Firme
 

Perché quegli insulsi, ignoranti e oscurantisti manifesti dovevano rimanere al proprio posto

falcomata-manifesti-aborto-735x400di Claudio Cordova - Sono umanamente solidale con il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà. Lo dico senza alcuna ironia. Capita anche a me, nella vita o sui social, che l'ignoranza delle persone, quasi sempre mista a una infinita presunzione delle stesse, faccia vacillare un principio cardine del mio agire e del mio pensare: la sacrosanta facoltà di chiunque (e quindi anche degli ignoranti presuntuosi) di poter manifestare il proprio convincimento al pari delle persone istruite e di cui, quindi, interessa il parere.

La deriva dei social, che spesso amplificano la voce delle orde barbariche, era stata una facile profezia già di Umberto Eco.

E' un pensiero ricorrente, quello di immaginare "patenti" per poter permettere alla gente interloquire sulla politica, sulla sanità, sull'economia, sulle mafie. Ed evidentemente, vista la professione che svolgo, visto il mio ruolo, sarebbe una sconfitta. Ma, al momento (e nonostante l'impegno costante di una folta massa di scimpanzé che pensano che la loro opinione abbia un qualche peso) sono riuscito a ricacciare indietro questa idea.

Avrebbe dovuto fare lo stesso il sindaco Falcomatà.

E, sempre con quella solidarietà iniziale, capisco che vedere, nel 2021, una città tappezzata di manifesti che propugnano teorie barbare e oscurantiste e che, dietro un presunto diritto alla vita, tentano di dire alle donne cosa dovrebbero o non dovrebbero fare del proprio corpo e dei propri figli, infastidisca e faccia arrabbiare. La campagna contro l'aborto messa in atto da alcuni movimenti è violenta non nel messaggio, quanto nell'invasata insistenza con cui si cerca di creare proselitismo rispetto a una facoltà sancita dalla legge nel lontano 1978.

Violenta perché si istiga a disattendere una legge dello Stato che, proprio per le importanti implicazioni, prevede già la possibilità di obiezione di coscienza da parte dei medici.

Capisco quindi la rabbia di chi vede messo in discussione un diritto acquisito (faticosamente) 43 anni fa dalle donne e che in molti Paesi (anche del mondo occidentale) non è ancora così formato. Ma rimuovere - peraltro in maniera decisamente propagandistica - quei cartelli non era la cosa giusta da fare. Proprio perché la differenza tra la civiltà e la barbarie è il rispetto delle idee altrui, la capacità di tentare di mostrarne la fallacia, l'inconsistenza, la pochezza intellettuale e morale di uomini e donne che, non si capisce bene come, siano riusciti a risultare attraenti per qualcuno, invece di rimanere nella solitudine che meritavano.

Non censurare. Anche se si censura una oggettiva schifezza intellettuale e morale.

No, quei manifesti dovevano rimanere al proprio posto. Dovevano essere uno stigma. A futura memoria della bassezza di chi propugna determinate idee, di chi considera le donne delle "sforna-bambini", che devono sempre e comunque adempiere al proprio compito. E, soprattutto, non devono essere loro a decidere dei loro corpi. Sì, quei manifesti dovevano rimanere lì se si crede realmente ai principi della nostra Costituzione.

Ma non solo.

C'è anche un motivo molto più becero, più banale. In una città in cui i servizi sono allo zero, in cui la spazzatura sommerge le strade e la manutenzione è pressoché inesistente, la velocità e l'efficacia con cui, in meno di 24 ore, siano stati rimossi i cartelli non può che generare ironia e rabbia.

Una simile efficacia manutentiva, forse, andrebbe dedicata ad altro.

Ma, ahimè, è sempre una questione di livelli cognitivi. La pervicacia con cui si insiste su tale tema tradisce la (poca) qualità della destra ultracattolica reggina. Perché di quello si tratta, senza mezzi termini. Dietro questi fantomatici movimenti Pro Vita si celano gli agglomerati più integralisti. Non è un caso che dopo la scelta di Falcomatà di far rimuovere le affissioni, la nota dei movimenti sia arrivata ben condita con i soliti cliché sul comunismo: dalla Corea ai gulag. Una destra sempre più razzista, sempre più compromessa con la 'ndrangheta, incapace di fare i conti con un passato che ha devastato la città, che, ora, trova come tema principale quello di mettere in discussione un diritto di 43 anni fa.

E parlano con una semplificazione da campagna elettorale e una leggerezza da social. 

Costoro non sanno, perchè, purtroppo, l'ignoranza è una brutta bestia, quanta sofferenza, quanto dolore, non solo fisico, possa esserci in una donna (talvolta di una ragazzina) dietro la volontà e la scelta effettiva di abortire, o lo sanno e, quindi, sono in malafede nella loro aspra battaglia, che paragona l'aborto, di fatto, a un assassinio. 

E che dire della Chiesa?

Spesso silente su temi fondamentali che fiaccano e affossano il territorio. Nel migliore dei casi "timida" di fronte a corruzione, criminalità organizzata, pedofilia. Ma, con la stessa velocità manutentiva del sindaco nel far rimuovere i manifesti, pronta a intervenire, nel giro di poche ore, per schierarsi dalla parte della conservazione.

Evidentemente i messaggi di umanità e di futuro lanciati, già da anni, da Papa Francesco, non devono essere stati recapitati alla Curia reggina.