di Claudio Cordova - La Cassazione rende definitiva la sentenza. Per Amedeo Matacena dovrebbero adesso aprirsi le porte del carcere. La Suprema Corte ha confermato la condanna a cinque anni di reclusione nei confronti dell'ex deputato di Forza Italia, che il 18 luglio 2012 era stato condannato dalla Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria nel processo bis per il reato gravissimo di concorso esterno in associazione mafiosa. La Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria fu chiamata a trattare nuovamente il caso dopo che la Cassazione aveva accolto il ricorso dell'avvocato generale dello Stato, Franco Scuderi, annullato la sentenza di secondo grado, e rimandato il caso a Piazza Castello. Al termine del processo bis, dunque, la Corte aveva riformato la sentenza assolutoria nei confronti dell'ex deputato forzista, condannandolo per i propri rapporti poco limpidi con la 'ndrangheta.
Lo stesso Scuderi aveva invocato la condanna a sei anni di carcere per l'ex astro nascente del partito di Silvio Berlusconi, la cui carriera politica fu stroncata proprio per il coinvolgimento nel terzo filone del procedimento "Olimpia" che, negli anni '90, ricostruì fatti e circostanze della seconda guerra di mafia reggina. Forza Italia, infatti, decise di non candidarlo più in Parlamento.
La vicenda giudiziaria di Matacena, comunque, è tra le più complesse tra quelle transitate, negli ultimi anni, presso le aule di giustizia: condannato nel marzo 2001 dal Tribunale di Reggio Calabria a 5 anni e 4 mesi di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, nel marzo 2006 verrà assolto dalla Corte di Assise di Reggio Calabria, in seguito all'annullamento della sentenza. Oltre quattro anni dopo, l'11 maggio del 2010, la Corte di Assise di Appello di Reggio Calabria confermò la sentenza di assoluzione già emessa in primo grado. Da qui il ricorso in Cassazione di Scuderi: un ricorso che ha riportato il caso davanti a un'altra sezione della Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria (Iside Russo presidente, Marialuisa Crucitti a latere).
Sia nel ricorso, sia in aula, al momento della requisitoria, Scuderi aveva definito "illogica" la sentenza che aveva assolto Matacena: "Non commettete l'errore di chi vi ha preceduto" aveva detto l'avvocato generale dello Stato rivolgendosi alla Corte d'Assise d'Appello. La sentenza assolutoria, infatti sottolineava il "patto con il diavolo" che Matacena avrebbe stretto con la 'ndrangheta e in particolare con la cosca Rosmini. Per i giudici, comunque, il "patto con il diavolo" non avrebbe comunque portato un concreto beneficio alla cosca. Una circostanza su cui però Scuderi ha insistito molto, chiedendo ai giudici chiamati a giudicare nuovamente il caso, di prendere in considerazione un aspetto essenziale, costituito dal fatto che la sola stipulazione del patto, se caratterizzato da serietà e concretezza, era in grado di incidere positivamente sul rafforzamento delle capacità operative della cosca Rosmini, ponendola in una posizione di prestigio nei confronti delle altre cosche dal momento che era divenuta, per diretta investitura di Matacena, un punto di riferimento per le altre cosche e di coordinamento delle strategia attuate dalle stesse.
Richiamando diversi passaggi delle precedenti sentenze, Scuderi aveva sottolineato come Giuseppe Aquila, in passato vicepresidente della Provincia di Reggio Calabria, sia stato il "tramite dei rapporti di Matacena con le cosche reggine e, in particolare, con quella dei Rosmini". Un rapporto che spinse Scuderi a parlare di "triangolazione" tra i Rosmini, in particolare il capoclan Totò Rosmini, Aquila e, appunto, Matacena che sarebbe stato l'avamposto in Parlamento della cosca: "Non si può pretendere una prova notarile del patto tra un politico e la 'ndrangheta" aveva detto in aula Scuderi.
Ora dunque arriva la parola fine su una delle vicende giudiziarie più intricate della storia reggina. A distanza di vent'anni dall'inizio dell'epopea, Amedeo Matacena viene condannato definitivamente dalla Cassazione.