di Claudio Cordova - Il pubblico ministero Roberto Di Palma, applicato in veste di sostituto procuratore generale nel processo d'appello del procedimento "Arca", ha richiesto la conferma della sentenza di primo grado nei confronti di Giuseppe Bonarrigo, Vincenzo Giacobbe, Pacifico Morogallo e Noé Vazzana, condannati dal Gup di Reggio Calabria a sei anni di reclusione ciascuno, nonché nei confronti di Maria Assunta De Maria e Laura Tassone, condannate a un anno e quattro mesi ciascuna. L'indagine, denominata "Arca" per il coinvolgimento del sindacalista Noè Vazzana, che sarebbe stato il trait d'union con le cosche, andò a colpire le presunte infiltrazioni della 'ndrangheta della Piana di Gioia Tauro negli eterni lavori di ammodernamento dell'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, tra gli svincoli autostradali di Mileto e Rosarno. In primo grado fu anche condannato a sette anni Domenico Giacobbe (nel frattempo deceduto) e Salvatore Domenico Tassone (otto anni e otto mesi) per cui è stato effettuato uno stralcio dal troncone principale per motivi di salute.
Il pm Di Palma (che curò il procedimento anche in primo grado) ha anche richiesto che venga accolto l'appello scritto presentato alla Corte d'Appello presieduta da Lilia Gaeta, con cui viene richiesto il riconoscimento della responsabilità penale per una ventina di soggetti assolti in primo grado dal Gup Santo Melidona: Paolo Bruno, Raffaele Cordì, Francesco Ferdinando Crocetto, Andrea Cutrupi, Giovanni D'Alessandro, Domenico Giacobbe, Antonino Guarnaccia, Giovanni Domenico Guarnaccia, Andrea Loiacono, Carmine Loiacono, Pantaleone Mancuso, Pacifico Morogallo, Francesco Nasso, Nicola Noce, Salvatore Noce, Antonio Ozimo, Antonio Pesce, Vincenzo Pesce, Consolato Politi, Domenico Prestanicola, Giuseppe Prestanicola, Maria Teresa Prestanicola e Giovanni Taormina. Tutti soggetti indagati e imputati soprattutto per il capo P della rubrica, quello che, secondo il rappresentante dell'accusa, renderebbe responsabili i soggetti alla sbarra di frode in pubbliche forniture, reato aggravato dalle modalità mafiose.
Secondo il pm Di Palma, infatti, la sentenza di primo grado non avrebbe tenuto conto delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Di Dieco, che negli scorsi anni avrebbe svelato il meccanismo truffaldino sui cantieri della A3, facendo esplicito riferimento ad un giro di sovrafatturazioni per generare il cosiddetto "cash flow", ossia un fittizio aumento di cassa con il quale pagare la famosa tangente del 3% alla ndrangheta. "Costo sicurezza" lo chiamavano a bilancio: in realtà era il costo che le cosche pretendevano per lasciar lavorare "in sicurezza", appunto, le ditte. Una "tassa ambientale" di cui, nelle conversazioni telefoniche, fa riferimento l'ingegner D'Alessandro, funzionario di Condotte, uno dei colossi impegnati nei lavori.
Lavori che, a detta dell'accusa, sarebbero stati inoltre eseguiti con materiali a basso costo, che andavano necessariamente miscelati. Ciò, fatto per far quadrare i bilanci e ottenere dei risparmi, sarebbe emerso dall'esito degli esami di laboratorio che avrebbero riscontrato come i campioni analizzati non fossero assolutamente idonei alla lavorazione. Alla fine, per risparmiare, le ditte si rivolgeranno alla cava di proprietà dell'imprenditore Vincenzo Galimi (in seguito coinvolto nell'indagine "Cosa Mia" per la propria vicinanza alle cosche di Palmi). Imprese impegnate in grossi appalti, giocavano sulla qualità dei materiali per assicurarsi il guadagno. Una vicenda che non verrà sanzionata dal giudice di primo grado che affermerà, sostanzialmente, come il materiale possa giungere da qualsiasi luogo. Un assunto che Di Palma contesta fortemente: "Se così fosse, la ditta appaltatrice potrebbe ben riceversi anche materiale rubato, o la ditta fornitrice recuperare sabbia e/o altro materiale dai greti dei torrenti o da qualsiasi (e si sottolinea qualsiasi) altro sito" è scritto nei motivi d'appello.