“Non chiamatela più festa, se poi chi lavora torna a casa con le tasche vuote e la schiena piegata.
Il Primo Maggio, oggi, è una domanda scomoda che resta sospesa: quanto vale davvero il lavoro, in questo
Paese?
Nessuno ha più voglia di fare la solita retorica. Quella la conosciamo già: scorre ogni anno, lucida e innocua,
mentre la realtà si sporca le mani altrove. Perché fuori dalle celebrazioni c’è un’altra storia, fatta di corpi e
fatica.
C’è chi consegna cibo sotto la pioggia, senza diritti né garanzie.
C’è chi è costretto a trasferirsi altrove, inseguendo una supplenza che non diventa mai vita.
E poi ci sono loro, gli invisibili: i braccianti agricoli. Mani che raccolgono ciò che finisce sulle nostre tavole,
spesso per pochi euro all’ora, a volte senza contratto, senza tutele, senza voce. C’è il lavoro nero, ma anche
quello grigio che non è più un’eccezione ma una crepa strutturale, che attraversa interi settori, alimentata
dal silenzio, dalla necessità, dal bisogno.
E poi c’è anche lei, la morte, che con inquietante frequenza sopraggiunge proprio nei luoghi di lavoro, lasciando dietro di sé non solo disperazione, ma anche una scia di interrogativi irrisolti, cui raramente corrispondono risposte concrete o un apparato normativo sufficientemente puntuale ed efficace.
In questo scenario, parlare di dignità è urgenza.
Perché oggi si può lavorare e restare poveri. Si può lavorare e avere paura. Si può lavorare senza esistere
davvero. Per questo chiediamo da tempo un salario minimo legale. Non come slogan da sbandierare proprio
oggi, ma come linea di confine: sotto quella soglia non è lavoro, è sfruttamento.
È il punto da cui ripartire per restituire senso e valore a ciò che troppo spesso viene consumato e dimenticato.
Ma non basta. Serve una trasformazione strutturale del modo in cui il lavoro viene riconosciuto e redistribuito. AVS – Sinistra Italiana ha avanzato in parlamento diverse proposte chiare: l’introduzione di un vero
salario minimo legale per tutte le lavoratrici e i lavoratori, senza eccezioni e senza zone grigie contrattuali;
una tassa sui grandi patrimoni e sui super-ricchi, per riequilibrare un sistema fiscale oggi profondamente
iniquo e finanziare diritti sociali universali;
la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, perché la produttività non può tradursi in sfruttamento,
ma in tempo di vita riconquistato;
l’aumento generalizzato dei salari per rispondere al carovita e alla perdita di potere d’acquisto che sta erodendo la qualità della vita di milioni di persone;
e l’introduzione di un meccanismo di indicizzazione delle retribuzioni all’andamento del costo della vita, per
impedire che inflazione e crisi scarichino sempre il loro peso sugli stessi soggetti: lavoratrici e lavoratori.
Nel Mezzogiorno tutto questo pesa di più. Qui il lavoro manca e quando c’è è fragile, intermittente, spesso
ingiusto. E allora si parte. Non più solo verso il Nord ma verso altri paesi. È una partenza senza rumore, ma
continua. Partono medici, infermieri, tecnici, laureati.
Partono competenze costruite con risorse pubbliche, che solo altrove trovano rispetto.
E chi resta regge un sistema che si svuota, tra stipendi insufficienti e carichi sempre più insostenibili.
Questa non è solo una crisi economica. È una ferita democratica.
Perché quando il lavoro perde dignità, anche la libertà si restringe. La partecipazione si spegne. La fiducia si
consuma.
Allora no, non basta ricordare. Non basta nemmeno denunciare. Serve scegliere da che parte stare e costruire
alternative concrete.
Il Primo Maggio deve tornare a essere qualcosa che disturba, che interroga, che pretende. Deve essere conflitto, ma anche proposta. Deve avere il coraggio di nominare le cose per quello che sono. Catanzaro, il Sud,
l’Italia tutta chiede di non essere più costretta a scegliere tra restare e resistere o partire e sopravvivere.
Chiede giustizia.
E oggi, la giustizia, ha ancora il volto del lavoro”.
Così in una nota Fabiola Scozia, segretaria cittadina Circolo Giuditta Levato.
