di Claudio Cordova – Pudore imporrebbe di non cercare un dato politico in qualcosa che non ne ha. Che non ne ha mai avuto. Non solo ora che, in tutta la sua chiarezza, è emerso il (non) senso delle Elezioni Suppletive di Reggio Calabria. Un non senso che la gente ha capito, non andando a votare e consegnando un imbarazzante 22% di affluenza alle urne. Un non senso che, in realtà, questa volta la politica ha dichiarato fin dall’inizio, con le proprie scelte, con i propri comportamenti.
E la gente lo ha capito dato che, se non vi fossero state alcune sortite inqualificabili di Vannacci e Cannizzaro (anche se il video pseudo sci-fi in cui Benedetto dice “my name is Frank” era abbastanza ridicolo), probabilmente la campagna elettorale sarebbe passata inosservata, come spesso si ignorano le convocazioni riguardanti le riunioni di condominio.
Elezioni che, già nella loro natura stessa, erano pressoché insignificanti, dato che votava una fetta molto limitata di uno dei luoghi più marginali e insignificanti d’Italia. Che, ora, però, visti i quattro gatti che sono andati a votare (tendenzialmente le truppe cammellate, quelli che “devono” votare, perché con la politica campano), assumono connotati ancor più irrilevanti.
E, però, in queste Condominiali, il centrodestra ha vinto ampiamente con lo sconosciuto (alla gente, perché nei palazzi romani è conosciutissimo) Fabio Roscioli. Una scelta calata dall’alto, che il sindaco Francesco Cannizzaro, che ha lasciato vuoto lo scranno di parlamentare qualche mese fa, si è intestato fin dall’inizio. E che ora, evidentemente, rivendica.
Ma, come detto, fin da subito, con la sua scelta, il centrodestra ha dimostrato di non tenere alla rappresentanza in Parlamento del territorio. Cannizzaro potrà pure vantarsi di aver scelto in prima persona il candidato Roscioli, ma sicuramente avrà subito la scelta di doversi dimettere da deputato in piena estate (22 luglio). Ma di sicuro i 21mila voti a Reggio Calabria città non possono essere considerati una vittoria, soprattutto se si considera che il centrosinistra assottiglia il divario da 10mila (sul dato complessivo) a 7mila, dato che Benedetto raccoglie 14mila voti nel capoluogo. Poco importa (forse) per uno come Cannizzaro che ha dimostrato di tenere molto di più ai suoi equilibri di partito, che non al territorio.
Discorso analogo (ma con la pesante aggravante di aver perso) è quello del centrosinistra che, ancora una volta, come fu per Amalia Bruni e per Pasquale Tridico alla Regione e con Mimmetto Battaglia per il Comune di Reggio Calabria, decide di non giocare affatto una partita che lo vedeva nettamente sfavorito. Ma un conto è partire sfavoriti (anche nettamente sfavoriti), un altro è trasmettere ai propri martoriati elettori il messaggio di non avere alcun interesse per l’esito elettorale e, in generale, per le sorti del centrosinistra stesso.
Frank Benedetto – lo si era scritto già al momento della candidatura – era sicuramente l’unico candidato votabile alle Suppletive, ma era, ovviamente, una scelta non vincente. E non perché non sia un professionista di valore, come ha osato dire (da che pulpito accademico, poi…) il sindaco Cannizzaro. Ma perché, oggettivamente, candidare un 70enne, con svariati incarichi (politici e non) alle spalle, non può essere la scelta da prendere.
Non deve essere la scelta da prendere. Se si vuole risalire la china. Perché, bisognerebbe chiedere ai vari colonnelli del Pd, non si è candidato un big per affrontare (realmente) Cannizzaro? Oppure, perché non si è cercata una soluzione coraggiosa, magari candidando un giovane o, meglio ancora, una giovane? Cosa c’era da perdere?
Elettoralmente nulla, perché, al massimo, le elezioni le avrebbe vinte il centrodestra, che, dopo gli anni tristi di Amministrazione Falcomatà è, tutto sommato, ancora in luna di miele con la città. Sconfitta poteva essere e sconfitta sarebbe stata. Come è stato. Ciò che si poteva perdere – e che è l’unica cosa che è interessata a tutti i protagonisti di queste insulse elezioni – è la propria posizione di potere.
E, allora, questo Partito Democratico, questo centrosinistra, non risaliranno mai la china se non si libereranno dalla faida tra il segretario regionale Nicola Irto e l’ex sindaco di Reggio Calabria e oggi consigliere regionale, Giuseppe Falcomatà. Una china che non potrà mai essere risalita che non si andrà a emendare lo schieramento da figure impresentabili, in termini politici e non, che, ancora, pensano (e spesso ci riescono) di poter orientare i risultati delle urne.
Infine, Futuro Nazionale, Vannacci, Giannetta e tutta l’accozzaglia.
La soglia del 10% era quella che tanti ponevano come livello di guardia che gli uomini dell’ex generale non avrebbero dovuto varcare, senza far scattare il campanello d’allarme. Ma quando vota così poca gente, più che le percentuali, contano i numeri: gli 8.200 voti di Giannetta sono un risultato non di certo entusiasmante, se si pensa all’ottimo bacino elettorale che, storicamente, l’ex capogruppo di Forza Italia ha sul territorio. La Calabria doveva essere la Sassonia di Vannacci. Non lo è stata. Forse non è stata nemmeno una Waterloo, ma sicuramente l’operazione di Giannetta, che i ben informati riconducono a screzi importanti proprio con Cannizzaro, non è riuscita.
E per uno che lasciò lo scranno parlamentare per fare il consigliere regionale (a volte viene da sbattere la testa contro il muro quando la mente torna a determinati avvenimenti) è tutto dire, dato che ora, invece, aveva tentato il percorso inverso.
I cittadini hanno stroncato lui e gli altri protagonisti della farsa, nel modo più ovvio e più umiliante per chi fa politica: non andando a votare, ignorando. E, allora, sarebbe forse il caso di chiamarle con il loro vero nome: non Suppletive, ma semplicemente Condominiali. Con tanti saluti alla rappresentanza e, soprattutto, al pudore.
