Reggio, seconda assoluzione per il tenente Varapodio: “Accusato da teste ritenuto inattendibile”

Toghe500Incassa una seconda assoluzione il Sovrintendente Carmelo Varapodio, in forza al Commissariato di P.S. di Gioia Tauro. Questa volta è la Corte di Appello di Reggio Calabria (Pres. Bandiera, a latere Varrecchione e Di Landro) a confermare l'infondatezza dell'addebito mosso nei confronti del poliziotto, rigettando l'appello proposto dal Pubblico Ministero palmese avverso la prima sentenza assolutoria, pronunciata dal GUP di Palmi, De Gregorio. Varapodio, difeso dall'avvocato Andrea Alvaro, era stato tratto in arresto nel mese di aprile 2014 in quanto un teste del procedimento penale c.d. "Deja vu", Radu Stefan, lo aveva accusato di averlo minacciato perché non testimoniasse a carico di un imputato di quel procedimento, tale Caccamo Michele. Il teste aveva rappresentato ai carabinieri che il Sovrintendente Varapodio gli avrebbe detto che, se avesse testimoniato contro il Caccamo, avrebbe rischiato conseguenze pericolose.

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Nello stesso procedimento erano imputate, sempre del reato di "minaccia per costringere a commettere un reato" (art. 611 c.p.) ai danni del medesimo Radu Stefan, le signore Caccamo Carmela (difesa dagli avvocati Marco Gemelli e Patrizia Surace), Guzzi Annamaria (Avv. Patrizia Surace) e Guzzi Rina (Avv. Patrizia Surace), tutte congiunte del Caccamo Michele, anche loro accusate dal Radu di minacce tese a fare ritrattare le accuse che il rumeno avevo mosso nei confronti di Caccamo Michele (che poi verrà assolto nel procedimento penale c.d. Deja Vu). Anche le donne erano state assolte dal GUP palmese.

Il Sovrintendente Varapodio venne arrestato nel mese di aprile 2014 e beneficiò degli arresti domiciliari in forza della sopravvenuta riforma del c.d. braccialetto elettronico. Il Pubblico Ministero aveva, infatti, richiesto la custodia cautelare in carcere ma il GIP, essendo sopraggiunta la nuova disposizione sulle modalità di controllo elettroniche dei detenuti, applicò la meno afflittiva misura degli arresti domiciliari.

Dal momento dell'arresto il Sovrintendente Varapodio venne sospeso dalla Polizia di Stato e, dopo mesi di custodia cautelare, fu scarcerato. Nel corso delle indagini preliminari venne disposto, con incidente probatorio, l'esame del principale teste d'accusa e, all'esito di tale incombente istruttorio, il Varapodio e le altre co-­‐imputate optarono per il rito abbreviato.

Nel giudizio di primo grado il Pubblico Ministero aveva richiesto nei confronti del Varapodio la condanna alla pena di anni quattro di reclusione, ridotti ad anni due e mesi otto per la scelta del rito. Una pena determinata quasi nel massimo consentito dalla legge per il reato previsto dall'art. 611 c.p., "Minaccia per costringere a commettere un reato".

Contro l'assoluzione del Varapodio, delle Guzzi e della Caccamo aveva interposto appello il Pubblico Ministero di Palmi. Il Procuratore Generale aveva concluso per l'accoglimento dell'appello e la condanna di tutti gli imputati.

Dopo le discussioni degli avvocati Alvaro, Gemelli e Surace la Corte, all'esito della camera di consiglio, ha confermato la sentenza assolutoria nei confronti di tutti gli imputati. Termina, così, la vicenda processuale che aveva preso le mosse dalle accuse di un teste che più Giudici hanno ritenuto inattendibile.