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Amministrare Reggio, i rischi del mestiere

reggio palazzosangiorgio150416Nino Mallamaci* - La signora era una di quelle non troppo dedite al lavoro, e col pretesto del sindacato aveva trovato la maniera di fare poco o nulla. Correva l'anno 1995 e successe che io, nella mia qualità di assessore, fui chiamato da una rivista specializzata a tiratura nazionale a redigere un articolo per illustrare l'attività e i programmi di una delle branche amministrative del Comune di Reggio a me delegate. Allora non esistevano i computer e si poteva scrivere o direttamente alla macchina oppure con carta e penna per poi procedere con la dattiloscrittura. Abbastanza malignamente, colsi l'occasione per chiedere alla dipendente in questione di battere a macchina le sette pagine fitte fitte che avevo messo nero su bianco. Pensavo, sbagliandomi, che quella mia richiesta, essendo più unica che rara, sarebbe stata esaudita senza meno dalla collaboratrice recalcitrante. E mi sbagliavo sì, dato che, a distanza di una settimana, i sette fogli giacevano sul tavolinetto, sul quale era poggiata la macchina da scrivere, nella stessa identica posizione nella quale erano stati ubicati tanti giorni prima. A quel punto decisi di chiamare la signora per chiederle conto. Ella, senza fare una piega, mi comunicò che, a causa dei suoi molteplici impegni di natura sindacale, non aveva ancora potuto mettere mano al lavoro, ma di avere un attimo di pazienza perché senz'altro entro un brevissimo termine avrebbe iniziato e portato a compimento il ponderoso (!!) incarico. Dovette essere parecchio convincente, giacché, senza tener conto del curriculum tutt'altro che brillante della dichiarante, ricominciai ad aspettare fiducioso. Ma i giorni passavano, e del lavoro non vi era traccia. Una mattina, nella quale ero evidentemente arrivato già alterato in ufficio, la visione dei fogli ancora in attesa delle attenzioni della signora mi fece andare fuori dai gangheri. L'aspetto peggiore della vicenda stava nella differenza abissale tra l'industriosità di tutto l'ufficio, in perenne movimento per recepire direttive e promuovere nuove iniziative, e la staticità di quei 7 fogli 7, condannati all' irrilevanza e all'inutilità. Così, alzando il volume della voce, cominciai a chiedere conto della cosa agli altri dipendenti, i quali, giustamente, non erano in grado di offrirmi risposte per un compito per il quale non avevano alcuna responsabilità. L'incaricata, ovviamente, non era presente in quanto impegnata nell'unica attività che aveva deciso di dover svolgere, e che escludeva decisamente il lavoro d'ufficio.

Qualche giorno dopo, seppi che il marito della signora voleva conferire con me. Dalle informazioni che mi erano state offerte, sembrava si trattasse di un giovane non precisamente da azione cattolica. In ogni caso, acclarata la corrispondenza tra il famoso detto sui muri e le orecchie, e la realtà del Comune, dissi che il signore poteva venire in qualsiasi momento e che non avrei avuto alcuna difficoltà a interloquire con lui. Il suo arrivo mi fu annunciato qualche giorno dopo quando, per una "fortuita" coincidenza, anche la signora era presente. Il marito entrò nella stanza e, dopo aver prontamente colto il mio invito ad accomodarsi, non si abbandonò a fronzoli o giri di parole. "Scusate, assessore, ma è vero che voi l'altra mattina vi siete messo a gridare contro mia moglie davanti a tutti i dipendenti?" "Sì, assolutamente, mi sono lamentato del suo atteggiamento. Avrei voluto farlo con lei, ma purtroppo quando io arrivo qui, dopo essere passato dagli altri uffici, e quindi intorno alle 9 – 9 e 30, lei già è in giro in permesso sindacale. Quindi ho parlato con gli altri dipendenti". "Scusate, lei è vero che fa sindacato, non mi sembra giusto che voi vi mettiate a gridare quando lei non c'è". "Sì, in effetti, in generale bisogna avere un rapporto sereno con i dipendenti. Però è anche vero che loro dovrebbero lavorare, quando non sono in permesso, e quando gli si dà un incarico dovrebbero eseguirlo in tempi ragionevoli. Io credo che voi sappiate il perché della mia sfuriata, sicuramente la signora vi ha raccontato tutto". "Sì, mi ha detto che doveva fare un lavoro per voi , ma che non ha avuto tempo per finirlo". "E la signora vi ha detto pure quando le ho affidato il lavoro e di cosa si tratta? "Mi sembra che deve dattiloscrivere una cosa" "Sì, un articolo che devo mandare da quasi venti giorni a una rivista nazionale, e stanno aspettando perché manca solo il mio. E poi, se ho capito bene, la signora vi ha riferito di non aver avuto tempo per terminare il lavoro. In effetti, il lavoro non l'ha neanche cominciato, e, come vi ho detto, gliel'ho dato più o meno venti giorni fa e sono sette pagine da battere a macchina. Voi, al mio posto, che cosa fareste se dite, nel rispetto dei ruoli, di fare una cosa e vedete dall'altra parte un po' di menefreghismo? Vi arrabbiate o no?" "Certo, anche se è in permesso sindacale poi in ufficio viene, e se c'è qualcosa da fare la deve fare" "Vedete? Ci capiamo benissimo. Il problema è che lei, invece, è sempre in permesso sindacale, le ho chiesto questa cosa e lei dopo tanto tempo, pur sapendo che deve essere mandata alla rivista, non l'ha ancora neanche iniziata" "Certo, lei non mi ha detto tutto, allora... sentite, la possiamo chiamare un attimo?" "Certo, aspettate che la faccio avvertire". "Buongiorno, assessore, mi stavate cercando?" "Buongiorno signora, vostro marito mi ha chiesto di farvi venire un attimo". "Sì, senti. Ma è vero che l'assessore ti ha dato questi sette fogli venti giorni fa e ancora non hai neanche iniziato a batterli a macchina? "No, ho iniziato ieri. Prima ho avuto tante cose da fare in giro, ma gliel'ho detto che avrei finito il lavoro in pochi giorni" "Sì, ma sono passati venti giorni. Così tu mi fai fare cattiva figura, perché non mi hai raccontato bene tutto il fatto. Se l'assessore ti dice di fare una cosa tu non puoi fare finta di niente. Non è giusto. Quindi ora io devo chiedere scusa all'assessore, e pure tu". "Ma no, figuratevi, l'importante è fare il lavoro ed essersi chiariti". "Certo, il lavoro si deve fare. Se uno è dipendente deve lavorare. Va bene, allora scusate per il disturbo, io vado". "Figuratevi, non c'è nessun problema. Anzi, se volete un caffè..." "No, grazie, un'altra volta, ho un altro impegno. Vi saluto e vi auguro buon lavoro". "Va bene, vi saluto. Arrivederci a dopo, signora".

Amministrare non è facile, men che meno se si tratta di farlo in un ambiente come quello di Reggio, dove i muri sentono e riferiscono pure. E non sai mai lungo il cammino chi incontri, con chi ti puoi trovare ad avere un qualsiasi problema. Una realtà nella quale un banale inciampo amministrativo può dare la stura a reazioni sproporzionate, in ogni caso a seccature che ti rubano tempo ed energie che potresti consacrare al lavoro per la città. Quello che ho appena raccontato è uno degli episodi nei quali mi sono imbattuto. Non è il solo. E, peraltro, non sempre capita di trovarsi davanti a gente con la quale si può ragionare e chiudere le questioni con una stretta di mano. Questa storiella termina in maniera certo non lieta, ma accettabile, anche se rimane lo stesso l'amaro in bocca. Tante altre volte, però, come apprendiamo dai media, il finale è impregnato di violenza, di arroganza, di sopraffazione. C'è modo per evitare tutto ciò? Vorrei rispondere di sì, che è possibile cambiare mentalità e ricominciare daccapo. Non lo faccio per onestà intellettuale, dopo aver visto cosa è successo nei 25 anni che ci separano dai fatti che ho narrato.

*scrittore e avvocato