"Ho avuto la fortuna di nascere in questo luogo, come diceva mia nonna"

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Per chi vive in Calabria, le vicende legate agli affetti familiari hanno sempre avuto un gusto particolare, foss'anche per il semplice motivo che la "casa" propriamente detta è associata ad un luogo di protezione, di condivisione del cibo e di riposo dal lavoro. Gli antropologi, del resto, lo hanno sempre confermato, indicando nell'evoluzione delle civiltà calabresi la tendenza a raccogliersi all'interno delle mura domestiche per condividere spazi e momenti. Tuttavia, il lavoro dell'uomo è stato da sempre inteso come espediente per mandare avanti la famiglia, la quale, per l'appunto, vivendo in relazione alla casa, manifesta alcune necessità di sopravvivenza. Per chi vive a Capo Vaticano, invece, oltre agli aspetti congiunti all'economia, esistono particolari condizioni naturali che permettono di spostare l'attenzione per alcuni periodi di tempo, giovando all'anima anche in momenti difficili come quello attuale.

Ho 31 anni e da 4 ho scelto di costruirmi un futuro in una terra che di presente non ne ha moltissimo. Capo Vaticano è una località turistica sotto il comune di Ricadi (VV), luogo popolato da centinaia di migliaia di turisti da maggio ad ottobre e abitato da meno di 5000 anime da novembre ad aprile. Qui si campa di turismo ed agricoltura; ogni singola persona che ha a che fare con questo territorio, salvo casi sporadici, ha avuto o ha tuttora a che fare con questi due settori. Dal 9 marzo però anche qua si è fermato il mondo. Ognuno di noi si è rinchiuso nella propria abitazione, chi a spolverare l'argenteria, chi a riordinare l'armadio e chi, come me, a fare quello che ha sempre fatto. Lavorando in un ufficio pubblico, ho avuto l'opportunità di procedere in modalità smart working, garantendo il servizio all'utenza con efficienza pari all'ordinario; quindi, la mia sveglia suona sempre alle 7 di mattina e prima delle 8 sono davanti al pc, non in jeans e camicia ma in tuta e ciabatte. Essendo un libero professionista e, in questo caso, un lavoratore part-time, ho anche la possibilità di avere ore della settimana a disposizione per curare le mie passioni ed abitudini, senza uscire dallo steccato di casa.

Non abito in un agglomerato urbano, ma a 500 metri dal mare, in aperta campagna. Mia nonna mi diceva sempre: "Hai avuto la fortuna di nascere in questo luogo"; io sapevo che lei per "luogo" intendeva la campagna e non il contesto, come invece potrebbe sembrare, ma in momenti come questo la sua affermazione vale più di un pasto caldo.

Dietro casa c'è la vecchia casa colonica che i proprietari dei terreni ("i gnuri") avevano concesso ai miei nonni ("i coloni") per residenza di campagna, garantendo la coltivazione dei campi in diversi mesi dell'anno. Lì c'è ancora il vecchio forno a legna che ha sfornato quintali di pane e di peperoni arrostiti nei mesi di agosto. In questo periodo di "quarantena", in cui si vive col terrore di contrarre il virus anche toccando lo scaffale del supermercato dove sta esposto il pane, ho apprezzato ancora di più questa antica tradizione, perfezionando la modalità "pane biscottato", che garantisce approvvigionamento anche fino a 2 settimane.

Inoltre, in questo periodo dell'anno, si prepara l'orto per la stagione estiva nel proprio pezzo di terra; ognuno semina e pianta ortaggi a proprio piacimento, avvalendosi della teoria del maggese. Ricordo che fin da bambino, a partire da marzo fino a Natale, nel mio orto non è mai mancato alcun tipo di frutta o verdura. E anche quest'anno le fragole sono già iniziate, l'insalata non è mai finita e la regina del campo, la Cipolla Rossa, avvalora la tesi che in queste zone la identifica come l'eccellenza assoluta.

Un capitolo a parte meriterebbero gli animali: i bambini che hanno occasione di stare a contatto con gli animali, specie in periodi come questo, acquisiscono conoscenze e capacità che nessun libro mai potrà insegnare loro. Per me che vivo in campagna, a partire dalle formiche, potrei disquisire di tante specie, di come si evolvono e di chi la spunta sul più debole.

"E quindi cos'è cambiato con la quarantena?" mi chiedono.

"Personalmente non è cambiato granché" rispondo.

Quello che cambierà sarà la coscienza della gente: in questi giorni molte persone stanno ritrovando il piacere di condividere alcuni momenti con i propri cari, anche a distanza (ho visto screen di videochiamate tra 10/12 persone in contemporanea), cosa che di rado sarebbe avvenuta in precedenza. Talvolta non si ha l'occasione nemmeno di vedersi se non a pranzo o a cena, ammesso che ci sia il tempo; adesso invece il momento conviviale diventa una normale abitudine, perché con tua moglie, con i tuoi genitori o con i tuoi fratelli ci passi la giornata intera. E questo ha una particolare valenza specie nel rapporto genitore-figlio, in cui l'uno partecipa alla vita dell'altro, cosa che in tempi normali non sarebbe mai stata banale.

Certo, non è negabile che ci sia un numero di morti che non so neanche pronunciare e per i quali provo un grande dispiacere, se non per loro sicuramente per i loro cari, ai quali viene negato perfino il piacere di poggiare un fiore sulle loro tombe. Per questo è indubbio che avrei voluto che la medicina avesse la bacchetta magica, ma le soluzioni scientifiche giungono a seguito di percorsi sperimentali per i quali è necessario molto tempo (e anche molta fiducia).

Dunque, mi viene in mente, a tal proposito, un tratto della poesia "Se avess'io" di Alda Merini:

La farfalla, quando ancora è bruco, non comprende l'imminente metamorfosi e vive da bruco; ma quando riconosce di portare le ali, la sua vita cambia e scopre il piacere del vivere quotidiano.

[...] E se diventi farfalla nessuno pensa più
a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali.

Un po' come tanti altri...

(Foto e testo di Maurizio Pantano)