua Smart blu e salutare Zumbo". Laganà, che non ha nascosto la sua parentela con la cosca Serraino, con cui, però, ha affermato di non aver mai avuto a che fare, ha sottolineato più volte la vicinanza che la famiglia Zumbo ricordava spesso i rapporti con i De Stefano, vicini di casa per diversi anni: "Quando Zumbo aveva problemi faceva il nome di Giorgio De Stefano" ha detto il giovane. Circostanze richiamate anche nelle parole del Colonnello Mastrodomenico che, ricordando alcune conversazioni intercettate tra lo stesso Zumbo, la moglie Maria Francesca Toscano e il cognato Roberto Emo, ha fatto riferimento a come i membri della famiglia fossero coscienti della vicinanza di Zumbo alla cosca, ma, più in generale, alla 'ndrangheta. "Lo stesso Zumbo - ricorda Mastrodomenico - afferma nel proprio memoriale di aver aiutato tutte le famiglie della 'ndrangheta e di sentirsi invece abbandonato dalle istituzioni e, in particolare dai servizi segreti".
GLI ALTRI IMPUTATI
La figura di Zumbo ha di fatto calamitato l'attenzione, offuscando le posizioni degli altri imputati. Poco o nulla, infatti, è stato detto sul conto di Demetrio Praticò, che, nell'ottica degli inquirenti, avrebbe avuto un ruolo importante nel ritrovamento della Fiat Marea nel giorno della visita di Napolitano. Il collaboratore di giustizia Carlo Mesiano, che ha aperto la lunga giornata di attività in aula al cospetto del Tribunale presieduto da Olga Tarzia, ha infatti affermato di non conoscere Praticò: "Mi fu presentato una volta un Praticò – ha detto Mesiano – ma non lo ricordo somigliante all'imputato". Più spazio, invece, è stato dedicato al boss Giovanni Ficara, soprattutto nel corso della deposizione di Antonino Laganà, che ha ricordato di aver conosciuto il boss all'interno del colorificio di Zumbo. Lo stesso Ficara lo avrebbe apostrofato con una frase di scherno, alla notizia della sua voglia di arruolarsi in polizia: "E se mi vedi per strada con divisa e pistola che mi fai?" gli avrebbe detto Ficara. Il giovane Laganà è stato in particolare sollecitato su alcune sue intercettazioni telefoniche, richiamate anche dal Colonnello Mastrodomenico, con la moglie di Zumbo, l'avvocato Toscano, con cui Laganà aveva una relazione: "Pensavo che stesse con i buoni, non che avesse organizzato tutto insieme a quell'altro cesso" dice Laganà in una conversazione intercettata. E quando l'avvocato Delfino, difensore di Ficara, gli chiede su che basi abbia potuto definire "cesso" il proprio assistito, Laganà non si scompone: "Perché per il mio credo, di giovane che vuole entrare in polizia, chi appartiene a determinati ambienti va definito così".