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L’Arbëria entra in un nido di Perugia: educazione, identità e comunità nella primissima infanzia

Un’esperienza educativa ispirata alla cultura arbëresh ha preso forma in un nido d’infanzia di Perugia, coinvolgendo bambini tra i due e i tre anni in un’attività basata sul corpo, sul movimento e sulla relazione. L’iniziativa si è inserita all’interno di un progetto educativo volto a valorizzare il ruolo delle famiglie e delle identità culturali come risorsa pedagogica.

L’attività è stata ideata e condotta da Francesca Magnelli, mamma di uno dei bambini e laureata all’Accademia di Belle Arti, che ha proposto un percorso ispirato alla tradizione arbëresh attraverso la vagha (ballo tondo), il movimento collettivo e il gioco simbolico dell’aquila. Un’esperienza pensata per la fascia 0–3 anni, capace di stimolare attenzione, regolazione emotiva e senso di appartenenza, senza ricorrere a spiegazioni verbali o didattiche frontali.  I bambini si sono mossi in serpentina seguendo il ritmo della musica, accompagnati da immagini proiettate sullo sfondo, che hanno contribuito a creare un ambiente immersivo.

Il movimento condiviso ha permesso ai bambini di sperimentare la sincronizzazione con il gruppo, la percezione dello spazio comune e il rispetto del tempo collettivo, ponendo le basi per lo sviluppo delle prime competenze sociali e relazionali.

Una seconda fase dell’attività ha introdotto un elemento educativo di particolare rilievo: il gioco simbolico dell’aquila, simbolo della bandiera albanese e delle comunità arbëreshe. I bambini sono stati invitati a “farla volare” con le mani, correndo liberamente nello spazio. Successivamente, a un segnale preciso, l’aquila doveva tornare nel nido e tutti i bambini si fermavano.

La cultura arbëresh non è stata proposta come contenuto da apprendere, ma come esperienza da vivere. In questo modo, l’identità culturale si è trasformata in un linguaggio universale, accessibile a tutti i bambini, indipendentemente dalla loro provenienza familiare o culturale.

L’esperienza assume un valore particolarmente rilevante: l’ingresso di una cultura minoritaria all’interno di un servizio educativo urbano non ha prodotto separazione o marcatura della differenza, ma condivisione. La diversità si è configurata come occasione relazionale e non come oggetto di spiegazione o mediazione formale.

 

A sostenere l’iniziativa, anche a distanza, è stata Fili Meridiani, che ha fornito materiali visivi e contenuti culturali utilizzati durante l’attività. Un supporto che ha permesso di creare un ambiente immersivo e coerente, rafforzando il legame tra educazione, arte e patrimonio culturale.

«Questa esperienza dimostra come la cultura possa diventare uno strumento educativo potente già nella primissima infanzia», dichiara Francesca Liuzzo, che ha seguito e sostenuto il progetto fornendo i materiali a distanza.
«Anche senza essere fisicamente presenti, è possibile accompagnare percorsi educativi di qualità, mettendo in circolo immagini, simboli e contenuti che aiutano i bambini a vivere la cultura come esperienza e non come nozione».

L’iniziativa rappresenta un esempio concreto di come le culture minoritarie possano entrare nei servizi educativi non come elemento folklorico o identitario da spiegare, ma come linguaggio universale da condividere. Un modello replicabile, che valorizza l’alleanza tra famiglie, educatori e realtà culturali del territorio.

Per Fili Meridiani, da anni impegnata nella ricerca, documentazione e valorizzazione delle comunità arbëresh, si tratta di un segnale importante: la cultura vive e si trasmette anche attraverso i gesti più semplici, soprattutto quando incontra l’infanzia e l’educazione.

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