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Reggio Calabria, la città degli sceriffi a giorni alterni

regginaarenadellostrettodi Pasquale Romano - Citando una delle ultime perle del genio meglio conosciuto come Matteo Salvini, potremmo dire. "Ma scusate, possiamo festeggiare in migliaia la promozione della nostra squadra o no?". La risposta, a quanto pare, non è scontata. Venerdi 12 giugno per Reggio Calabria rappresenta il Festival dell'ipocrisia, una farsa imbarazzante per chi dovrebbe far rispettare le leggi. I tifosi amaranto si sono riversati sul Lungomare Falcomatà e in particolare all'Arena Ciccio Franco per festeggiare la promozione in serie B della Reggina. Una serata di festa, gioia, canti e cori come non se ne vedevano da troppo tempo da queste parti. Tutto bellissimo, emozionante, da brividi. Peccato solo che non si potesse fare.

Come spesso accade, sui social network nelle ultime ore si è scatenato un pandemonio virtuale. Da una parte i tifosi amaranto, in difesa dei loro festeggiamenti. Dall'altro chi ha sottolineato come quanto accaduto era in contraddizione con le disposizioni anti Covid. In mezzo, un gruppetto di virologi illuminati: "Ne riparliamo tra 15 giorni, cosi vedremo quanti positivi ci saranno" la comicità involontaria degna del Saturday Night Live. Tutto vero purtroppo, non è uno scherzo.

Dovrebbe apparire lampante come non si tratti di andare 'contro' i tifosi o la Reggina, nemmeno di improvvisarsi alter-ego di Burioni e rassicurare la cittadinanza che non ci sarà un aumento di contagi a causa della festa andata in scena ieri. La questione è molto più semplice e banale, riguarda il rispetto delle regole. Se un cittadino prova ad effettuare una rapina in banca, con ogni probabilità incontrerà chi è chiamato ad evitare che ciò avvenga.

Per queste ragioni, le responsabilità della vergogna permessa ieri è da dividere tra amministrazione comunale e forze dell'ordine e non coinvolge in nessun modo i tifosi della Reggina. Avevano voglia di festeggiare, si sono fatti prendere dalla felicità del momento, non hanno evidentemente fatto caso di essere in migliaia racchiusi nel raggio di pochi metri. Non si può certo affermare siano stati impeccabili, ma è in casi del genere che lo Stato deve rappresentarsi come tale.

L'amministrazione comunale e le forze dell'ordine nelle ultime settimane hanno usato il pugno di ferro contro i commercianti reggini, già alle prese con un disastro economico e la speranza di sopravvivere a quello che l'emergenza Covid-19 gli ha strappato dalle mani. Poco spazio al buonsenso, almeno a sentire il malumore (eufemismo) di numerosi imprenditori che si sono sentiti bersaglio e colpevoli di una comprensibile voglia di ritornare alla normalità da parte dei cittadini.

"Ci sono delle regole e vanno rispettate. Non possiamo correre rischi" il ritornello ripetuto in risposta a chi chiedeva un minimo di comprensione. Titolari di attività ristorative che si sono dovuti trasformare in vigili e 'nemici' di quei clienti che invece rappresentano l'unica ancora di salvezza. Ma tant'è, ci sono delle regole e vanno rispettate: anche se nei pressi di un bar o ristorante sostano poche decine di persone, queste vanno fatte disperdere in nome delle disposizioni anti-Covid.

Chi scrive, ha personalmente assistito a delle dure prese di posizione da parte delle forze dell'ordine ("Se vedremo ancora assembramenti di questo tipo davanti al suo locale, dovremo chiuderlo") con il titolare dell'attività quasi in lacrime, a rispondere che non sapeva come poter affrontare una simile situazione.

All'amarezza di quell'imprenditore, alla rabbia di tutti gli altri commercianti, a chi chiede parità di trattamento e domanda perchè le regole valgano a giorni alterni, amministrazione comunale e forze dell'ordine dovranno dare delle risposte. Chiare e convincenti. Altrimenti potrebbe maturare l'idea che Reggio Calabria è l'ombelico del mondo. La città "Dove le regole non esistono, esistono solo le eccezioni".