C’è un momento, durante ‘I Carabinieri – una farsa sulla guerra’ in cui la risata smette di essere innocente e diventa un sorriso amaro e consapevole. È forse proprio in questo passaggio, quasi impercettibile, che si trova la chiave dello spettacolo diretto da Roberto Zorn Bonaventura e andato in scena martedì 22 settembre all’Arena Lungomare di Pellaro, nell’ambito della VII edizione del Globo Teatro Festival.
Una serata di teatro all’aperto che ha trovato nel rapporto diretto tra scena e pubblico una delle sue caratteristiche più significative. L’Arena Lungomare ha accolto uno spettacolo capace di alternare leggerezza e inquietudine, comicità e tragedia, accompagnando gli spettatori dentro una vicenda che, nonostante la distanza temporale dalla sua scrittura, conserva una sorprendente capacità di interrogare il presente, il nostro presente.
Al termine, un lungo e caloroso applauso ha accompagnato il lavoro della compagnia, il regista e gli interpreti, restituendo una partecipazione che ha seguito il progressivo mutamento del tono della rappresentazione: dalle risate iniziali alla crescente inquietudine, fino alla riflessione conclusiva.
Beniamino Joppolo, scrittore siciliano nato nel 1906 e scomparso nel 1963, è un autore difficilmente collocabile nelle categorie tradizionali del teatro. La sua scrittura attraversa il quotidiano e l’assurdo, il grottesco e il surreale, costruendo situazioni nelle quali la realtà appare deformata ma, proprio attraverso quella deformazione, finisce per rivelare i suoi meccanismi più profondi. Il suo percorso ha incontrato anche personalità importanti del teatro e del cinema, come Giorgio Strehler e Jean-Luc Godard.
Ne I carabinieri – una farsa sulla guerra, essa non viene presentata attraverso l’epica o l’eroismo. Entra nella vita dei protagonisti attraverso una promessa: quella della ricchezza, del riscatto, della possibilità di cambiare la propria condizione. È una promessa apparentemente semplice, ma proprio per questo pericolosa.
La regia di Roberto Zorn Bonaventura sceglie di valorizzare pienamente la componente farsesca del testo. Nella prima parte dello spettacolo il pubblico viene coinvolto in un universo fatto di situazioni paradossali, personaggi deformati e comportamenti apparentemente assurdi. Si ride, ma progressivamente quella risata cambia significato.
L’assurdo, infatti, non rimane soltanto una dimensione comica. Diventa il modo attraverso il quale si mette a nudo una logica profondamente umana: il desiderio di uscire dalla povertà, la seduzione del potere, la promessa di una ricompensa, la disponibilità a obbedire e, infine, la trasformazione dell’individuo in strumento di un meccanismo più grande di lui.
È qui che il lavoro del regista trova uno dei suoi punti di maggiore interesse. Quando i protagonisti tornano dalla guerra mutilati, privati di ciò che avevano messo in gioco, il paradosso raggiunge il suo punto più doloroso. La guerra non ha mantenuto le promesse, non ha prodotto il riscatto atteso, ha lasciato soltanto perdita e mutilazione. Eppure, nonostante tutto, rimane la disponibilità a ripartire.
È sul finale che la pièce supera la dimensione della semplice denuncia della guerra perché si aggiungono anche povertà, manipolazione, desiderio di affermazione, rapporto con il potere, famiglia e responsabilità individuale. Soprattutto, però pone una domanda che rimane scomoda: perché gli uomini accettano di diventare parte di un meccanismo che può distruggerli? E ancora più inquietante è la domanda successiva: perché, dopo averne conosciuto il prezzo, possono essere disposti a ricominciare? Non ci sono risposte in questa pièce che non costruisce nemmeno una contrapposizione rassicurante tra buoni e cattivi. Tutto, invece, lascia emergere un sistema nel quale gli individui possono essere contemporaneamente vittime e ingranaggi, persone che subiscono il potere ma che, nello stesso tempo, finiscono per alimentarlo. Anche il lavoro degli interpreti contribuisce a costruire questo equilibrio tra grottesco e dramma. In scena Monia Alfieri interpreta Lucia, mentre Marina Cacciola veste i panni di Anna. Gianluca Cesale e Gerri Cucinotta sono rispettivamente il Primo e il Secondo Carabiniere; Vincenzo Palmeri è Leonardo, Antonio Previti è Don Saro e Damiano Venuto veste i panni di Michelangelo. Un cast nel quale si incontrano esperienze e generazioni differenti, elemento particolarmente significativo per un progetto che riporta al centro dell’attenzione un autore ancora poco frequentato e lo affida a interpreti capaci di confrontarsi con la sua particolare scrittura.
Il lungo applauso finale ha sciolto la tensione della serata, ma non l’inquietudine lasciata dalla vicenda. È proprio questa, forse, la capacità più significativa dell’allestimento: non limitarsi a raccontare la guerra, ma mostrare i meccanismi che convincono che vale la pena combatterla.
Produzione Castello di Sancio.
Il Globo Teatro Festival VII edizione – Teatro in Periferia organizzato dalla compagnia Officine Jonike Arti con la direzione artistica di Maria Milasi e Americo Melchionda.
Un’iniziativa promossa dalla Città di Reggio Calabria nell’ambito del progetto “ReggioFest2026: cultura diffusa” e cofinanziata a valere sul Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura.
