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Minicuci è l’ultima speranza di Salvini, ma Falcomatà ha paura e apre (persino) alla Marcianò. Cosa accadrà?

minicuci salvinidi Claudio Cordova - La debolezza è il tratto caratteristico di entrambi i contendenti. La subiscono e la dimostrano in modo diverso, ma sempre di debolezza si tratta. La loro fragilità numerica (e quindi politica) l'abbiamo spiegata in un altro articolo (leggi qui). E la debolezza e la fragilità, spesso, generano un sentimento: la paura.

Dopo la sconfitta alle Regionali, Reggio Calabria diventa adesso per Salvini un'ancora di salvezza, per poter (ri)attivare la macchina della propaganda. Il leader del Carroccio puntava tanto, tantissimo, sulla Toscana. Gli è andata male. E, però, parlando di "candidati sbagliati al Sud", tradisce anche delusione per i risultati in Campania e Puglia e, quindi, per l'incapacità, per ora, di dare al proprio partito un taglio nazionale, che va ben oltre l'eliminazione della parola "Nord" dalla denominazione.

Per questo ora Reggio Calabria diventa importante. Forse la più importante tra le città in cui la Lega è al ballottaggio (le altre sono Matera e Arezzo).

Mettere una bandierina della Lega nell'estremo Sud potrebbe servire al leader del Carroccio per riprendere un po' di fiato. E, del resto, doversi appigliare a Minicuci è l'emblema delle cattive acque in cui naviga la Lega in questo periodo. I dieci giorni che precederanno il ballottaggio, quindi, saranno molto intensi e non è affatto escluso che diversi big, tra cui lo stesso Salvini, possano ritornare in città per la volata finale. Del resto, il capitano di Pontida ha presentato in pompa magna la candidatura di Minicuci, che nelle successive settimane ha tentato di scrollarsi un po' la patina di uomo della Lega, ben sapendo che ciò potesse essere sgradito, anche a un certo elettorato di centrodestra. E visto anche il dato riguardante la Lega in città, in questa fase è più Salvini ad aver bisogno di Minicuci, che non viceversa.

Ma, a prescindere da tutto, saranno fondamentali le alleanze, ufficiali o sottobanco. Il termine ultimo per gli apparentamenti è domenica a mezzogiorno, ma al di là delle procedure, saranno le trattative politiche (che, per antonomasia, quasi mai sono cristalline) a pesare molto.

Sulla carta, Minicuci potrebbe avere qualcosa in più. Quel qualcosa in più è rappresentato da Angela Marcianò, la terza in classifica nella corsa a sindaco con quasi il 14%, che potrebbe essere il decisivo ago della bilancia. Nonostante abbia svolto il ruolo di assessore ai Lavori Pubblici nella Giunta Falcomatà e nonostante il ruolo nazionale nel Pd di Renzi, Marcianò è sempre stata una donna di destra. Nella logica degli apparentamenti, che è già partita da giorni, Marcianò quindi potrebbe accordarsi molto più di buon grado con il centrodestra di Minicuci, soprattutto qualora arrivasse un'offerta di prestigio, quale, per esempio, la presidenza del consiglio comunale o più concreta, come una poltrona in Giunta, che le permetterebbe anche di far slittare un ulteriore posto in consiglio comunale per le sue liste.

Minicuci parte dietro, quindi non può perdere tempo. Però a rischiare è anche lo stesso Falcomatà. E veniamo alla paura. I reiterati appelli alle forze cittadine, più che di voglia di inclusione, hanno il sapore di disperati tentativi di allargare il campo, cercando (forse tardivamente) di ricreare quel feeling ormai perduto da tempo con la cittadinanza. Peraltro, la sua dichiarazione di apertura alla Marcianò, nel corso della conferenza stampa quando ormai il ballottaggio era certo, tradisce proprio tanto timore di non farcela. Come detto, la Marcianò è donna di destra, tanto da non aver esitato (non con particolare coerenza rispetto al proprio recente passato) ad accogliere in coalizione il Movimento Sociale. Del resto, tra Marcianò e Falcomatà il rapporto, dopo essersi logorato nel corso della esperienza amministrativa, è ormai inesistente, anche a causa delle comuni vicissitudini giudiziarie nel caso Miramare. Per questo, il gesto di Falcomatà di aprire alla "nemica" Marcianò, che peraltro porta con sé i (pochi) voti di chi fino a ieri era definito un fascista, più che paura tradisce disperazione.

Il sindaco uscente, infatti, è alla ricerca di alleanze. E, da ogni dove, non arrivano segnali incoraggianti.

Non è detto, infatti, che Saverio Pazzano e La Strada, quarti nella contesa con un buon risultato attorno al 7% decidano di convergere sul sindaco uscente. Più volte, infatti, Pazzano non ha risparmiato critiche molto aspre a Falcomatà, ponendosi come la vera sinistra per i duri e puri, insoddisfatti delle posizioni annacquate del Pd. Anche nelle ultime ore, La Strada ha smentito categoricamente i rumors circa un accordo con il sindaco uscente. Le interlocuzioni continueranno fino all'ultimo, ma l'alleanza, già difficile, diventerebbe impossibile qualora Falcomatà aprisse ancora alla Marcianò (e quindi al Movimento Sociale). Non sarebbe inoltre una novità l'autolesionismo della sinistra, capace di frantumarsi in mille parti (quasi quanto gli attributi dei propri elettori) pur di sabotarsi e, quindi, consegnare la vittoria agli avversari.

Gli altri competitors esclusi dal ballottaggio, da Klaus Davi a Fabio Foti dei 5 Stelle, non hanno la forza di poter dare indicazioni di voto, né chissà quale serbatoio. La loro natura post-ideologica e trasversale potrebbe quindi portare preferenze a entrambi i contendenti. Tuttavia, soprattutto il telefono del massmediologo, protagonista di una miracolosa elezione in consiglio comunale, è caldo, con entrambi i competitor che lo hanno già contattato diverse volte nelle ultime ore.

Saranno giorni di trattative. E di paure.