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Gli anni bui della Locride ne “I miei maffiosi” di Mario La Cava: una raccolta di articoli pubblicati tra il 1970 e il 1986

LIBRO LA CAVA19febdi Mariateresa Ripolo - «Non so se sia più difficile giudicare la realtà meridionale, dall'interno di essa, per opera degli stessi meridionali che la vivono e ne soffrono, o dall'esterno, per merito dei settentrionali meglio conviventi nella società nazionale. Ci sono alcune realtà brucianti nel Sud, come quella della mafia e dei mafiosi. È probabile che i meridionali siano portati ad attenuarne la gravità, per salvare la faccia. I settentrionali non vedrebbero in ciò che una difesa malcauta, interessata e buffa: quella difesa che spiegherebbe la vulnerabilità del Sud al fenomeno mafioso. In altri casi, il giudizio dei meridionali potrebbe essere così esaltato dallo sdegno, per avere le proprie vergogne in casa, da non risparmiare nessuno dalle accuse più infamanti. L'uomo prudente resterebbe senza respiro. Egli non pensa affatto di arrivare al certo attraverso l'incerto. Ma l'uomo comune non ha dubbi di metodo. Sa come sono le cose.»

Poche righe scritte nel luglio del 1976. Più di quarant'anni fa Mario La Cava era già in grado di delineare perfettamente, aiutato dalla propria penna di narratore-giornalista, una realtà, quella calabrese, divisa tra due visioni contrapposte del fenomeno mafioso. Una 'ndrangheta capace, non solo di generare profitto attraverso i metodi più disparati, ma anche di creare divisioni sociali e contrasti che probabilmente le hanno permesso di penetrare ancora più efficacemente nel tessuto economico, sociale e culturale di una regione rimasta per troppo tempo emarginata. La Calabria, i calabresi, la "maffia" e i "maffiosi" – così come si pronunciava per «imprimere maggiore forza espressiva al fatto e a chi lo eseguisce», spiega La Cava – in una raccolta di articoli che Hacca edizioni ha riproposto in un volume curato da Vito Teti e da Fulvio Librandi, con la collaborazione della famiglia La Cava.

"I miei maffiosi" è una raccolta di articoli giornalistici pubblicati tra il 1970 e il 1986. Uno spaccato di vita vissuta in prima persona da uno degli scrittori che ha saputo rappresentare al meglio luci e ombre, criticità e peculiarità di un territorio, la Calabria e la Locride, tanto ricco di storia e di cultura, quanto reso povero da decenni di sfruttamento ed emarginazione.

Si tratta di ventiquattro articoli all'interno dei quali La Cava affronta con la saggezza dell'intellettuale e con l'accuratezza di chi conosce profondamente ciò di cui parla, il fenomeno della criminalità organizzata in Calabria. Mario La Cava, scrive Vito Teti nella prefazione del libro, «da buon osservatore della realtà in cui viveva e anche grazie al lavoro di documentazione svolto per "I fatti di Casignana", del fenomeno mafioso conosceva le origini storiche e sociali, l'evoluzione nel tempo, anche in rapporto a quanto accadeva a livello nazionale». Con lucida obiettività lo scrittore bovalinese descrive, ad esempio, sulle pagine de La Gazzetta del Mezzogiorno in un articolo pubblicato nel luglio 1976, dal titolo "Il potere della mafia", il meccanismo che ha permesso alla 'ndrangheta di evolversi e di intaccare la vita economica, sociale, culturale calabrese. «La mafia investe oggi vasti interessi. Le persone più insospettate potrebbero essere coinvolte nel giro degli affari delittuosi. Ma in che modo modo, se si è onesti? Non basta la comune onestà o quella che si suole indicare in tal modo: occorre non partecipare della comune passione agli affari, che nella mafia appunto può trovare la sua base di appoggio più valida. Se si è presi dalla brama di profitti, dalla smania di successi, si è anche disponibili dove la mafia imperversa, per giovarsi di essa, servendola». Da scrittore impegnato La Cava sa benissimo che la 'ndrangheta si nutre essenzialmente delle divisioni che è in grado di generare, della sfiducia e della paura che hanno reso la Calabria, luogo spesso lasciato a deteriorarsi nella propria emarginazione, a diventare terreno fertile per il malaffare e per i malavitosi: un soggetto, scrive Mario La Cava, che poco si preoccupa «delle discussioni sui giornali e delle analisi sociologiche» ma che di una sola cosa sembra avere realmente paura: «che la società si dia un governo efficiente, un governo che si fonda sulla volontà popolare. L'ordine delle istituzioni potrebbe disturbare i suoi piani». Un ordine sociale, ma anche e soprattutto culturale, soppiantato invece dal caos, dall'incertezza, dalla paura dell'ignoto, perché per contrastare un fenomeno tanto radicato come quello della 'ndrangheta, la conoscenza diventa fondamentale. Scrive La Cava a riguardo: «Conoscerla, significa gettare uno sguardo nei misteri della vita italiana; sfogliare una pagina importante della nostra storia».

Gli scritti di La Cava hanno la forma del reportage, un'instantanea della realtà calabrese negli anni più bui, gli anni delle rapine, delle intimidazioni, dei sequestri di persona che facevano tremare la Locride. La potenza dei suoi articoli giornalistici risiede nella capacità della sua scrittura di andare oltre il semplice racconto di un fatto di cronaca. La Cava personalizza ogni suo articolo riuscendo ad individuare il contesto sociale e culturale all'interno del quale un fatto si verifica. «La materia di cui si tratta in questi scritti, prima ancora che la mafia, è lo sguardo», scrive Fulvio Librandi nella postfazione del libro. Si tratta indubbiamente del tentativo di restituire al lettore una visione quanto più veritiera del fenomeno criminale in Calabria, una realtà che necessita, per evitare di arrivare in modo distorto e superficiale, di essere raccontata attraverso uno sguardo partecipativo, connaturato all'esperienza calabrese. In tal senso, osserva Vito Teti: «Con durezza e melanconia, con lucidità e rigore, con profondità di analisi, La Cava afferma un modo di raccontare la realtà che forse andrebbe riscoperta in un periodo in cui la mafia viene banalizzata, altre volte enfatizzata, a volte "compresa", talora quasi giustificata o ridotta a colore, altre volte ridotta a luogo comune o peggio negata».