Reggio Calabria
 

“Mala Sanitas”, Tripodi parla e scarica il primario: “Ero l’unico a oppormi”

reggiocalabria ospedaliriuniti21aprbisdi Claudio Cordova - Ammette prima la propria responsabilità, dichiarandosi colpevole, poi, su insistenza del proprio legale di fiducia, rettifica. Parla il dottor Alessandro Tripodi, uno dei personaggi principali dell'inchiesta "Mala sanitas", con cui i pm Gaetano Paci, Roberto Di Palma e Annamaria Frustaci hanno scoperchiato un presunto sistema di coperture degli errori medici in alcuni reparti degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria. Tripodi è uno dei medici finiti agli arresti domiciliari.

Il caso su cui Tripodi viene poi richiamato dal proprio legale, riguarda la vicenda più grave emersa nell'inchiesta. La circostanza secondo cui Tripodi avrebbe praticato un aborto all'insaputa della sorella, sospettando che il figlio della stessa potesse nascere con alcuni problemi: "Cioè nel fatto, cioè allora mi sono state mosse delle accuse, cioè in pratica che io avrei proceduto ad interrompere questa gravidanza avendo notato, diciamo, pensando che questo bambino fosse mal formato. Di fatto io non mi ritengo colpevole in questo senso. Mi ritengo che naturalmente io avevo una situazione davanti che era quella lì di una situazione catastrofica, catastrofica nel senso che c'era un bambino in quelle condizioni, completamente accartocciato, e senza un goccio di liquido, e tra l'altro nel momento in cui io lo avevo addirittura... Perché io sono partito qualche giorno prima del 17, e prima di partire avevo visitato mia sorella. Visitandola avevo addirittura

notato che gli arti inferiori di questo bambino erano in vagina, quindi già è una situazione abbastanza catastrofica, prima che addirittura io partissi".

Eppure, prima di partire, sarebbe stato proprio Tripodi a somministrare alla sorella il farmaco necessario per l'aborto: è lo stesso medico ad ammetterlo nel corso del lunghissimo interrogatorio di garanzia reso ai pm Di Palma e Frustaci e al Gip Antonino Laganà.

La collocazione del dott. Alessandro Tripodi, uno dei personaggi principali dell'inchiesta curata dai pm Gaetano Paci, Roberto Di Palma e Annamaria Frustaci, è l'emblema di come vanno le cose in città: Tripodi, nipote di Giorgio De Stefano, l'avvocato-eminenza grigia considerato uno delle menti più sopraffine che la 'ndrangheta abbia mai avuto, avrà per anni un peso assai significativo all'interno del reparto di Ginecologia dei "Riuniti", fino a diventarne addirittura il primario. E' ascoltando lui – partendo da un'indagine sulla cosca De Stefano – che agli uomini della Guardia di Finanza viene aperto un mondo fatto di imperizia medica, di falsità ideologica, di aborti obbligati e di indicibili sofferenze per moltissime famiglie, che subiranno danni irreparabili per i propri neonati e, talvolta, la morte degli stessi.

Le condotte che l'indagine "Mala Sanitas" consegna alla popolazione fanno emergere uno spaccato agghiacciante degli Ospedali Riuniti, vero e proprio luogo di orrore, quasi di torture ai pazienti che, dopo i danni irreparabili causati dall'imperizia del personale medico venivano persino convinti della bontà del trattamento subito.

Ma attraverso le intercettazioni, la Procura e la Guardia di Finanza riescono a documentare l'esistenza di vittime e lesioni gravissime, come quando gli indagati affermano di essere rimasti con l'utero di una donna tra le mani: "Questo può succedere, può succedere questo che asportando l'utero possa saltare l'asse vascolare, questo può succedere a tutti. Probabilmente mi riferivo a questo, perché l'utero non può sanguinare. Il collo dell'utero, pure se lacerato, non può sanguinare in maniera così importante, da determinare uno shock della paziente" afferma Tripodi.

Poco o nulla Tripodi dirà alle complesse sollecitazioni arrivate dal Gip Laganà, che ha ripercorso le varie vicende alla luce delle drammatiche intercettazioni captate. Tripodi ha evitato quindi di fornire – in molti casi – una spiegazione alternativa e plausibile alla prospettazione accusatoria della falsificazione delle cartelle cliniche.

Nel lungo interrogatorio, Tripodi viene assistito dall'avvocato Giovanni De Stefano, figlio dell'avvocato Giorgio De Stefano e quindi cugino dell'indagato. E la strategia è chiara, scaricare molte delle responsabilità sul conto dell'ex primario Vadalà: "Purtroppo spesso venivano date delle indicazioni agli interventi che non tutti noi condividevamo. Il primario, Vadalà. noi eravamo iscritti in maniera istituzionale nel programma operatorio non c'era la possibilità di potersi rifiutare". Stando al racconto di Tripodi, la gestione del reparto da parte di Vadalà avrebbe creato solo problemi: " Allora, guardi, sostanzialmente il modo di gestire queste pazienti all'interno del reparto non era sicuramente fatto da noi, la paziente veniva ricoverata dal dottore Vadalà, erano pazienti che aveva visto lui, spesso alcune di queste pazienti non erano in condizioni di operabilità, per cui la mattina quando il medico si trovava in sala operatoria spesso si trovava a dovere convertire l'intervento, ma sempre su indicazione sua, vuoi alcune volte perché non c'era il tempo materiale per potere fare l'intervento. Vuoi alcune volte perché l'anestesista non dava il consenso affinché si potesse effettuare in anestesia generale. Probabilmente la paziente non aveva quelle condizioni per potere essere operata in anestesia generale". Un vero e proprio padre-padrone, che avrebbe soggiogato un intero reparto: "Allora Pennisi nella sostanza, come pure altri medici, diciamo assecondavano in maniera abbastanza importante Vadalà.

Quindi nella sostanza il problema reale era questo. Non è il problema delle direttive, è il problema di tutto un sistema che ruotava in quella maniera". Sarebbe stato Vadalà, con tale atteggiamento, a rovinare il reparto, anche a causa della propria ossessione nell'abbassare la percentuale dei parti cesarei effettuati.

Tripodi, almeno a suo dire, sarebbe stato invece un oppositore di Vadalà: "Ero uno dei pochi medici che riusciva, in qualche maniera, a contrapporsi, diciamo a contestarlo in maniera netta, in maniera definitiva. Questo logicamente mi è costato molto in termini, poi, professionali. Tanto è vero che sono, ho dovuto avere una autorizzazione per andare ad operare fuori in altri ospedali. Purtroppo altri medici non riuscivano ad assumere questo atteggiamento". Una circostanza che Tripodi rivendica con forza: "Le spiego subito che cosa succedeva per il fatto delle precesarizzate. C'era il dottore Vadalà che aveva istituito un ambulatorio presso la divisione, che solo lui tra l'altro gestiva, che selezionava le pazienti da potere candidare al cesareo. Cioè che cosa vuol dire? Avevo una paziente mia privata, non avevamo la possibilità neanche di potere fare il cesareo senza la sua indicazione. Quindi la paziente doveva passare presso questo ambulatorio, veniva visionata da lui, e lui indicava se fare il cesareo o no. Questo lo può tranquillamente vedere da tutta una serie di cartelle. [...] Allora l'unica persona che in pratica ha

contestato Vadalà sono stato io, ne ho subìto le mie problematiche professionali. Si deve immaginare che io addirittura non... Operavo pochissima gente poi negli ultimi periodi, mi sono dovuto fare autorizzare dalla azienda ospedaliera per andare a potere operare fuori dall'ospedale. Con un comando a tutti gli effetti. Ho avuto notevoli controversie, soprattutto per delle donne che dovevano essere cesarizzate e che poi lui ha tolto dalla sala operatoria, addirittura alcune volte in maniera pure importante, pure in maniera irruenta. (inc.)".

La costante, comunque, sarebbe quella copertura sistematica già emersa in sede d'indagine e che, secondo i magistrati sarebbe continuata anche nel corso del lungo interrogatorio, quando l'indagato avrebbe "coperto" alcuni colleghi con cui aveva un rapporto più stretto. Fatto sta, comunque, è che i medici avrebbero continuato a sbagliare, a manomettere cartelle cliniche e a fornire versioni di comodo alle ignare pazienti. Senza alcuna denuncia: " C'è stato un precedente in cui noi continuamente chiamavamo la Polizia, chiamavamo la Polizia per problemi vari all'interno del reparto, e ci è stato imposto dalla direzione sanitaria che noi non avevamo la possibilità di chiamare la Polizia, se non per dei problemi, diciamo, strettamente..." conclude Tripodi.