Casa di piacere nel cuore di Reggio Calabria: 5 condanne e un'assoluzione

Toganuova500 2di Angela Panzera - Si è chiuso con cinque condanne e un'assoluzione il processo ordinario scaturito dall'inchiesta "Reggioland", l'indagine compiuta dai Carabinieri reggini- su coordinamento del pm Giovanni Calamita- compiuta nel marzo dello scorso anno. Il Tribunale presieduto da Natina Pratticò, ha condannato Simona Paviglianiti a tre anni di carcere e 5 mila euro di multa, Vincenzo Comi a tre anni e tre mesi e 5 mila euro di multa, [OMISSIS per diritto all'oblio] a due anni e sei mesi e 3 mila euro di multa (pena sospesa), Maria Santamaria a tre anni e sei mesi e 5 mila euro di multa ed infine, Emanuele Arco 2 anni di carcere e 3 mila euro di multa. [OMISSIS PER DIRITTO ALL'OBLIO]. Anche se i "protagonisti" principali dell'inchiesta, i coniugi reggini Francesco Alati, classe 1960,e Gregoria Liberata Logoteta, classe 1965, hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato, oggi il Collegio-stando alla sentenza emessa- ha sposato in pieno l'impianto accusatorio del pm Calamita. Al centro dell'indagine dei militari dell'Arma finì il quel continuo "via vai" dal civico 186-C di via Reggio Campi II Tronco dove formalmente era collocata la sede dell'associazione "ClubReggioland" che, a quanto pare solo sulla carta, si occupava di "management e organizzazione eventi".

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In quello stabile ubicato a pochi passi dal centro cittadino però, per la Procura reggina, e adesso anche per il Tribunale- si faceva di tutto tranne che "promuovere, organizzare, diffondere e supportare sport, cultura, musica e spettacolo in tutte le sue forme", come dichiarato a caratteri cubitali sul relativo sito internet e per come detto parecchie volte al telefono da Alati che intercettato appellava le varie ragazze come "artiste". L'associazionismo praticato avrebbe imposto altri profili e luci, luci rosse soprattutto. Tutto ha inizio il 10 febbraio dello scorso anno quando i Carabinieri effettueranno una perquisizione con l'obiettivo di rinvenire armi detenute illegalmente. Ma i militari rimasero delusi. Non furono scovate pistole o mitragliette bensì luci soffuse, immagini evocative e al secondo piano dell'immobile c'erano degli intensi profumi. Fino a qua però, a sostenere che si trattasse di una cosiddetta "casa chiusa", ce ne voleva. Sono state alcune mascherine, i profilattici e un fallo di gomma, nonostante la Logoteta abbia dichiarato che " appartengono a me e a mio marito e li usiamo in intimità", a inguaiare la coppia. A niente è infatti, servita la spiegazione fornita dalla donna che durante il controllo aveva messo a verbale che " in questo circolo si organizzano delle feste tra noi associati, in occasioni di feste particolari come Halloween, Carnevale, eccetera, mentre nelle altre serate vi è interscambio culturale, si discute, si sorseggia un drink e c'è musica soft,(..) per le bibite che noi offriamo agli avventori, gli stessi danno un'offerta libera, non specificatamente indicata". Le indagini del pm Calamita partirono subito. Intercettazioni telefoniche e ambientali, ma soprattutto i numerosi appostamenti effettuati dai Carabinieri avrebbero dimostrato che in quella casa di Via Reggio Campi si esercitava attività di prostituzione a tutte le ore del giorno e della notte. A capo dell'organizzazione, secondo l'accusa, ci sarebbe la coppia composta da Alati, dipendente comunale presso un ufficio ubicato all'interno del Cedir, e Logoteta, ma anche quest'ultima si sarebbe prostituita sotto le direttive del marito che stabiliva i prezzi dei rapporti sessuali. Si andava da un minimo di 50 euro fino ai 150 e 300. Dipendeva dalle occasioni. Il duo sarebbe stato specializzato in addii al celibato con tanto di apposito "regalo per lo sposo". Per usufruire delle presunte prestazioni sessuali giungevano da ogni dove e i clienti erano di tutte le età. "Tuttavia- scriveva il gip Lauro nell'ordinanza di custodia cautelare- sin d'ora non si può evidenziare, anche alla luce delle acquisizioni successive, come persino l'analisi del solo servizio di videoripresa documentava, anche per il periodo successivo, l'assoluta ripetizione dei comportamenti indicativa di una gestione organizzata, degli eventi, di un modus operandi condiviso e collaudato: l'assidua frequentazione della casa da parte dei soggetti nella quasi totalità di sesso maschile, anche in gruppi assai nutriti (questi prevalentemente nelle ore serali), la programmazione di appuntamenti per così dire più riservati, per singoli soggetti, tenuti durante il giorno, tanto al mattino, quanto il primo pomeriggio, la variegata composizione del pubblico maschile, vuoi per età (anche un minorenne), vuoi per posizione sociale (disoccupati, dipendenti comunali, impiegati, calciatori, militari, operai, soggetti operanti nel mondo dell'intrattenimento, imprenditori, vuoi per provenienza (Reggio Calabria, Melito Porto Salvo, San Luca, Sant'Eufemia d'Aspromonte, Montebello Jonico, Sinopoli, Villa San Giovanni, Palmi, Bova Marina, Condofuri e Saline Joniche". Insomma un'impresa del sesso che ormai era diventata un nome nell'hinterland reggino. Ma uscirne non è stato facile per tutte le ragazze presumibilmente coinvolte. Come quanto accaduto per la giovane [OMISSIS], qui accusata di agevolazione all'attività di prostituzione e favoreggiamento personale, ma anche di essere una delle vittime della Logoteta. [OMISSIS PER DIRITTO ALL'OBLIO]. La [OMISSIS] infatti, in un preciso momento ha manifestato- stando alle carte dell'inchiesta- la volontà di interrompere il meretricio in quanto aveva trovato, durante il periodo estivo, un lavoro presso un lido balneare. Ma la Logoteta sarebbe rimasta molto male per la sua scelta. "Con toni e modalità decisamente diverse, scriveva il gip, i due coniugi tentavano di riportare la [OMISSIS] - fonte indiscussa di guadagno per le loro serate e spesso richiesta dai clienti- sulla strada della prostituzione oscillando fra condotte minatorie (l'Alati) e attività persuasive (la Logoteta)". Adesso quindi si chiude il troncone ordinario dell'inchiesta "Reggioland" con cinque condanne a casa portate dall'accusa. 90 sono i giorni che ci vorranno per leggere il deposito delle motivazioni della sentenza, una sentenza arrivata all'esito di un dibattimento in cui si sono sviscerati non solo le risultanze investigative compiute dagli inquirenti, ma anche le dinamiche a "luci rosse" di Reggio e dintorni.