Da Spirlì a Gratteri: la grande bugia della sanità che deve tornare nelle mani dei calabresi

sanita corruzionedi Claudio Cordova - Le recenti, grottesche, tragicomiche, ma, visto il momento, inquietanti performance dell'ex commissario alla sanità calabrese, Saverio Cotticelli, e del suo successore, Giuseppe Zuccatelli, hanno riportato a galla il dibattito sulla fine della tutela governativa sul disastrato settore regionale. Un cavallo di battaglia per tutti: dall'ex governatore Mario Oliverio, di centrosinistra, passando per la compianta Jole Santelli, di centrodestra, e, ora, il facente funzioni Nino Spirlì, leghista.

Tutti, a dispetto dai diversi schieramenti politici, contrari al commissariamento.

La drammatica situazione che vive il comparto sanitario, fiaccato, nonostante la dichiarazione di "zona rossa", dall'emergenza Covid, ha riaperto il dibattito. Ed è bastato che qualcuno nominasse solo il nome di Gino Strada come possibile commissario per dar vita a una serie infinita di falsità storiche che una terra senza memoria come la Calabria non riesce facilmente a smascherare.

Dopo lo stravagante duo Cotticelli/Zuccatelli, è toccato anche all'ex rettore de La Sapienza, il cosentino Eugenio Gaudio, rinunciare ancor prima di iniziare il lavoro per il quale era stato designato dal Governo.

Già, il Governo.

Pur di non arrivare alla nomina di Strada, il ministro Roberto Speranza ha inanellato una serie ormai inaccettabile di figuracce che rischiano di distruggere definitivamente la fiducia della popolazione nelle Istituzioni. Il premier Giuseppe Conte ha fatto pubblicamente mea culpa, senza indicare, tuttavia, una soluzione alla inammissibile situazione creatasi. Resta il fatto, invero, che la sanità calabrese è ormai da quasi due settimane senza una guida: situazione insostenibile in tempi normali, ancor più grave alla luce della pandemia da Coronavirus.

E alla fine, l'accordo raggiunto con Strada ed Emergency per ospedali da campo e Covid Hotel sembra soddisfare tutti, tranne i calabresi. Al di là delle stravaganti motivazioni fornite dall'ex rettore Gaudio circa il suo diniego, non può passare sotto traccia il "gran rifiuto" di un uomo adulto, figlio di un senatore della Repubblica, che per anni ha retto (peraltro con ottimi risultati) la più grande università d'Europa. Gaudio ha preferito fare la figura del fessacchiotto ("mia moglie non vuole trasferirsi a Catanzaro") anziché accettare un impegno gravoso, peraltro per la propria terra. In pieno stile dantesco, il "gran rifiuto" di Gaudio, novello Celestino V, che dimostra, qualora servisse ancora, quanto sia sopravvalutato il concetto di "calabresità".

Esistevano, una volta, i servitori dello Stato.

Ma anche la nomina di Gaudio continuava a rispondere alle medesime logiche. E, badate bene, non ci si riferisce alla vicenda che vede l'ex rettore indagato a Catania per presunte irregolarità nei concorsi universitari. Un'accusa che sembra ormai prossima all'archiviazione. La nomina di Gaudio risponde alla solita, stantia, logica di dover piazzare in Calabria un calabrese per placare il complesso di inferiorità di cui è affetta la totalità della classe dirigente e una larga fetta della popolazione. Ma, soprattutto, risponde a quelle logiche di "Sistema", anche massonico, che il nuovo commissario alla Sanità in Calabria dovrebbe invece spezzare.

Per questo la nomina di Strada, al di là del nome, poteva essere anche e soprattutto un segnale di rottura rispetto a certe dinamiche, che hanno consegnato la Calabria a una sanità da Terzo Mondo, non solo in tempo di Covid. Rispetto a una "calabresità" che ha condannato il settore sanitario, dove, da sempre, pasteggiano 'ndrangheta e massoneria, a discapito dell'efficienza dell'offerta, che costringe i calabresi a veri e propri viaggi della speranza (ove possibili) per curarsi.

Da sempre, infatti, Strada propugna un'idea di sanità pubblica che fa a pugni con gli ingenti profitti della sanità privata, che da anni spadroneggia in Calabria, a discapito degli ospedali, che invece chiudono. Inevitabile la levata di scudi della politica, che ha alzato le barricate contro Strada. "Non siamo l'Afghanistan" è la frase ripetuta più volte. Sulla stessa linea, il presidente facente funzioni, il leghista Nino Spirlì, e il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, che, come spesso gli accade quando viene chiamato a discettare sull'universo mondo, banalizza (leggi qui).

Per placare l'opinione pubblica (e, forse, per far felice anche lo stesso Strada) si è scelta la logica degli ospedali da campo. Gli stessi che Emergency da anni allestisce in Africa e in altri Paesi del Terzo Mondo. E, però, se è vero che la Calabria non aveva e non ha bisogno di un cosentino (Gaudio), non ha nemmeno bisogno di un contentino.

Quello che un po' tutti sembrano dimenticare o, meglio, fanno finta di dimenticare, è il fatto che la sanità calabrese sia commissariata a causa dell'enorme deficit causato, nel corso di decenni, dalla classe politica e dirigente calabrese. Dello scandalo delle doppie fatture all'Asp di Reggio Calabria, che avrebbero contribuito a portare il debito dell'Azienda a circa un miliardo di euro, di cui oggi parlano tutti gli organi di stampa nazionale, Il Dispaccio aveva scritto oltre 5 anni fa, nell'ottobre 2015 (leggi qui). Perché il sistema di potere malato che governa la sanità calabrese ha radici lontane e profonde. Radici che affondano negli anni '80-'90, quando gli 'ndranghetisti, soprattutto della Locride, si laureavano, con la pistola sul tavolo, presso l'Università di Messina. Con il risultato di avere parenti stretti di importantissimi boss calabresi, non solo laureati, ma poi inseriti nei quadri dirigenti della Sanità calabrese. E tutto prosegue negli anni, trovando la sua acme, nel 2005, con l'uccisione a Locri del vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, Franco Fortugno.

Un delitto su cui è emerso solo in parte, forse, il coacervo di interessi sulla sanità calabrese.

Oggi gran parte della destra e pezzi di sinistra rispolverano la solita, banale, retorica della "sanità che deve tornare nelle mani dei calabresi". Come se in questi anni fosse stata in mano ai marziani. Nonostante il commissariamento, infatti, solo per brevi e recenti periodi la sanità, di fatto, è uscita, almeno formalmente, dalle grinfie della politica calabrese: un periodo troppo breve per poter giustificare lo sfascio, emerso in tutta la sua gravità a causa della pandemia da Coronavirus.

La sanità calabrese, infatti, è commissariata dal luglio 2010. Fu l'allora Governo Berlusconi a procedere al commissariamento. Una scelta che il premier aveva già annunciato un anno prima. E' il 25 maggio 2009 quando Berlusconi afferma: "Credo che il commissariamento della sanità calabrese sia necessario". E, uno dei primi a sostenere quel proposito fu l'allora sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, che era anche coordinatore regionale del Popolo della libertà, il partito nato dalla fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale. Poi, un anno dopo, il proposito si concretizza. E sapete a chi viene affidato il ruolo di commissario ad acta? Proprio a quel Giuseppe Scopelliti, nel frattempo diventato presidente della Giunta Regionale. Una scelta per liberarlo da lacci e lacciuoli nella gestione della sanità calabrese. E' il 3 settembre del 2010 quando lo stesso Scopelliti annuncia la chiusura di 18 ospedali.

Tutto "made in Calabria", nonostante il commissariamento.

E anche quando verrà tranciata la (pericolosa) sovrapposizione e il (pericoloso) accentramento di potere tra presidente della Giunta Regionale e commissario alla sanità, con la nomina di un esterno indicato dal Governo, la sanità non sfuggirà al controllo della inadeguata e corrotta politica calabrese, dato che, per tutti questi anni, è stata proprio la politica, retta da calabresi doc, a nominare i direttori generali delle aziende sanitarie e ospedaliere. Spesso rispondendo a logiche di 'ndrangheta, altre volte per fratellanza massonica, moltissime volte per appartenenza politica o, ancor più spesso, per dinamiche clientelari.

Quasi mai per merito.

Insomma, per tutti questi anni, la sanità calabrese è stata, di fatto, nelle mani della politica calabrese. Questo nonostante la vulgata e la propaganda di queste settimane voglia far passare un altro messaggio. Un messaggio falso, teso ad alimentare il malcontento, dovuto al drammatico periodo e, quindi, potenziale causa di disagio e disordine sociale.

In verità, solo nel maggio 2019, con l'approvazione del primo "Decreto Calabria" passerà al commissario alla Sanità la competenza di nominare i vertici delle aziende, molte delle quali, nel frattempo, commissariate o per gravi irregolarità finanziarie o per 'ndrangheta. Questo è il prodotto della sanità nelle mani dei calabresi. Un coacervo di interessi opaci, torbidi, in cui si è pensato all'arricchimento, al tornaconto personale o a ingrassare le casse della 'ndrangheta, dato che in Calabria la sanità assorbe il 70% del bilancio regionale.

Creato Mercoledì, 18 Novembre 2020 08:55