di Benedetta Malara - Ci sono molti punti di disaccordo tra i fratelli Tommaso e Giuseppe Costa, appartenenti all'omonima cosca di Siderno ed entrambi detenuti, che oggi hanno testimoniato in aula – Giuseppe per la prima volta – rispondendo alle domande del presidente della Corte d'Assise d'Appello Bruno Finocchiaro e del sostituto procuratore generale Franco Mollace. Giuseppe Costa, condannato all'ergastolo e detenuto da oltre vent'anni per associazione mafiosa e omicidio, nell'ambito della faida con la cosca Commisso, ha parlato per oltre due ore, fornendo alla Corte un quadro molto più che esaustivo su quella che era, trent'anni fa, la divisione dei territori tra le cosche.
La cosca Costa, di cui fanno parte i due fratelli, nasce nel 1987, dopo la morte di un terzo fratello, Luciano, ucciso dai Commisso. Prima, i due erano organici ai Commisso, sempre di Siderno. Quando dalla scissione si forma la 'ndrina dei Costa, Giuseppe ne elenca senza sforzo gli appartenenti: da Giuseppe Curciarello – presente oggi in aula – al fratello Domenico, a Michele, figlio di Giuseppe. Da Salvatore Bruno ad Achille Megna, da Vincenzo Filippone a Natale Agostino, finendo a Clemente Alberto Leone, "che abitava ad Altamura, però era di Siracusa, è stato affiliato da Tommaso". E qui proprio Tommaso smentirà il fratello, alla fine dell'udienza, quando renderà le sue dichiarazioni spontanee. "Non ho affiliato nessun Leone Alberto – dichiara – proprio perché non l'ho mai conosciuto". Costa menziona anche un carabiniere, "che non è stato corrotto ma è stato volontario. Io più di una volta gli ho detto torna a fare quello che facevi e lui ha detto no". Costa si riferisce al maresciallo dei Carabinieri Donato Giordano, considerato killer infallibile a servizio della famiglia Costa che avrebbe contribuito durante la faida, tra il 1987 e il 1993 a insanguinare Siderno. Il suo cadavere, senza testa e senza mani, verrà trovato carbonizzato nell'estate del 1991 all'interno di una Lancia Thema, dentro la galleria della Limina. "Non ha mai avuto dei soldi – ha detto Costa – non si è venduto, ha fatto tutto per volontà sua".
Giuseppe Costa, entrato per l'ultima volta in carcere, definitivamente, il 23 marzo del 1990, dichiara di aver sempre trattenuto solo rapporti con i familiari più stretti, come i fratelli e la moglie – con cui si è sposato in carcere nel 2000 – e di avere invece cessato totalmente ogni tipo di contatto con l'ambiente della 'ndrangheta "perché avevo intenzione di tagliare con questa vita". Con il fratello Tommaso, invece, avrebbe intrattenuto rapporti anche dopo il 2005.
Dopo la scissione dalla famiglia Commisso, a causa della morte di Luciano Costa, nasce una faida tra le due famiglie, che a detta di Giuseppe Costa non sarebbe mai terminata, ma falsamente conclusa con una "finta pace". Una finta pace per cui ci sarebbe stata l'intercessione di Umberto Bellocco, di Rosarno. "Mi doveva parlare a Palmi – racconta Giuseppe Costa – circa nel 1994, in merito a questa pace. Un giorno sono sceso a Palmi e mi ha parlato di questa pace, dicendo che se ne assumeva la responsabilità". La pace in questione prevedeva la spartizione di Siderno in due zone, una parte sarebbe andata ai Costa e l'altra ai Commisso. Ma in realtà, le cose non sarebbero andate così. Giuseppe Costa entrerà in carcere nel 2000, e tra il 2004 e il 2005, incontrerà nel carcere di Terni proprio Umberto Bellocco. "Mi ha chiesto come andavano le cose – racconta – ma le cose andavano male, e lui ha detto che se la sarebbe vista lui. Ho capito che c'era qualcosa sotto, perché chi si è messo in mezzo ad effettuare questa pace aveva fatto delle promesse, che sono state nulle, e da lì ho cominciato a capire che era tutto un trucco, che prendevano solo del tempo".
Dalla finta pace, le domande del pg Mollace passano ad un altro affare che avrebbe interessato la famiglia Costa, quello del centro commerciale "La Gru" di Siderno. Tommaso, in una delle missive al fratello, scriverà che ci sono due posti di lavoro che li attendono proprio alla Gru, di cui è titolare Luciano Racco. Lo stesso Racco che, secondo Giuseppe Costa, avrebbe avuto interessi finanziari con Riccardo Rumbo, che Costa definisce un ex barbiere e fidato killer dei Commisso. Lo stesso Rumbo che si sarebbe messo in mezzo per la trattativa tra Tommaso e Racco "perché la Gru gli interessava a lui. Da lì ho capito che non c'era pace fra me e i Commisso, perché se c'era pace lui non si metteva in mezzo". Invece, per fare finta di niente e mantenere il velo di apparenza sulla "finta pace" Rumbo avrebbe fatto assumere al centro commerciale la moglie di Tommaso Costa – ai tempi detenuto a Palmi – e alcuni nipoti. La vicenda verrà raccontata a Giuseppe dal fratello Tommaso attraverso alcune lettere, in cui Tommaso riferirà che "con quegli amici era tutto finito". "Si riferiva ai Commisso – dice oggi Giuseppe – la lettera me l'ha scritta mio fratello, ma era a nome di mio nipote Tommaso, figlio di mio fratello Luciano". E qui, Tommaso smentirà di nuovo il fratello, affermando di non aver mai scritto quella lettera, e chiedendo alla Corte di verificare se ne esista effettivamente una copia. Inoltre, secondo Tommaso, la moglie non avrebbe mai lavorato al centro commerciale "La Gru", ma in altri istituti.
Ancora, a Giuseppe Costa viene chiesta la natura dei rapporti tra il fratello Tommaso e Giuseppe Curciarello, già condannato a 25 anni in primo grado. Giuseppe parla di rapporti buoni, quasi fraterni, tra i due. Ma lui, Giuseppe, non è della stessa opinione quando parla della famiglia. "Con la famiglia Curciarello i rapporti all'inizio erano buoni, si cercavano di combattere i Commisso per quello che hanno fatto. Fino a un certo punto le cose sono andate bene, poi mi sono accorto che non andavano come dovevano andare".
I fratelli Costa e Giuseppe Curciarello avrebbero anche acquisito insieme i primi gradi di mafia. "A me non interessava – afferma Giuseppe – però sono stato costretto ad esserci. Nel 2005 avevo il trequartino, significa un livello alto, poi c'era il padrino, il crimine e la mamma, l'ultima". Tommaso e Curciarello, secondo Giuseppe, avrebbero avuto una carica più alta.
Mollace chiede poi a Costa di descrivere le alleanze 'ndranghetiste nel 2000, ma il collaboratore – a causa dei lunghi anni di detenzione – si dimostra dubbioso: "Che io sappia – racconta – a Siderno eravamo Costa e Curciarello, Commisso erano con i Cordì. I Cataldo dicevano che erano amici nostri (gli stessi Cataldo che si sarebbero occupati dell'affiliazione di Tommaso Costa, ndr) però amici fino a che punto non lo so. I Commisso – ha aggiunto – si sono presentati alle 'ndrine dicendo che io ero il loro avversario. A Gioiosa, invece, io avevo contatti con gli anziani della famiglia Ursino, che avevo conosciuto tanti anni prima. Ho anche conosciuto la famiglia Panajia quando ero latitante".
E del periodo della latitanza Costa parla quando spiega l'inimicizia con Curciarello. Nel periodo che Costa passò in un villaggio di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone "da Giordano Antonio, lui è venuto è stato un paio di giorni e se n'è andato. Se lui rispettava Giuseppe Costa, che aveva una guerra in corso, non se ne andava, e da lì ho capito che le cose non andavano bene".
I Curciarello, secondo Giuseppe Costa, avrebbero anche formato, in questi anni, una propria famiglia di mafia. E con le consorterie di Siderno, entrambi i fratelli Costa non avrebbero voluto avere più niente a che fare. "Mio fratello era stanco – ha detto Giuseppe Costa – voleva solo mettersi l'agriturismo".
L'avvocato Maria Tripodi, difensore di Tommaso Costa, chiede al fratello Giuseppe informazioni sull'omicidio di Gianluca Congiusta. "In merito all'omicidio Congiusta – risponde il collaboratore – le posso dire che è venuto uno dal carcere, che mi ha detto 'lo sanno tutti che suo fratello in questo fatto è innocente'. Quest'uomo, detenuto a Livorno, ha detto che era detenuto con Antonio Commisso, e che anche lui ha detto che in questo omicidio Tommaso non c'entrava nulla". Sarà questa l'unica dichiarazione in cui i due fratelli si troveranno d'accordo. Poco più tardi, nelle proprie dichiarazioni spontanee, Tommaso Costa ribadirà con forza la propria estraneità all'omicidio del giovane commerciante di Siderno.
Al presidente Finocchiaro, che vuole saperne di più sulle dinamiche della famiglia Costa a Siderno dopo la "finta pace" per intercessione di Bellocco e soprattutto sulla rivendicazione delle spettanze da parte di qualcuno dei Costa, il pentito risponde che "nessuno della famiglia si è messo in contatto perché era una pace finta". Tommaso Costa, inoltre, non avrebbe avuto alcuna intenzione di ricostruire il clan una volta uscito di prigione, e non avrebbe mai chiesto nulla ai Commisso proprio per l'intenzione di voler aprire un agriturismo o eventualmente di "sfruttare" i due posti di lavoro promessi alla Gru di Siderno.
"C'è stata una tregua, non una pace" ha concluso Giuseppe Costa, secondo cui ancora oggi la faida tra le cosche di Siderno sarebbe ancora aperta.