di Claudio Cordova - Non sono le dichiarazioni-fiume che molti si aspettavano. Luciano Lo Giudice ha scelto di essere conciso: le sue frasi erano attese da tempo nel procedimento contro il clan, che lo vede imputato come anima imprenditoriale dell'omonima cosca. In video collegamento da L'Aquila, dove è detenuto, Lo Giudice ha parlato all'apertura dell'udienza, al cospetto del Tribunale presieduto da Silvia Capone.
E' partito da lontano, Luciano.
Dal 1991, anno in cui verrà arrestato, ancora minorenne, per associazione mafiosa. Un'accusa dalla quale verrà assolto: "Sono stato anche risarcito" dice. Oltre all'accusa di appartenenza alla 'ndrangheta, formulata dal pubblico ministero Beatrice Ronchi, su Lo Giudice pende anche una condanna a sei anni per estorsione: "Sono stato condannato per un'usura di 300 euro, che non ho mai commesso" dice con rabbia e amarezza.
Trecento euro, una quisquilia in confronto al volume d'affari che avrebbe mosso con la sua attività, il bar-cornetteria "Peccati di gola", sequestrato contestualmente all'arresto , avvenuto nell'ottobre 2009. Luciano ostenta la sua grande capacità negli affari leciti e cita, anno per anno, il volume d'affari del bar. Insomma, Luciano non ci sta: "Non ho mai contributo ad alcun tipo di associazione mafiosa". Anche con riferimento alle proprie frequentazioni, tra cui l'imprenditore Nino Spanò, considerato il trait d'union tra la cosca e le Istituzioni, Lo Giudice è chiarissimo: "E' una persona perbene e onesta".
Ma la parte più interessante delle brevi dichiarazioni di Luciano, è quella in cui viene sfiorata la posizione del fratello Nino, collaboratore sparito da circa un mese. "Era mio fratello" dice Luciano sottolineando la parola "era". Contestualmente alla sparizione, verrà reso pubblico un memoriale firmato dal pentito, in cui si leggerà di presunte pressioni da parte della Dda di Reggio Calabria per indirizzarne le dichiarazioni. Pressioni che, a detta di Luciano, nei suoi confronti sarebbero state ancora più dure: "Sono stato torturato fisicamente e mentalmente". E al centro degli interessi vi sarebbero state, ancora una volta, le presunte amicizie che Luciano avrebbe portato avanti con magistrati come Alberto Cisterna e Franco Mollace. Proprio il nome di quest'ultimo appare nelle frasi di Luciano, allorquando va ad analizzare l'accusa di aver posseduto delle armi: "Non ho mai comprato armi, non fa parte della mia cultura, e poi, armi per cosa? Se avessi saputo che qualcuno voleva farmi del male potevo chiamare Mollace o Ferlito (il colonnello dei Servizi che Luciano avrebbe conosciuto per le indagini sulla cattura di Pasquale Condello, ndi)".
Ma proprio quei rapporti istituzionali tanto discussi saranno contestati da Luciano, che parlerà della "follia dei collaboratori", tra cui, appunto, il fratello Nino, "istigato da qualcuno" secondo Luciano. "In un'udienza mi disse "ti ordino di parlare", ma io ho già chiarito tutto alla Procura di Perugia, parlando di Cisterna, degli abusi, delle torture e delle minacce".
Un verbale che il pm Ronchi vorrebbe acquisire agli atti del dibattimento. Sul punto, però, la difesa di Lo Giudice si è riservata.